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Scritto da Fabio Fusco   
domenica 21 gennaio 2007

Lady in the water
USA: 2006. Regia di: M. Night Shyamalan Genere: Fantasy Durata: 110'
Interpreti: Paul Giamatti, Bryce Dallas Howard, Andrew Aninsman, Bob Balaban, J. Bloomrosen, John Boyd
Recensione di: Fabio Fusco

ladyinthewater.jpgM. Night Shyamalan, a un anno di distanza dal precedente, splendido The village, riprende a riflettere sulla condizione umana sfruttando clichè e convenzioni del cinema di genere. Uno dei più grandi autori di Hollywood sceglie questa volta di abbandonare i territori del thriller soprannaturale a tinte horror per giocare con personaggi, ruoli e stilemi tipici della fantasy e delle fiabe. L’idea per Lady in the water, ormai lo sanno tutti, è nata da una storia che il regista inventò una sera, una favola da raccontare ai figli prima della buona notte. Lentamente il microcosmo del Blue World con le sue narf, gli scrunt e i tartutic cresce nella mente del cineasta fino a diventare un albero che produce due frutti distinti: un libro (illustrato da Mark “Crash” McCreery) e il copione per un film. Indeciso fra questo script e quello di The village, Shyamalan si risolve infine a girare il secondo, complice anche un periodo piuttosto oscuro della sua vita. Terminato The village, il filmaker sottopone alla Disney (con la quale aveva girato tutti i suoi precedenti film a partire da Il sesto senso) il progetto Lady in the water ma la compagnia rifiuta la sceneggiatura, giudicandola di basso potenziale e spaventata da alcuni personaggi e implicazioni della stessa. Piccolo inciso: se la Disney ha dimostrato ottime capacità imprenditoriali nel rifiutare un lungometraggio che al momento non ha raccolto né incassi né plausi da pubblico e critica, è anche vero che si è comportata nel peggiore dei modi possibili con uno dei suoi autori di punta. Quando si ha in scuderia un narratore di grandi visioni che ha fatto guadagnare miliardi di dollari (esatto, avete letto bene) con le sue precedenti pellicole, il minimo che ci si aspetta da una società lungimirante è il lasciare una certa libertà creativa al suo talento, certi che eventuali perdite di denaro verranno colmate in futuro da nuovi successi. Questo, come tanti altri episodi, è sintomo di un continuo decadimento nel processo creativo/produttivo di Hollywood che ormai non riesce nemmeno più a guardar al guadagno per il guadagno quanto piuttosto a sfornare prodotti sempre più chiusi entro certi limiti creativi. Shyamalan non batte ciglio, attraversa la strada e bussa alla porta della Warner Bros che si dimostra entusiasta dell’idea, mettendo a disposizione un budget di circa 75 milioni di dollari e assecondando alcune sue richieste tipiche (riprese vicino a Philadelphia, casting, ecc ecc). Gli shootings durano due mesi, settembre e ottobre 2005 e il film ha infine esordito il 23 luglio 2006 su circa 3000 schermi statunitensi. La Trama Cleveland Heep è il custode tuttofare di The Cove, uno stabile con piscina che ospita una variegata fauna di inquilini, molti dei quali eccentrici. Una notte, indagando su chi sia il misterioso individuo che nuota dopo le 19.00 (è proibito dal regolamento), Cleveland rischia di annegare e viene salvato da una donna misteriosa, Story. Questa altri non è che una narf, sorta di ninfa oceanica che deve tornare nel proprio mondo ma solo attraverso determinate condizioni che, fra l’altro, prevedono la collaborazione di alcuni degli inquilini. Il suo rientro a casa porterebbe segnerebbe il progressivo allontanarsi, per l’umanità, dal clima di violenza ed egoismo che permea la nostra epoca. Il rimpatrio è però ostacolato dai mortali scrunt, specie di lupi verdastri, col dorso ricoperto di lame d’erba, in grado di mimetizzarsi alla perfezione nei prati e fra la vegetazione. Story, avvelenata dallo scrunt, rischia di morire prima del suo ritorno nel Blue World: la sua salvezza passa attraverso la presa di coscienza, da parte dei protagonisti, dei propri ruoli nel mondo. Il Cast Tecnico Scritto e diretto da M. Night Shyamalan, Lady in the water si avvale di un insieme impressionante di professionisti, ognuno di loro noto e apprezzato nel proprio campo. Per illuminare e fotografare il microverso di The Cove è stato chiamato Christopher Doyle, prediletto da Kar Wai Wong e in grado di giocare abilmente fra ambienti acquatici, interni illuminati e scuri e macchie di vegetazione usando in alternanza una palette di toni ombreggiati e smorzati per poi lasciar esplodere la luce in sequenze più vivide. Questo australiano di nascita, cinese di adozione e cittadino del mondo per vocazione ha vissuto una carriera in costante ascesa che lo ha portato dai brillanti (in tutti i sensi, visto che una delle caratteristiche principali del suo lavoro è l’impiego di luci e colori splendenti) esordi fino a pellicole quali Hong Kong Express, In the mood for love, Psycho, lo splendido Infernal Affairs e 2046. Impressionante il suo palmares in vari festival orientali, da ricordare anche una vittoria a Cannes nel 2000. Le musiche sono affidate al pluripremiato James Newton Howard che ha all’attivo più di 100 colonne sonore fra le quali quelle di campioni d’incasso come Collateral, King Kong e Batman begins. James Newton Howard ha firmato