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The Illusionist PDF Stampa E-mail
Valutazione utente: / 4
ScarsoOttimo 
Scritto da Alessandro Beria   
mercoledì 07 maggio 2008

Titolo: Illusionist
Regista: Burger
Interpreti: Edward Norton, Paul Giamatti, Jessica Biel, Rufus Sewell, Eddie Marsan, Jake Wood, Tom Fisher, Aaron Johnson, Eleanor Tomlinson, Karl Johnson, Vincent Franklin, Nicholas Blane, Philip McGough, Erich Redman, Michael Carter
Genere: Fantasy
Nazionalità: USA
Produzione: Eagle Pictures Repubblica Ceca, USA 2006
Dati tecnici: 110 min. - colore - 9 Singola faccia, doppio strato (Formato video 1.85:1 Anamorfico) - PAL Area 2
Lingua audio: Italiano: Dolby Digital 5.1 EX - Inglese: Dolby Digital 5.1
Lingua sottotitoli: Italiano, Italiano per non udenti
Contenuti Speciali: Trailer cinematografico italiano; Trailer cinematografico originale; Commento audio del regista Neil Burger per tutta la durata del film; Backstage; Interviste esclusive al cast

Voto del recensore: 7/10 – film piacevole

theillusionistleggero.jpgThe Illusionist: ovvero, la grande ironia della vita.

Dizionario Garzanti della Lingua Italiana, ed. 1965, estratto:
‘Illusione’: dal latino illūsĭo, -ōnis ‘ironia’, poi ‘derisione’, originato dalla radice del verbo lūdĕre, cioè ‘giocare, scherzare’.
‘Illusionismo’: 1. arte di compiere atti o esercizi che sembrano prodigi; 2. rappresentazione che per la grande verosimiglianza dà la sensazione della realtà. Derivato da ‘illusione’.
‘Illusionista’: chi dà spettacoli di illusionismo; prestigiatore.

Che ‘The Illusionist’ sia un film affascinante, lo si evince già dal titolo: siamo nel mondo dell’Illusione, dove giace ciò che è vero-simile, ma non è mai vero del tutto, dove il gioco delle vite è gioco delle forme che la vita può assumere e dei ruoli per cui ci si illude di essere nati; è il mondo della de-formazione delle immagini, in particolare di quelle socialmente connotate, dal figlio dell’Imperatore ed erede al trono, all’ufficiale patriota che segue il sogno (anch’esso è illusione?) della carriera, agli amanti che vivono nell’illusione del ricongiungimento, per sopravvivere nella realtà della separazione. La trama ha il gusto della fiaba antica e il sapore della Vienna ottocentesca, dove la Corte è ombelico del mondo o, almeno, di un certo mondo, quello dei nobili, che, per i più, è soltanto un’illusione. Il protagonista è misterioso, scivola nel tempo quale inventore di inganni, lasciando nella realtà del film l’impronta di un genio. I nemici sono folli, ma non sono stupidi. Sono intelligenti, metodici, razionali, eppur figli di una ragione violenta che li eliderà come ombre tra le ombre evocate dall’Illusionista.
Insomma, il titolo pre(o)mette bene.
Noi, seguendo il film, iniziamo così:

- Come ci riesce?
- Lui non parla più, ormai.

