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La pellicola cinematografica PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Bassi   
domenica 20 maggio 2007

La pellicola cinematografica

Una pellicola cinematografica è un nastro di poliestere o di triacetato di cellulosa che contiene una serie di diapositive (fotogrammi), che vengono proiettate in successione tramite un apposito proiettore cinematografico.
Ogni fotogramma è fiancheggiato da una o più perforazioni, necessarie affinché i rulli dentati (nonché la croce di malta o la griffa) del proiettore possano agganciare la pellicola e farla scorrere regolarmente. Vi è poi una traccia sonora(colonna sonora ottica)una linea in genere di colore blu, ma che può essere anche scura, situata al bordo della pellicola, che da il suono.

L'invenzione di Eastman
La pellicola cinematografica è una invenzione di George Eastman, che nel 1885 inventò la pellicola in celluloide come supporto per il bromuro d'argento (materiale fotosensibile); con il XX secolo, l'avvento delle macchine dei fratelli Lumière e l'esplosione commerciale del cinema nacquero altri formati e altre possibilità, come quella del colore.
Per mettere ordine in un mercato caotico, dove circolavano film "pirata" e macchine contraffatte, fu indetto nel 1909 a Parigi il Congresso degli editori di film, ove si stabilì in via definitiva che la pellicola 35 mm, la più usata, avrebbe avuto quattro perforazioni per fotogramma secondo il progetto di Thomas Edison, che l'aveva usata per primo (in luogo delle due circolari come invece adottato dai Lumière).

Il 35 mm
Si arrivò così a definire il formato 35 mm standard usato ancora oggi, che negli anni '30 venne modificato per accogliere anche le piste per il sonoro. In seguito vennero introdotte migliorie, nuovi formati (16 mm; 8 mm; 9,5 mm, super 8 mm, nonché molti altri formati oggi abbandonati), ma la striscia di pellicola che passa oggi attraverso il proiettore dei cinema non è molto diversa dai film di cent'anni fa.
Ovviamente vi sono stati molti progressi sia rispetto alle emulsioni, sia rispetto al supporto. In ordine alle prime il potere risolvente e la sensibilità sono aumentati in misura tale da rendere impossibile ogni paragone. Per quanto riguarda il supporto, la pericolosa ed infiammabile celluloide è stata abbandonata a favore del triacetato di cellulosa (usato soprattutto per i negativi) e del poliestere (PET, tereftalato di polietilene, polietilentereftalato), destinato alla stampa delle copie lavoro, nonché di quelle finali da proiezione giusta la sua eccezionale resistenza alla trazione ed alla usura.
Negli anni '50 l'avvento della televisione e la crisi del cinema spinsero le case cinematografiche a sperimentare nuovi formati cinematografici della pellicola di proiezione, per ottenere uno spettacolo ancora più coinvolgente e riconquistare gli spettatori: da questi esperimenti nacquero in pochi anni una serie di formati di proiezione diversi, di cui però oggi sopravvivono soltanto il Panavision e (in una piccola nicchia) il Todd-AO da 70 mm.

Il sonoro
Il sonoro cinematografico ebbe inizio coi sistemi di suono non perfettamente sincronizzati alla pellicola come ad esempio i pianisti degli anni '10 e '20 che con la loro musica accompagnavano le immagini cinematografiche.
In seguito (metà degli anni '20 e primi anni '30) alcuni locali cinematografici erano soliti utilizzare dei dischi a 78 giri suonati da particolari grammofoni che diffondevano la musica in tutta la sala del film.
L'entrata ufficiale dei sistemi sonori, in perfetto sincrono con l'azione, avvenne circa sul finire degli anni '20. Il primo film sonoro ad essere distribuito nelle sale fu "Il cantante di jazz" con Al Jolson.
Inizialmente il sonoro si avvalse del sistema Vitaphone, che prevedeva la traccia sonora su dischi: questi venivano riprodotti su giradischi collegati meccanicamente al proiettore di modo che avviati pellicola e disco insieme, questi continuassero a marciare accoppiati. Il sistema fu presto abbandonato con l'introduzione del sonoro ottico.
Anche il cinema a passo ridotto fu ben presto arricchito con il sonoro, sia grazie ad ingegnosi sistemi per la sincronizzazione di sorgenti sonore esterne, sia grazie a tracce ottiche e magnetiche presenti sulla pellicola.
Già l'8 mm fu proposto in versione sonora, ma la vera svolta si ebbe con l'introduzione dei caricatori super 8 mm sonori, capaci di registrare il suono in sincrono con le immagini già durante la ripresa. La pellicola inserita in questi caricatori veniva dotata della pista magnetica idonea alla registrazione (cd. pellicola prepistata); nello stesso tempo le cineprese sonore avevano al loro interno una testina di registrazione che registrava (o incideva come si diceva una volta) la traccia contestualmente alla ripresa delle immagini.
La produzione di caricatori sonori è stata abbandonata dalla Kodak nel 1997, ufficialmente in quanto le norme federali a protezione dell'ambiente avevano messo fuori legge gli inquinanti sistemi di produzione delle pellicole vergini prepistate. La ragione concreta è da ricercasi, invece, nel calo della domanda di questo tipo di pellicola: la riscoperta del super 8 ad opera dei professionisti ha infatti determinato, da un lato, un forte aumento della domanda di pellicole, dall'altro un disinteresse verso la pellicola prepistata, gradita solo al dilettante e non già al professionista che preferisce, invece, adottare sistemi più sofisticati per la registrazione sonora.
Comunque sia esistevano tecniche che permettevano di pistare pellicole non sonore già stampate, per poter permettere di inserire anche solo una musica di sottofondo al filmino dell'amatore non professionista (come ad esempio feste di compleanno o semplici filmini ricordo)

