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The Lobster PDF Stampa E-mail
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Scritto da Domenico Astuti   
venerdì 04 dicembre 2015

Titolo: The Lobster
Titolo originale: The Lobster
Grecia, Gran Bretagna, Irlanda, Paesi Bassi, Francia 2015 Regia di: Yorgos Lanthimos Genere: Fantascienza Durata: 118'
Interpreti: Colin Farrell, Rachel Weisz, Jessica Barden, Olivia Colman, Ashley Jensen, Ariane Labed, Aggeliki Papoulia, John C. Reilly, Léa Seydoux, Michael Smiley, Ben Whishaw, Roger Ashton-Griffiths, Rosanna Houl
Sito web ufficiale: www.thelobsterfilm.com
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 15/10/2015
Voto: 6
Recensione di: Domenico Astuti
L'aggettivo ideale: Banalmente originale
Scarica il Pressbook del film
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thelobster_leggero.pngLanthimos è un giovane regista greco che ha diretto cinque film fino a ora; il primo è stato My Best Friend che ha girato assieme al suo maestro Lakis Lazopoulos ( un personaggio poliedrico e famosissimo in Grecia, drammaturgo, attore, cantautore, collaboratore di riviste politico-satiriche ), ha diretto quindi da solo Kinetta, un film sperimentale.
Poi Kynodontas, mentre Alps è il suo quarto film.

The Lobster è stato premiato a Cannes con il Gran Premio della Giuria. Tutti i suoi film hanno girato per i più importanti Festival, ha vinto con il film Kynodontas la sezione Un certain Regard a Cannes ed è stato candidato dalla Grecia come miglior film straniero per gli Oscar, mentre Alps ha ottenuto il Premio Osella come migliore sceneggiature a Venezia.
Insomma un classico regista autorale da Festival, e pensando alle sue pellicole si può affermare che le sue storie sono una sorta di laboratorio sociale, un’operazione con i bisturi nelle viscere degli uomini; i suoi personaggi sembrano delle cavie pronte a doversi difendere da una natura ( anche umana ) corrotta e delirante.
In cui è completamente interrotta la comunicazione tra gli esseri umani ( dei sentimenti come li intendiamo, nemmeno a parlarne ). Storie in cui i padri segregano i figli in casa e non hanno più nemmeno un nome, in cui passano il tempo con giochi a dir poco insensati come chi resiste di più con un dito sotto il getto d’acqua calda o chi si riprende per prima dopo essersi stordito col cloroformio, in cui gli animali di casa possono diventare i peggiori e più feroci nemici dell’uomo, in cui i pesci compaiono dal nulla in una piscina. Dove una squadra formata da un paramedico, un’infermiera, una ginnasta e il suo allenatore impersonano dei cari estinti per i loro clienti-parenti e chiedono anche se preferiscono un’interpretazione particolare. Il regista è abituato a raccontare con algida lucidità l’essere umano, chiuso in una follia folle ma allo stesso tempo credibile come se ci trovassimo in una fiaba contemporanea destinata a una immobilità senza prospettive e prive di qualsiasi possibilità di finale assolvente.
Dove I temi della morte e della sostituzione restano una delle cifre stilistiche dell’autore, mentre esteticamente propone volutamente una visionarietà inadeguata tecnicamente. Insomma sembra di essere dalle parti del Cinema di Haneke per crudezza e disillusione ma senza avere quel tocco di lucido raziocinio e di onestà intellettuale, ricorda per accondiscendenza morbosa il Cinema di Cronenberg senza però quella geometria e perfezione dell’immagine, senza quel bisogno di riflessione esistenziale.
Insomma uno di quegli autori intellettuali che ama mostrarsi, che gioca a fare il filosofo-esistenziale, che ama il lato metafisico dell’essere umano e gioca a vivisezionarlo ma da un solo punto di vista. Un autore che più che della sincerità e della ricerca si compiace a spiazzare lo spettatore, quasi fine a se stesso, a volte poco credibile.
Un autore tipicamente da festival che piace a quegli intellettuali che restano affascinati dal cupo, dall’algido e dall’esasperazione quasi maniacale e per questo non fanno caso alla vera ricerca e all’onestà dello scopo e della scoperta.

In un futuro che sembra più passato ( città, case, abiti, automobili ) c’è una società tirannica che impone ritmi di vita alienanti. Tra i divieti c’è quello di non poter essere o ritrovarsi da soli affettivamente dopo i trent’anni. Si rischia l’arresto e si viene deportati in un resort freddo e solitario come una sala morgue. Qui si hanno 45 giorni per trovare l’anima gemella, ma si ricevono anche delle punizioni e delle privazioni fine a se stesse ( per un giorno e mezzo iniziali bisogna avere una mano legata al corpo ), oltre ad essere costretti a rispondere ad un questionario volutamente bizzarro.
Qui tutti sono costretti a trovare l’anima gemella altrimenti dopo il periodo saranno trasformati nell’animale che hanno segnalato appena arrivati, il nostro protagonista rischia di trasformarsi in una aragosta. David ( un Colin Farrell ingrassato e ingrigito, in una prova d’attore del tutto inutile ) giunge al resort, si adegua alla vita da subito e senza sussulti, fa qualche amicizia, obbedisce a tutte le regole, e finalmente si accoppia con una donna senza cuore che lo maltratta e allora per pura sopravvivenza la uccide; viene aiutato da una cameriera dell’hotel a nascondere il corpo e scappa via nel bosco circostante.
E’ evidente che qui ci sono i ribelli, coloro che non accettano le regole di questa società futuribile e vogliono vivere senza amore ma liberi, dormendo al freddo e nascondendosi da chi li vuole uccidere. Il capo dei ribelli solitari è una bellissima e anaffettiva donna bionda ( Lea Seydoux ) che diventa spietatissima quando si accorge che qualcuno prova dei sentimenti; infatti quando David si innamora realmente della solitaria donna miope ( Rachel Weisz ), porta la donna in uno studio oculistico in città e la fa accecare mentre a David gli fa preparare una tomba per quando morirà. Ma i due innamorati riusciranno a scappare nonostante tutto e in un fast food, lui dovrà decidersi se accecarsi con un coltello da bistecca per diventare come l’amata.
E il finale resta aperto, con David nel bagno del locale che si punta il coltello all’occhio ma non sembra decidersi.

Attraverso una struttura di fantascienza ( a noi sembra più un sogno delirante che non una possibilità di un futuro ) Lanthimos ci racconta una metafora, un po’ sfocata e per palati buoni, della ricerca di una persona con cui vivere – più che innamorarsi – attraverso riti collettivi, strutture predisposte da un sistema sociale che preferisce gli esseri umani in coppia per poterli meglio controllare e togliergli qualsiasi desiderio individuale.
Quasi che la sofferenza di coppia aiuti meglio all’odio condiviso. Questa è l’idea centrale del film ma ce ne sono varie altre, nessuna però davvero affrontata, come la negatività dell’organizzazione sociale contemporanea o la rappresentazione della mercificazione dei sentimenti.

Trailer



 
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