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Uomini sul fondo (1941) - Lo Squadrone Bianco (1936) PDF Stampa E-mail
Scritto da Luca Billi   
venerdì 14 novembre 2008

Uomini sul fondo (1941)  -  Lo Squadrone Bianco (1936)

Come molti nipoti sono stato anch'io innamorato di mio nonno, in particolar modo dopo la sua morte.
Avendo lui lavorato in proiezione di un cinemino di periferia negli anni '30 e '40, gli sono particolarmente grato di avermi lasciato in eredità una lunga lista di film dell'epoca. Con un misto di tenerezza e nostalgia gli perdono - e immodestamente da parte mia anche ai cultori dell'epoca - la mancata critica del regime, anzi la sua frequente celebrazione.

Cominciamo con un arbitrario parallelo: Uomini sul fondo - Francesco De Robertis e Giorgio Bianchi, febbraio 1941 e Lo Squadrone Bianco - Coppa Mussolini per il miglio film, Augusto Genina, ottobre 1936.
Uomini sul fondo ha uno spiccato tono documentaristico, vede la collaborazione del Centro cinematografico della Marina, partecipazione compresa di due navi di salvataggio, Titano e Ciclope (da notare i nomi), idrovolanti, squadriglie e quant'altro. Il fine del film, anche troppo evidente, è l'esaltazione del Fascismo, ideali e mezzi, attraverso le forze di acqua, come allora le chiamvano.
Lo spunto è il salvataggio di un sommergibile colpito, l'equipaggio in pericolo di vita, il popolo italiano tutto in trepida attesa degli eventi, una tenue storia d'amore romanzata che s'intreccia con il valore militare degli uomini in azione.
Lo Squadrone Bianco nasce come un colossal, mesi di riprese nel deserto, cammellieri in quantità alla costante ricerca d'eroismo e sacrificio per difendere un avamposto in pieno Sahara libico. Squilli di tromba e bandiere sventolanti a ricordare la missione in ogni secondo, se non fosse per il dramma interiore del protagonista, una storia d'amore infelice, che sembra appiccicato alla sceneggiatura a dimostrazione della tesi finale.
I marinai sul fondo s'improvvisano attori, in genere decenti, l'atmosfera è operativa, il linguaggio tecnico, le manovre, gli effetti e i macchinari oggi fanno sorridere ma allora volevano dire: ecco il massimo della tecnologia in circolazione. Il film è pieno di quadranti, consolle e paratie che girano intorno al comandante, paterno, saggio e marziale al punto giusto, così come dev'essere per un film a soggetto.
Le recensioni dell'epoca parlano di fedeltà documentaristica assoluta e nessuna concessione alla finzione romanzata; in alcuni tratti potrebbe essere un filmato pubblicitario di reclutamento, la ripresa di un'esercitazione o un corso di formazione, in altri prevale il grottesco, suo malgrado, nei modellini in scala troppo riconoscibili, nella boa telefonica come massima chance tecnologica e nei movimenti innaturali del palombaro, tuttavia orgoglio dell'epoca.

Nel deserto, d'altro canto, i meharisti sono perfettamente asserviti agl'ideali fascisti, sempre devoti e riconoscenti a noi italiani per la possibilità di dimostrare il proprio valore in combattimento accanto a sì valorosi ufficiali; che la realtà storica sia diversa, forse, lasciamo ad altri dirlo.
Il Capitano è un capo rigoroso e leale, nato (e che morirà) per la causa, il Tenente innamorato protagonista è alle prese con una donna fatale da dimenticare e la fiducia del superiore da conquistare, obiettivi entrambi lontani, molto lontani, dato che sta sostituendo un collega morto in combattimento, massimo onore riservato in casi analoghi.
Ma siamo ancora alla metà del film e come ogni buon manuale sul percorso interiore dell'eroe insegna, i giochi non sono ancora fatti, anzi.
Sul fondo la situazione è disperata. All'orizzonte nessun soccorso, poche possibilità di riemergere, un cane sconsolato e una ragazza aggrappata ai cancelli del pontile vuoto in attesa del sommergibile.
Poi il pezzo forte: un comunicato radio a reti unificate inchioda tutt'Italia alle sorti degli sfortunati valorosi diventando voce narrante del dramma in atto. La causa dell'incidente rimane politicamente corretta e nessun americano cattivo viene tirato in ballo, cosa che accentua ancor più il senso d'ineluttabile fatalità, di destino avverso al valore indiscusso dei protagonisti, obbligati a risalire dentro una capsula di salvataggio, uno a uno. Nel sommergibile il comandante scambia sguardi accorati ai marinai che rinunciano a salvarsi per rimanere insieme, tutto pur di onorare il proprio ruolo di soldati. Soldati prima che uomini sembrano dire.
In superficie si tenta l'ultima carta, i palombari saldatori. Una madre in lacrime parla al figlio ancora sott'acqua e si rincuora ma un altro, all'insaputa di tutti, deve sacrificarsi nel tentativo di aiutare i soccorsi.
Il giovane ha permesso la riemersione ma...

