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The White Haired Witch of Lunar Kingdom PDF Stampa E-mail
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Scritto da Nicola Picchi   
lunedì 10 novembre 2014

Titolo: The White Haired Witch of Lunar Kingdom
Titolo originale: Bai Fa Mo Nv
Cina: 2014. Regia di: Jacob Cheung Genere: Fantasy Durata: 103'
Interpreti: Fan Bingbing, Huang Xiaoming, Vincent Zhao, Tong Yao, Wang Xuebing
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 5
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Telefonato
Scarica il Pressbook del film
The White Haired Witch of Lunar Kingdom su Facebook

the-white-haired-witch-of-lunar-kingdom-leggero.pngLiang Yusheng, insieme a Louis Cha e a Jin Yong, è stato uno dei più autorevoli rappresentanti della "nuova scuola" (xinpai) del "wuxia", la quale comprendeva tutti quegli scrittori attivi a Hong Kong a partire dal 1950, dopo la fondazione della Repubblica Popolare. Un tipo di letteratura, sia detto per inciso, pochissimo tradotta all'estero e totalmente ignorata dalle nostre parti, salvo che per il bellissimo "Volpe Volante della montagna innevata" di Jin Yong, edito nel 2006. Oltre a "Seven Swordsmen of Mount Heaven", da cui Tsui Hark trasse nel 2005 "Seven Swords", "The Bride with White Hair", uscita a puntate tra il 1958 e il 1959, è la novella di Liang più famosa e apprezzata. Trasposta in un film già nel 1959, con "The White Haired Witch of Lunar Kingdom" è arrivata al suo quarto adattamento cinematografico, mentre le versioni televisive sono assai più numerose.

Improduttivo ma inevitabile, però, paragonare quest'ultima versione di Jacob Cheung a quella, amatissima, di Ronny Yu del 1993, con l'indimenticabile Leslie Cheung e Brigitte Lin. Dal canto suo il regista offre il fianco alle critiche, inserendo nella colonna sonora la canzone di Leslie Cheung che fa da tema portante al film precedente; un gesto pressoché suicida, in bilico tra l'omaggio e la sconsolata ammissione di impotenza. L'impressione complessiva è che "The White Haired Witch of Lunar Kingdom" cerchi di saltare sul carro di "Painted Skin" (2008) e "Painted Skin: The Resurrection" (2012) franando nella polvere, immolando il pathos sull'altare del blockbuster panasiatico.

Dimenticate la passione, di proporzioni shakespeariane, tra Zhuo Yihang e  Lian Nishang, le stupefacenti invenzioni visive e il memorabile antagonista bifronte (i gemelli siamesi  Chi Wu-Shuang) del film di Ronny Yu. La bellezza convulsiva, per dirla alla Breton, diventa qui tediosa minuzia notarile. Jacob Cheung tende infatti ad affidarsi in maniera sconsiderata a dialoghi sommari, piuttosto che a far parlare le immagini, come si suppone sarebbe compito del cinema.
A questo punto, occorre citare un momento emblematico. In questa versione, il fatto che Jade Rakshasa/Lian Nishang sia stata allevata dai lupi è liquidato in due sbrigative linee di dialogo. Ronny Yu, all'opposto, inventava una straordinaria sequenza, in cui il piccolo Zhuo Yihang veniva salvato dai lupi dalle note del flauto di Lian Nishang, la quale, essendo cresciuta con loro, aveva potere sugli animali. Il diverso trattamento riservato a un evento marginale ai fini della trama, dà però la misura della differenza tra le due impostazioni di regia (da un lato il cinema puro, dall'altro il radiodramma), a detrimento del povero Cheung.

Anche alla passione tra Lian Nishang e Zhuo Yihang viene riservata la medesima terapia debilitante. Sarà anche vero, come commenta Lian Nishang, che "l'amore è la più letale delle pozioni", ma l'assenza del medesimo può risultare altrettanto esiziale, almeno ai fini della riuscita del film. E' evidente l'inabilità del regista a filmare sequenze d'amore, non parliamo poi di erotismo, e l'assoluta mancanza di chimica tra la biancocrinita Fan Bingbing e Huang Xiaoming, troppo impegnato a esibirsi in leziosi ammiccamenti da "attor giovane", fanno precipitare la temperatura emotiva ben sotto lo zero.

La presunta filologia dello script (firmato da ben cinque sceneggiatori), ovvero una maggiore aderenza ai bizantinismi della trama originale, lascia invece il tempo che trova. Affastellare precipitosamente le macchinazioni dell'eunuco Wei Zhongxian, il famoso incidente delle pillole rosse che (forse) avvelenarono l'imperatore Taichang, gli invasori Manciù alle porte e i banditi del Forte Luna, complicando il tutto con il matrimonio di Zhuo Yihang con la figlia di Wei e un'epidemia di tifo, si risolve solamente in sostanziose voragini di sceneggiatura. Schermaglie generiche e impacciati volteggi completano l'insieme, lasciandoci a rimpiangere le cervellotiche strategie messe in atto da Andy Lau in "A Battle of Wits" (2006), il precedente "wuxia" del regista.

Affidarsi a capitali cinesi, a maestranze hongkonghesi e alla consulenza di Tsui Hark, il quale al massimo sarà passato sul set ad assestare una pacca sulla spalla di Jacob Cheung, non sono stati evidentemente garanzia di riuscita.

 
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