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Scritto da Dario Carta   
mercoledì 19 ottobre 2011

Sono il numero quattro
Titolo originale: I Am Number Four
USA: 2011. Regia di: D.J. Caruso Genere: Fantascienza Durata: 110'
Interpreti: Alex Pettyfer, Dianna Agron, Callan McAuliffe, Jake Abel, Timothy Olyphant, Teresa Palmer, Kevin Durand, Beau Mirchoff, Emily Wickersham, Patrick Sebes, Cody Johns, Jeff Hochendoner, James Werley, Peter Mozingo, Jon Braver, Brian Howe, Darren Kendrick, Sean P. McCarthy, Andy Owen, Jason Sheppard
Sito web ufficiale: www.iamnumberfour.com
Sito web italiano: www.sonoilnumeroquattro.it
Nelle sale dal: 18/02/2011
Voto: 6
Trailer
Recensione di: Dario Carta
L'aggettivo ideale: Alieno
Scarica il Pressbook del film
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sonoilnumeroquattro_leggero.pngTitolo in aggiunta al dovizioso catalogo del cinema dell'adolescenza,oggi spettacolo veicolato e ben riposto sulle mense imbandite per la porzione di pubblico del profitto,che il sortilegio della fiaba di "Twilight" e della sua magia ha saputo incantare con i colori di un nuovo sogno,antico come il mistero e leggero come il fascino lasciato negli occhi della giovane generazione.

"Sono il numero quattro" è l'effige del cinema pilotato,il prodotto confezionato per essere rapidamente consumato nel meccanismo di fruizione dello spettacolo che genera la breve malìa di un volo nella fantasia,poi passa e va senza lasciare luci e suoni dietro di sè.
Nel lavoro di D. J. Caruso ("Disturbia","Eagle Eye","Identità violate"),sullo script di Alfred Gough e Miles Millar,brucia lo stesso combustibile che alimenta il franchise di "Twilight",la furba miscela di azione,thriller e idillio,ma il senso dark del soprannaturale e delle creature che popolano la saga è rimpiazzato dalla dimensione di una fantascenza edulcorata dal romanticismo per ragazzi con i dovuti elementi extraterrestri di contorno.

Il regista non fa mancare al lavoro ritmo,velocità e mirabilia degli effetti speciali,ma queste restano precarie soluzioni opzionali alla mancanza di sostanza che caratterizza un ordinario romanzo di amorini sofferti,opportunamente impregnato dello spirito di un'avventura vissuta nelle desaturate emozioni di terrestri e alieni.
Le immagini in apertura mostrano come una manipolo di alieni buoni provenienti dal pianeta Lorien siano braccati dai malvagi Mogadoriani,immancabilmente dotati da occhi feroci e denti aguzzi,che dopo aver invaso e conquistato Lorien,inseguono i nove sopravvissuti sulla Terra per poterli eliminare del tutto.
Dopo che il numero tre incontra il suo destino,il numero quattro (Alex Pettyfer) e il suo protettore (Timothy Olyphant),nelle vesti del padre,fuggono a Paradise,Ohio,dove il numero quattro,nella sua nuova identità di John Smith (!),frequenta il liceo locale venendo a contatto con tutte le realtà che lo animano:Henri (Jake Abel) il maschio dominante,Sam,l'eterna vittima di corridoio e la bella cheerleader Sarah Hart,che John vuole proteggere dai bulli della scuola.
Ma per fare questo John dovrà ricorrere ai suoi superpoteri e si vedrà costretto a rivelare la sua vera identità a Sarah.
Ben presto John sarà bersaglio sia della polizia,cui deve delle spiegazioni,sia dei mogadoriani.

La breve magia che si respira nel film si consuma in fretta nei melodrammi del cinema classico liceale,fra corridoi dei collegi frequentati da bellimbusti arroganti,da sirene fascinose e vacue,da teneri teenager frustrati e dagli araldi della giustizia con fisico prestante e cuore pulito. Pettyfer resta eroe trasognato,uomo extraumano con molto corpo e poco spirito,teso a raggiungere un'identità improbabile mai scritta in una sceneggiatura senza volto e animata su pagine dove l'avventura è vegata con parole troppo lette per raggiungere i sentimenti.

Così il linguaggio della solitudine cui Caruso cerca di dare suono nei protagonisti,non si forma e resta muto in una realta illusoria,come una musica troppo povera che non fa danzare. Il soffio del sottotesto sul deserto dell'anima e sulla tristezza dell'isolamento non si fa senso di pietà per i buoni,testimoni solitari di sè stessi,tenui fiaccole troppo fioche per illuminare un palcoscenico di ovvietà.
Nel film,John rincorre una personalità sfuggente e troppo inserita nei conflitti con le realtà che lo avversano,quella aliena e quella sociale per incarnarsi credibilmente nella figura di chi,come nuovo Pinocchio,vuole diventare vero ragazzo.
L'epilogo e l'enfasi digitale che lo colora è una firma posta in calce ad un lavoro che vive fra color che son sospesi,non meritevole di merito o gogna,ma piuttosto spettacolo poco convincente e molto opportunista,attentamente conformato per le attenzioni del suo pubblico,come un mimo che danza ai suoni e ai riflettori di una platea che si raduna per ammirarlo e applaudirlo.

 
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