L’inizio parte dalla fine, dall’ultima relazione che il pronto ispettore capo Uhl (non ancora del tutto corrotto, come dirà e dimostrerà nel racconto a retrocedere) riporta al Duca, potenziale erede dell’Imperatore d’Austria. Cioè si parte da una necessità di conoscere e s-piegare, dal desiderio di svelare un mistero che è ostacolo alla piena realizzazione del Potere del Malvagio, potere fondato sulla dis-illusione della Corte, del Popolo e dei cari, tutti oggetti finalizzati ad un potere personale, radicale, selvaggio, che è opposizione netta a quello magico, raffinato e, in qualche modo, simbolo di libertà e trascendenza, che è il potere dell’Illusione di Eisenheim (Edward Norton).
Raccontare la storia è svelarne i nascondigli: pertanto più che una recensione, qui si farà un commento su alcuni temi e alcune proposte di senso che l’“Illusionista”, come film e come personaggio, ci ha lasciato.
Ritornando alla domanda iniziale (‘Come ci riesce?’), il film ci proietta subito in mezzo ad una primordiale opposizione: quella tra un “bifolco” che è ‘diverso’ perché ‘sa’ (e può manipolare grazie al proprio sapere) ed il Potere, che sa ciò che per legge è scritto e che tenta di sottrarre all’individuo il suo sapere, proprio affinché divenga sapere al servizio del potere instaurato. È subito frattura: sociale e individuale. Sociale, perché il diverso deve allontanarsi dalla società delle classi (paradossalmente pure dalla propria classe, in quanto sa e desidera sapere di più, cioè non si con-forma); individuale, perché il diverso non può accedere ad una vita sentimentale/sociale che trapassi i ranghi sociali stabiliti, con il rischio che il suo esempio possa illudere il popolo di poter realizzare il salto proibito verso i ceti più elevati e, in particolare, verso la vita di Corte.
Che poi le due fratture siano separate, bé, anche qui è pura illusione J.
Comunque, instaurata la tensione tra il Diverso e il Potere, il film procede all’integrazione del proprio senso nel modo più consueto e consolidato: l’amore per una donna (Jessica Biel, alias Sophia), che capita essere nobile e quindi destinata ad un matrimonio vincolato dal Potere. C’è una sequenza, talismano-vita-morte, che, coinvolgendo i due amanti oltre il tempo del distacco, si fa struttura portante del racconto. Tale sequenza amplia il tema della separazione come mancata illusione, ossia come ‘trucco’ mal riuscito che richiede il perfezionamento che solo il tempo può garantire. Perfezionamento che, una volta raggiunto, consente il ritorno e il rilancio della sfida iniziata al momento del distacco, con nuovi assi nella manica, si potrebbe dire, e nuova saggezza. Perché magia non è solo arte, prodigio e prestidigitazione, ma è anche raccoglimento in sé, acquisizione di una propria visione del mondo che, tramite la pratica dell’illusione (a questo punto, quasi una simulazione virtuale), l’illusionista, massimamente dis-illuso tra i disillusi, tenta di veicolare al pubblico, intercalando la ‘magia’ con una sorta di ‘filosofia’ del vivere, essendo la magia, di fatto, frutto delle conoscenze apprese durante i viaggi fisici e psicologici di chi si è fatto ‘Mago’.
Ecco perché il tema della sfida con il Potere al fine di raccogliere l’Amore si gioca su un palco di teatro, sia esso di corte o popolare: un illusionista non ha più bisogno di un supporto specifico nel reale; è la realtà il terreno della sua illusione, un po’ come il vaso vuoto da cui nasce l’albero di arancio, il cui segreto solo alla fine e per brevi flash ci è dato conoscere. Ed è, tra gli altri, il mistero della simulazione della ri-nascita, dove in realtà non c’è mai stata la morte o, più propriamente, dove la separazione vita-morte è stata un’ennesima illusione, un felice inganno.
Il teatro è, etimologicamente, il luogo ‘dove si osserva, dove si posa lo sguardo’: l’illusionista è chi quello sguardo lo fa posare dove vuole e l’osservazione la orienta verso i propri obiettivi. Perché, se il Potere non si può vincere con la forza (questo è impensabile), non è detto che non si possa e-luderlo, giocando con / e in una illusione perfetta. Il Nemico accetta la sfida e si illude di vincerla. Perde perché non riconosce che la propria vittoria (che è fittizia) è in realtà la sua sconfitta (che è reale). Inversione delle modalità, dei tempi e dei ruoli. Questo accade nel film. Qui sta il gustoso in-trattenimento. L’Illusionista intrattiene i personaggi del film, li lega a sé, li libera, li riprende, e al contempo intrattiene chi guarda il film, lo raggira, lo avverte, infine lo rende, in parte, ma solo in parte, partecipe della perfetta illusione cui, da spettatore, ha partecipato.

Discretamente il film ragiona sul Potere dell’Illusione: con l’illusione si può sfidare l’intelligenza razionale e trasmettere conoscenza (albero di arance, ipotesi del Duca); si può far credere nel cedimento della barra tra vita e morte e per i fini più diversi (numero dello specchio); si possono forgiare dei seguaci, quando si riesce a far sì che le persone “non sembrano pensare che sia un trucco” (l’evocazione degli spiriti); si può svanire, anche se ci si è solo dis-locati (sparizione); e via dicendo.
Questo tratto ‘esplicativo’ delle conseguenze del se-durre con l’illusione costituisce uno stimolo interessante che il film regala allo spettatore pressoché gratuitamente, in modo trasparente e chiaro. Il film propone poi una rilettura del tema della ragione e del suo metodo, individuando dove la ragione può essere fallace, per esempio laddove non si riconduce ad una visione olistica e complessiva degli eventi e dei caratteri (per esempio, nel film si riflette sul fatto che le personalità di ognuno non possono essere ignorate nel computo statistico e deduttivo anti-illusione: se capiterà di vedere il film, si osservi il Duca, l’ispettore capo Uhl, e così via…).

Due parole sul protagonista, l’illusionista Edward Norton. Convincente perché profondo, sensuale, deciso nell’interpretare il prestigiatore che, avendo compreso nei suoi viaggi tutti i misteri, torna all’origine per comprendere l’unico mistero che (gli) è rimasto insoluto: l’amore per la donna amata. Tentando di ri-comporre questo intimo scompiglio nell’ordine delle cose, si trova a dover incantare con sguardo penetrante i presenti, a dissimulare rabbia e odio, a simulare affettazione che però è sempre pro-vocatoria e diciamo che, per tutto il film, pare riuscirci davvero bene. Mr Norton, ormai anni dopo e oltre ‘Fight Club’, non ci delude per nulla. Al massimo si concede di illuderci un poco.

 

 
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