lo score musicale per tutti i film del regista a partire da Il sesto senso in poi. Ben 6 nomination all’Oscar (una per The village), 3 al Golden Globe e una al Grammy e una serie di vittorie in vari altri premi fanno di questo cinquantacinquenne losangeleno uno dei compositori più validi e ricercati in tutta la Mecca del cinema. Il montaggio è stato affidato a Barbara Tulliver che già in Signs si era dimostrata capace di comprendere esigenze e stile di un regista molto distante dalla tipica AVIDità dei suoi contemporanei mentre ai costumi troviamo l’esperta Betsy Heimann, in attività dal lontano 1979 e con un curriculum di una quarantina di film fra i quali brillano, per il suo lavoro, titoli quali Quasi famosi e Vanilla Sky. Di scenografie ed effetti speciali ci occuperemo nella sezione dedicata al “Covo”, alla quale vi rimandiamo per ogni ulteriore informazione. Il Cast Artistico Ogni grande regista valorizza sa come trarre il meglio dagli attori a disposizione e questo è un campo nel quale M. Night Shyamalan eccelle persino fra i suoi pari status. Dopo aver ridato slancio e smalto alla carriera di Bruce Willis, dopo averci offerto un Mel Gibson intenso e serio, un Joaquim Phoenix sfaccettato e un William Hurt più autoritario e risoluto del solito ora le luci della ribalta illuminano un 39enne del Connecticut poco abituato a ruoli di primissimo piano. Paul Giamatti ha un fisico e un volto che paiono condannarlo a ruoli da spalla o coprotagonista, svolti peraltro in maniera esemplare ogni volta se ne sia presentato il caso (si veda per esempio l’esilarante Sideways o, pescando più indietro, Man on the moon). In questo caso ombreggia occhi e viso con il dolore di una perdita (il suo personaggio, Cleveland Heep, ha perso moglie e prole per mano di un killer) e cerca di misurarsi con i molteplici toni proposti dal filmaker, che variano dalla love story al dramma, dall’ironico all’intimo. Giamatti supera la prova brillantemente indossando i panni di questo custode buono e triste, panni che rischiano di valergli il prossimo Oscar. Bryce Dallas Howard ha 25 anni, un volto splendido nelle sue asimmetrie, capelli rossi, occhi alieni e una predilezione per ruoli intensi che ci fanno pensare a una erede (più carina) di Sissy Spacek. Se in The village il suo ruolo prevedeva più battute e maggior azione, in questo caso la giovane californiana deve incentrare gran parte della prova sulla capacità espressiva dei suoi lineamenti, relegata com’è per la maggior parte del tempo in angoli bui o rannicchiata sotto la doccia. Fra i titoli all’attivo anche Il grinch, Manderlay e l’imminente Spider-Man 3 (nel ruolo di Mary Jane Watson!). L’insieme dei coprotagonisti è coperto da volti meno noti ma non per questo poco efficaci: si passa da Jeffrey Wright (visto nei recenti Broken Flowers e Syriana, qui tratteggia un padre abilissimo con le parole crociate e gli enigmi) alla strepitosa e sexyissima Cindy Cheung che brilla per ironia e leggerezza nei panni Young Soon fino a Bob Balaban che impersona un critico cinematografico misantropo e cinico. Impossibile nominare ogni singolo attore del resto del cast, rimane però da ricordare che M. Night Shyamalan si ritaglia questa volta un ruolo importante invece del solito cameo. Il regista interpreta la figura di uno scrittore cui Story porterà sia ispirazione per compiere un importante gesto sia la rivelazione di quel che lo attende nel futuro. Volto dolce e modi quieti, il filmaker appare a suo agio anche davanti alla macchina da presa, pur non lasciando impronte decisive. Il Narratore Manoj Nelliyattu Shyamalan è nato nel 1970 in India ma cresciuto negli Stati Uniti d’America (Philadelphia): i genitori (entrambi medici) gli impongono una rigida educazione in una scuola cattolica pur essendo di altra religione. Ben presto il “piccolo” Night comincia a girare cortometraggi accumulandone circa una quarantina. Frequenta la Tisch School of the Arts (Università di New York), una delle scuole di cinema più famose e importanti degli USA. Il 1992 è l’anno di Praying with anger (scritto, girato e interpretato), lungometraggio basato sull’esperienza del suo ritorno in India, che gli vale un premio al American Film Institute di Los Angeles e buone recensioni. Spinto dai riscontri positivi, nel 1995 gira Wide awake e scrive la sceneggiatura di Stuart Little. Il successo mondiale è dietro l’angolo e arriva nel 1999 con Il sesto senso: sei candidature all’Oscar e oltre 600 milioni di dollari di incasso in tutto il mondo fanno del giovane indiano un autore dal grande potere contrattuale. Potere e fama che vengono rafforzati da Unbreakable nel 2000 e da Signs nel 2002. Il successo, ottenuto così giovane, corre il rischio di incrinarsi con The village che segna un brusco stop sia per quanto riguarda le critiche positive che l’afflusso del pubblico; si vedrà ora come reagirà alla pressione uno Shyamalan post rottura con la Disney. Straordinaria sintesi di autorialità e successo commerciale, Shyamalan pesca a piene mani nel cinema di genere facendo leva su simboli e clichè per arrivare a parlare di massimi sistemi, delle nostre grandi paure e aspettative senza mai rinunciare a uno stile e una poetica facilmente riconoscibili al primo sguardo.

 
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