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Scritto da Francesco Manca   
lunedì 30 marzo 2009

Signs
Titolo originale: Signs
USA: 2002. Regia di: M. Night Shyamalan Genere: Fantascienza Durata: 106'
Interpreti: Mel Gibson, Joaquin Phoenix, Cherry Jones, Rory Culkin, Abigail Breslin, Patricia Kalember
Sito web: 
Nelle sale dal: 18/10/2002
Voto: 8
Trailer
Recensione di: Francesco Manca

signs_leggero.jpegSi sa, i film di M. Night Shyamalan, soprattutto i suoi, non sono mai fini a se stessi, c’è sempre un qualcosa, un particolare, un significato nascosto dentro di essi che li rende unici e differenti dalla maggioranza di prodotti commerciali che ogni anno vengono sfornati a Hollywood.
Emblematico esempio è questo “Signs”, opera quarta del regista indiano, preceduta da “Ad occhi aperti” (1997), “Il sesto senso” (1999) e “Unbreakable” (2000), incentrata sul fenomeno dei crop circles, i cosiddetti cerchi nel grano, in merito al quale, ancora oggi, si hanno purtroppo poche informazioni utili al fine di svelare chi, o meglio, cosa c’è dietro…
La storia, come tutte quelle raccontate nella filmografia di Shyamalan, ha luogo in Pennsylvania, precisamente nella solitaria e tranquilla contea di Bucks, dove risiede la famiglia Hess, composta da Graham (Mel Gibson), ex reverendo che ha perso la fede in Dio in seguito alla tragica morte della moglie, suo fratello Merrill (Joaquin Phoenix) e i suoi due figli Morgan (Rory Culkin) e Bo (Abigail Breslin). Una mattina, la famiglia viene alla scoperta di bizzarre quanto inquietanti ed immense figure disegnate nel loro campo di grano; tutti sono sconvolti e nessuno sembra sapersi spiegare come possano aver potuto prendere forma simili fenomeni.

Quella di Shyamalan è una delle opere più complesse e geniali che si siano mai viste in questo ultimo decennio, non tanto per la rappresentazione fantascientifica così raffinata ed insolita messa in scena dal regista ma più che altro per l’angosciante ed affascinante sfondo mistico e filosofico che si può intravedere, in particolar modo, nella parte iniziale e ancor più in quella finale della pellicola.
Il fenomeno dei crop circles compone solo la parte più superficiale della storia, che in realtà, se vista nella giusta ottica, non è altro che una drammatica e, come detto, angosciante ed affascinante riflessione sulla filosofia Divina, sul rapporto tra l’essere umano e Dio, tra i segni che Egli ci manda per comunicare con noi e la nostra conseguente reazione. Nel film vengono spesso utilizzate espressioni come: “se c’è veramente qualcosa sopra di noi…” etc.
E’ chiaro che la prima allusione che sorge in mente allo spettatore quando sente la parola “qualcosa” sopra di noi, visto il contesto in cui ci troviamo, è quella agli extra-terrestri, poiché, effettivamente, sono loro uno dei punti cardine dell’intera vicenda ma, esattamente come Dio, sono entità che a nessun essere umano esistente sulla faccia della Terra sono mai apparse con assoluta certezza.
E’ la riflessione su questi due elementi l’aspetto che rende “Signs” un film veramente speciale, che oltre a vantare una realizzazione tecnica oltremodo superba e un’ambientazione veramente suggestiva e adatta, che ricorda a grandi linee i migliori Stephen King e Alfred Hitchcock, quest’ultimo grande ispiratore del modo di fare cinema di Shyamalan, ha inoltre una sceneggiatura, firmata dallo stesso regista, che riesce a mescolare diversi argomenti, non solo quelli già menzionati, con estrema disinvoltura senza mai fare confusione e tenendosi ben distante da eventuali inutili eccessi.

Molte sono le scene sublimi in questa opera di Shyamalan, una su tutte, quella notturna del dialogo tra Graham (Gibson) e Merrill (Phoenix) circa la suddivisione delle persone in due precise categorie: coloro che credono che ci sia qualcuno lassù che li possa proteggere dall’eventuale minaccia che incombe e coloro che sono convinti, invece, di essere completamente soli nell’universo e che qualunque cosa succeda, la loro vita può essere salvata solo da loro stessi.
Probabilmente, “Signs” rappresenta, per ora, l’apice creativo dell’intera filmografia del regista, che da allora, a cominciare dal successivo “The Village” (2004), ha realizzato film (“Lady in the Water”, “The Happening”) di cui l’industria cinematografica americana odierna poteva fare volentieri a meno.

 
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