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Painted Skin: The Resurrection PDF Stampa E-mail
Valutazione utente: / 30
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Scritto da Nicola Picchi   
mercoledì 03 ottobre 2012

Titolo: Painted Skin: The Resurrection
Titolo originale: Hua pi II
Cina: 2012. Regia di: Wu Ershan Genere: Fantasy Durata: 131'
Interpreti: Zhou Xun, Vicky  Zhao, Aloys Chen, Mini Yang, William Feng, Kris Phillips, Chen Tingjia
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Amniotico
Scarica il Pressbook del film
Painted Skin: The Resurrection su Facebook

painted_skinthe_resurrection_leggero.pngSequel solo nominale del “Painted Skin” (2008) di Gordon Chan, a sua volta remake dell’ultimo film di King Hu, vagamente ispirato a una breve novella di Pu Songling, “Painted Skin: The Resurrection” utilizza alcuni degli attori del film precedente (tranne Donnie Yen) per narrare una storia completamente diversa.
Il filo conduttore è lo spirito volpe Xiaowei, sempre interpretata da Zhou Xun, la quale si trova reclusa in una prigione di ghiaccio per aver salvato la vita a un umano.
Liberata dal demone-uccello Qu’er, Xiaowei deve trovare qualcuno che le doni liberamente il proprio cuore, per poter alfine diventare umana.
Dopo essere stata salvata da un misterioso cavaliere, che si rivela essere la principessa Jing, rimasta sfigurata in volto dopo l’aggressione di un orso, Xiaowei decide di seguirla a White City. Arrivata in città si accorge dell’amore, apparentemente non ricambiato, che Jing prova nei confronti del generale Huo Xin, e architetta un piano per raggiungere il suo scopo.

Torna il “wuxia shenguai” (ovvero con elementi fantastici) in dimensioni ipertrofiche da blockbuster, affidato alla regia di Wu Ershan, che si era fatto notare due anni fa con il suo film d’esordio, la scatenata commedia d’arti marziali “The Butcher, the Chef and the Swordsman”.
Il suo stile barocco, che attinge senza inibizioni al linguaggio videoludico nelle sequenze d’azione e non ha il timore di sconfinare in eccessi dichiaratamente kitsch, sembra in effetti appropriato per narrare una favola in grado di catturare l’attenzione delle smaliziate platee contemporanee.
Il che non esclude alcune sottigliezze di regia che, come si vedrà più oltre, sono essenziali per cogliere il “cuore” (strappato) del film. Cuore che consiste nel rapporto che si instaura tra Xiaowei e Jing, nell’apparente dicotomia tra le due donne, le quali sono a prima vista l’una il contrario dell’altra. Lo spirito volpe è bellissima e seducente, in grado di avere qualsiasi uomo desideri; la principessa Jing, unica nubile tra le 14 figlie del sovrano, porta una maschera d’oro per celare le cicatrici che le deturpano il volto e non riesce ad avere l’amore di Huo Xin.
Inoltre Xiaowei è un demone e non ha cuore, ragion per cui per sopravvivere ha bisogno di nutrirsi di cuori umani, ed è costantemente minacciata dal ghiaccio che vorrebbe imprigionarla, mentre Jing ha il cuore caldo, talmente caldo da essere l’unica in grado di allontanare il gelo da Xiaowei. Ma gli opposti (caldo/freddo, bello/brutto) sono tali solo esteriormente.

Quando lo spirito volpe seduce Huo Xin, con una danza che non ha nulla da invidiare a quella di Salomè, la frattura tra le due donne appare insanabile. Eppure dopo lo scambio di pelle che permetterà a Jing, sotto le sembianze di Xiaowei, di passare la notte con Huo Xin, queste due figure femminili diventeranno speculari, quasi gemellari, come sottolineato da Wu Ershan in inquadrature di grande eleganza, e dalla separazione arriveranno all’unità, diventando quasi un’unica donna.
E se lo scambio avviene, come fosse una seconda nascita, in un’acqua che ha la consistenza del liquido amniotico, quando Jing sarà pronta a donare liberamente il proprio cuore e Xiaowei la propria pelle, la sequenza verrà filmata come fosse la dolorosa separazione di due gemelle siamesi. Due gemelle destinate a ricongiungersi ancora un’ultima volta, il cui destino sembra essere asservito al desiderio maschile che, come si sa, passa attraverso lo sguardo.
E allora tanto varrà cavarsi gli occhi per non tradire i propri sentimenti perchè, come riconosce Xiaowei, “Il cuore umano è caldo, ma amaro”. Ad alleggerire l’insieme non mancano i momenti comici, come d’abitudine (vedi “The Sorcerer and the White Snake”) delegati al flirt tra Pang, uno sprovveduto cacciatore di demoni, e Qu’er, demone-uccello talmente insignificante da non essere neanche citato nell’Almanacco dei Demoni.

Wu Ershan si sbizzarisce con duelli che sono corteggiamenti e corteggiamenti che sono duelli, dando libero sfogo al proprio talento visivo nei combattimenti in slow-motion tra Huo Xin e le barbare armate dello stato di Tianlang, che tuttavia rimangono accessori e di contorno rispetto al tema principale.
La stupenda (e bravissima) Zhou Xun è molto diversa dal “demonio orrido, dalla faccia verde e dai denti acuminati come quelli di una sega” descritto da Pu Songling, anche quando è provvisoriamente trasformata dagli effetti CGI, i quali si attestano sulla media cinese. Le tiene testa una altrettanto efficace Vicky Zhao (Mulan), mentre Aloys Chen è abbastanza debole, sia come oggetto del desiderio che come imbattibile guerriero. Pessimo e gigione fino all’intollerabile Kris Phillips, popstar sino-americana, nel ruolo dello stregone di Tianlang.
Girato in Tibet con un budget di 23 milioni di dollari, “Painted Skin: The Resurrection” è un blockbuster tutto al femminile, che sarebbe un peccato lasciarsi sfuggire.

 
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