Il sistema a traccia ottica
Il sistema sonoro ottico fu il primo ad essere adottato, e tutt'ora resta in uso. I metodi di sonoro ottico sono due:
ad area variabile (che si usa anche oggi) come l'R.C.A. Photophone
a densità variabile (non più in uso) come il Fox Movietone ed il Klangfilm.
La colonna sonora a densità variabile non ebbe molto successo e presto i film furono registrati tutti con colonna sonora ad area variabile la quale garantiva maggiore qualità sonora e maggior sicurezza. Basti pensare che se la stampa del film non era perfetta, la colonna sonora a densità variabile poteva essere anche inascoltabile, mentre qualche imperfezione sulla stampa della colonna sonora ad area variabile non pregiudica il sonoro. La posizione della colonna sonora ottica è stata fissata dagli standard sulla destra della pellicola.
Con questo metodo di registrazione, la traccia audio viene impressa sul film (tra il fotogramma e la perforazione): essa si presenta come un sottile percorso trasparente su fondo scuro, i cui bordi sono ondulati (traccia ad ampiezza variabile). Durante la riproduzione del film la traccia ottica transita davanti ad una cellula fotoelettrica e viene illuminata da una lampada eccitatrice. Il fascio di luce viene modulato dalla traccia ottica sì da colpire la cellula con intensità variabile. Questa trasforma la diversa intensità della luce in una debole corrente elettrica che, una volta amplificata, origina il suono. Attualmente (2004->), poiché la tecnologia di stampa della colonna sonora ad area variabile prevede una rideposizione di emulsione e i successivi processi di impressione e risviluppo, coi relativi costi anche in termini di inquinamento, si sta introducendo da parte di alcune case di distribuzione la colonna sonora stampata direttamente in colore blu. Questo però comporta la sostituzione della lampada eccitatrice a luce bianca con un laser a luce rossa, altrimenti la colonna sonora sarà quasi inascoltabile (bassissimo volume e molti rumori di fondo).
Case come la R.C.A. e la Kodak collaborarono per determinare i parametri di registrazione, ma l'evoluzione del suono nel cinema lo si deve all'inglese Roy Dolby che già nel 1966 aveva escogitato un sistema per la riduzione degli inevitabili rumori di fondo, sistema Dolby A, poi evolutosi in Dolby SR (Spectral Recording) più sofisticato.
Sempre della Dolby il sistema attualmente più diffuso, il Dolby Digital (chiamato anche Dolby SR-D), che registra il suono in formato digitale di 5 canali (tre frontali e due surround) a banda estesa ed uno specifico per effetti a bassa frequenza (Low Frequency Effect), detto 5.1, come scacchiere di punti ciascuno rappresentante un bit tra una perforazione e l'altra di uno dei due lati della pellicola. Esiste anche il Digital Surround EX (chiamato anche Dolby SR-D EX), dove EX sta per extended, con in più un canale surround posteriore.
Sono stati introdotti anche altri sistemi, come il Sony SDDS, del tipo 7.1 (si aggiungono anche i canali intermedi centro-destro e centro-sinistro per riempire di suono i megaschermi) la cui colonna viene stampata -in blu - sui bordi esterni della pellicola, e il sistema DTS - 5.1 ma anche DTS ES 6.1 - che però non è propriamente una colonna sonora, in quanto consiste di una piccola traccia posta tra la colonna normale e il fotogramma e che serve a sincronizzare una sorgente audio esterna (lettore speciale di CD dedicati) con l'immagine proiettata. Ha dalla sua il vantaggio di far rimanere inalterata la qualità dell'audio nonostante l'usura della copia dopo molte proiezioni.
La colonna sonora analogica coesiste ancora con i sistemi digitali con funzione di riserva, in caso di guasto - non così improbabile - dei sistemi digitali.
Il colore
Le pellicole cinematografiche a colori arrivarono ufficialmente negli anni ’30 (anche se nel 1911 venne girato "The Durban Of Delhi", a colori).
I primi sistemi d'inizio secolo furono: il Kinemacolor ed il Chronochromes, poi vennero ideati: il famoso Kodachrome, il Kodacolor, ed in Italia, alla fine degli anni ’40, il noto Ferraniacolor. Inoltre vi furono anche: l'Ektachrome e l'Eastmancolor. Quest'ultimo è stato il primo sistema a fare uso di un negativo a colori con maschera incorporata. I negativi Eastmancolor sono anche stati usati nel Technicolor, il più famoso sistema (in realtà si tratta di una famiglia di sistemi) di cinematografia a colori.
Altri metodi di colore meno conosciuti furono: il Dufaycolor, il Gasparcolor, il Dynachrome, il Keller-Dorian, ed il Trucolor.

Attualmente si usano: il Kodachrome per le diapositive ed il cinema super 8 e 16 mm, l'Ektachrome prevalentemente per le diapositive e l'Eastmancolor (anch’esso Kodak) per il cinema professionale.
All'Ektachrome si affiancano anche altre pellicole simili come il Fujichrome e l'Agfachrome.
Per quanto riguarda il Kodachrome, è opportuno dire che ha una qualità di colori ineguagliabile, perché è una pellicola bianco e nero, alla quale vengono aggiunti i copulanti cromogeni, cioè le sostanze formatrici dei colori, durante lo sviluppo, che è piuttosto lungo e complicato. Per questo, il Kodachrome, ha i colori particolarmente resistenti nel tempo.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Pellicola_cinematografica"

 
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