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Scritto da Nicola Picchi   
lunedì 29 ottobre 2007

The host
Titolo originale: Gwoemul
Corea: 2006. Regia di: Bong Joon-hoo Genere: Fantascienza Durata: 119'
Interpreti: Song Kang-Ho, Byeon Hie-Bong, Park Hae-Il
Sito web:
Voto: 8
Recensione di: Nicola Picchi

the_host_leggero.jpgIn “The host”, Bong Joon-hoo polverizza fin dal principio tutti i topoi dell’eco-vengeance, dando vita, come ha giustamente notato Le Monde, ad un film “mutante come la sua creatura”. Ormai il plot lo conoscono anche i sassi: rifiuti tossici scaricati nel fiume Han da una base militare americana provocano la nascita di una creatura anfibia, la quale si ricava una tana nei condotti delle fognature e, per sopravvivere, si nutre di esseri umani. Quando rapisce Hyun-seo, la figlia di Gang-du, che gestisce una bancarella di generi alimentari sulle rive del fiume, tutta la famiglia cercherà di salvarla, impegnandosi in una frenetica corsa contro il tempo. Fin qui sembrerebbe rientrare nei canoni della categoria, se non fosse che sotto le mentite spoglie del film di genere si cela un corrosivo pamphlet contro il neocolonialismo made in USA, nonché una riflessione sul grottesco asservimento della politica sud-coreana agli interessi americani. Bong Joon-hoo, pur omaggiando gli archetipi del genere per vie trasversali, se ne frega altamente dei manuali di sceneggiatura e delle convenzioni sulla costruzione della suspense, mostrandoci la creatura dopo i primi cinque minuti in tutto il suo inquietante splendore by Weta Digital. I cambi di registro narrativo sono vorticosi eppure coerenti, ed il tono è ora satirico (l’incompetenza delle autorità e la stupidità dei militari, l’Agent Yellow contro le armi batteriologiche), ora buffonesco (la fuga della famigliola dall’ospedale), ironico (i manifestanti no-global che indossano t-shirt con il faccione di Gang-du, la psicosi da epidemia) ma anche drammatico (Hyun-seo con il bambino, la caccia al mostro), in una girandola governata con mano sapiente ed indiscutibile abilità registica. Conseguentemente con gli assunti di partenza, a salvare Seoul non saranno né la polizia né i militari e neanche gli scienziati che postulano l’esistenza di un virus che non c’è, ma la famiglia di Gang-du, un gruppetto di perdenti all’ennesima potenza che il regista ritrae con affetto e comprensione umanissimi: Gang-du è una persona semplice, con un quoziente d’intelligenza non proprio elevato, mentre il fratello è un laureato disoccupato e la sorella una perenne abbonata alle medaglie di bronzo nelle competizioni di tiro con l’arco. Con l’aiuto del padre ed il fondamentale contributo di un barbone reclutato per caso, il gruppo riuscirà ad avere ragione della creatura ma non a salvare Hyun-seo, considerato che, dopotutto, siamo in Corea e non a Hollywood. Inquietudini ecologiste e satira politica non appesantiscono mai il film, dove tutto si amalgama perfettamente, CGI compresa, e che appare sempre fluido ed inattaccabile.
A questo si aggiungano dialoghi azzeccatissimi e grande attenzione alle psicologie, il supporto di un ottimo cast, su cui svetta il magnifico Song Kang-Ho (già in Memories of murder), l’inaspettata e luminosa fotografia di Kim Hyung-ku, la notevolissima colonna sonora di Lee Byung-woo… insomma, che altro serve perché i distributori italiani si accorgano di questo film, che tra l’altro in Corea è stato un blockbuster ed è uscito quasi dappertutto? Ma forse, davvero, siamo soltanto la periferia dell’impero e ci toccano in sorte solo i suoi sottoprodotti predigeriti.

 
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