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Scritto da Nicola Picchi   
mercoledì 23 luglio 2008

The Wall Passer
Titolo originale: The Wall Passer
Taiwan: 2007 Regia di: Hung Hung Genere: Fantasy Durata: 108'
Interpreti: Chang Yung-cheng, Lee Chia-ying, Zhang Yongzheng, Lu Chia-hsin, Leon Dai
Sito web:
Voto: 6
Recensione di: Nicola Picchi

the-wall-passer_leggero.jpegDopo che la sua città viene rasa al suolo da un devastante terremoto, il diciassettenne Tye si trasferisce con i genitori a Real City. Durante la visita ad un museo incontra NoNo, e si innamora di lei. In seguito la ragazza scompare e Tye, venuto in possesso di una pietra che gli permette di viaggiare tra i mondi, si mette alla sua ricerca. Troverà invece una seconda ragazza, Ya-hung, e scoprirà, forse, di essere solo un personaggio in un mondo virtuale da lei progettato.
“The Wall-Passer”, ispirato molto alla lontana al racconto “Le Passe Muraille” dello scrittore francese Marcel Ayme, è un film sul passaggio della “linea d’ombra”, ovvero sull’abbandono dei sogni dell’adolescenza in favore di una sofferta maturità e dell’accettazione del mondo così come è, realizzato nei modi del melanconico apologo fantascientifico sovrabbondante di metafore, alle volte efficaci, alle volte meno. Il tutto si tiene insieme grazie all’indiscutibile eleganza delle soluzioni visive, dalle accurate alternanze di pieni e di vuoti delle inquadrature, alle fughe prospettiche delle architetture che segmentano lo spazio togliendo aria e fiato.
Real City, gelida e tecnologica, è un microcosmo costrittivo, da cui il giovane Tye cerca di evadere rifugiandosi in un “Altrove” che, all’inverso, è il mondo della natura, dove lo sguardo può ancora congiungersi con l’orizzonte, sia pure alla fine del creato. Per disegnare la sua esile distopia, che non è altro che il mondo svuotato dall’abbandono delle illusioni, Hung Hung si affida ad un raro talento compositivo e alle tonalità metalliche e bluastre dell’ottima fotografia di Jake Pollock, che da sola definisce un mood hi-tech.
Inoltre fa un uso indovinato delle retroproiezioni, alla maniera del Lars Von Trier di “Europa” che però le utilizzava in senso espressionistico-wellesiano mentre il regista le sfrutta per rimarcare la distanza tra Tye e la realtà che lo circonda. Il protagonista, com’è proprio dell’adolescenza, si sente estraniato dall’ambiente circostante ed ha forti problemi di comunicazione, non solo all’interno della sua famiglia, totalmente alienata, ma anche con la stessa NoNo tanto che, nonostante la ragazza abbia innestato un orecchio bionico che le permette di avvertire i suoni con un’intensità superiore alla norma, i due sono costretti a comunicare con il linguaggio dei segni, dando vita ad infiniti fraintendimenti. Solamente nell’universo parallelo in bianco e nero in cui vive la cieca Ya-hung (abbigliata da eroina videoludica) Tye riesce ad essere veramente se stesso, e ad un certo punto le proporrà di prendere il suo posto a Real City per un breve periodo.
Hung Hung divaga di infiniti mondi possibili, filosofeggia accennando derive cyber alla “Nirvana”, subito fortunatamente accantonate, per porsi una domanda vecchia quanto il mondo: chi è il sognato e chi il sognatore?
Esteticamente impeccabile, “The Wall-Passer”, presentato all’Asian Film Festival all’interno della rassegna “Youth on Youthness in Taiwan”, si sgancia dalla vocazione realista tipica del cinema taiwanese, giudicata alla lunga asfissiante dallo stesso regista, ma gli avrebbe giovato un passo meno narcolettico, anche se si rianima in extremis con un finale che colpisce nel segno, e soffre di qualche ingenuità, peraltro scusabile in un talento visivo certamente fuori del comune.

 
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