Lo Squadrone è partito per sedare una ribellione, la donna capisce che era vero amore e il tenente si guadagna sul campo la stima del capitano. Sembrerebbe quasi fatto apposta, del resto a capo degli uomini c'è una leggenda, un mito conosciuto in tutto il Sahara. Finalmente i ribelli vengono raggiunti e attaccati.
Al campo base, non si sa come, arriva un gruppo di turisti dalla città, così, come se in Bosnia o in Afghanistan la Valtur proponesse soggiorni nelle tende delle forze ONU, e il paragone sugli schieramenti è di per sé piuttosto azzardato. Fatto sta che mentre i reduci ritornano, ad attenderli una figura femminile guarda nell'ombra. Dramma nel dramma, un solo ufficiale si è salvato, l'altro è morto e già tutti piangono il povero tenente, inesperto e vagamente antipatico ai più. Il bollettino militare letto ai turisti è una scena grottesca, lei passa la notte insonne tormentata dal rimorso. Ancora non sa, non è sicura.
Il giorno dopo sono loro all'orizzonte e dal campo base guardando in lontananza tutti stentano a crederci: è il tenente, che si è salvato, al comando, avendo seppellito nel deserto il superiore. La scena finale vede lei tutt'altro che fatua e fatale ma dimessa e lui non più succube ma fatto uomo, temprato e pronto a rinnegarla senza nemmeno una lacrima.
Il sommergibile riemerge, tutti celebrano l'impresa, salutano e rendono gli onori sull'attenti avendo intuito il sacrificio del marinaio, mentre una ragazza, da sola, ne piangerà sicura.

Un aspetto evidente di entrambi i film, oltre alla celebrazione del regime, è il tentativo, svolto in maniera differente, d'inserire una trama romanzata in soggetti con idee di partenza e arrivo ben precise.
Ciò rende strumentale quel poco d'intreccio in Uomini sul fondo e staccato dal resto, quasi due film in uno ne Lo Squadrone Bianco, sebbene trovino il punto di contatto nella figura del protagonista, tutto sommato ben recitata. Il capitano coprotagonista, altra anima del film appare senza macchia, monocorde, tutta onore e gloria, sacrificio e ideali militari di patria ed eroe. Proprio quello che ci voleva in quegli anni, forse. O forse no.
La donna è priva di spessore, vuota e mutevole all'inizio, troppo tardi redenta.
Una denuncia netta della vita in società, delle feste e della superficialità, peccato che di contro si proponga nientemeno che il vero e buon fascista, un uomo che muore o che rinunci a lei, pur cambiata, che dia tutto per la patria senza ammettere il cambiamento o il perdono. Insomma poca flessibilità, anche e soprattutto con i nativi del luogo, subordinati e devoti, fedeli e pur saggi a modo loro ma sempre un gradino più in basso. Concludendo, Uomini sul fondo sembra dire: così è, così dovrebbe essere o vorremmo che fosse.
Fra le righe il messaggio è chiaro: tenete duro, ce la faremo; certo qualcuno morirà ma ce la faremo, abbiamo tante e tali risorse tecniche e umane, qui e a casa, che ce la faremo.
Evidente il voler coinvolgere ambiti familiari, di lavoro, un paese intero nell'incidente, insomma c'è bisogno di tutti e allo stesso tempo siamo tutti qui. Indubbia l'attenzione al particolare, quasi fosse un servizio giornalistico di un soccorso in mare, e la coerenza di ambienti e dialoghi, non a caso recitati da militari della marina.

 
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