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Pet Sematary PDF Stampa E-mail
Scritto da Anna Maria Pelella   
martedì 11 giugno 2019

Titolo: Pet Sematary 
Titolo originale: Pet Sematary
USA 2019 Regia di: Kevin Kolsch, Dennis Widmyer Genere: Horror Durata: 120'
Interpreti: Jason Clarke, Amy Seimetz, John Lithgow, Jeté Laurence, Hugo Lavoie, Lucas Lavoie, Obssa Ahmed, Alyssa Brooke Levine, Suzy Stingl, Maria Herrera, Kelly Lee
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 09/05/2019
Voto: 4
Recensione di: Anna Maria Pelella
L'aggettivo ideale: Inutile...
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Pet Sematary su Facebook

petsematary2019.jpgLuis Creed si trasferisce con la famiglia in una nuova casa e comincia a lavorare come medico nell’ospedale della cittadina di Ludlow. Esplorando le vicinanze della casa, sua figlia Ellie scopre un luogo di sepoltura per animali…

Secondo tentativo di portare sullo schermo l’omonimo romanzo di Stephen King, dopo quello di Mary Lambert nel 1989, questo Pet Sematary denuncia da subito un cambio sostanziale alla trama del libro. Cambio in sé immotivato, dal momento che non apporta nessuna reale modifica ai fatti raccontati e neppure accresce la comprensione delle dinamiche narrate.

Il romanzo è arcinoto e la trama anche, quello che però forse alcuni non sanno è che questo romanzo rappresenta uno spartiacque sostanziale nella produzione letteraria di King.
Se prima il Re affidava le sue storie più nere e senza speranza esclusivamente al suo alter ego Richard Bachman, dopo Pet Sematary comincia ad affiancare alla sua usuale produzione di romanzi sostanzialmente rassicuranti, in cui il Bene finisce quasi sempre per trionfare sul Male, un nuovo filone di storie più dure e con finali meno scontati.

Tenendo attivo lo stratagemma di usare uno pseudonimo per raccontare le sue storie più cattive, King ha da qui in poi cominciato a firmarne alcune anche col suo vero nome. Il tutto è stato in pratica indotto da un contenzioso, di cui molto si scrisse ai tempi, con la sua casa editrice la quale deteneva i diritti di tutti i suoi romanzi completi e a cui King si era rifiutato di cedere questo.
La casa editrice vinse la causa e King si dovette adattare all’idea di lasciar uscire un romanzo che egli stesso definì successivamente come “intollerabilmente orroroso” oltretutto con un claim che lo definiva “il romanzo che persino Stephen King aveva paura di pubblicare”.
Detto questo occorre infine fare presente allo spettatore che questo non è certo il più riuscito dei romanzi di King e nemmeno quello meglio trasposto. Ma è misteriosamente quello che al momento si è scelto non solo di riportare ancora in scena, ma addirittura di cambiarne la trama originale senza che questo apporti nessun vantaggio alla trasposizione, che riteniamo essere molto meno ispirata di quella precedente, la quale dopotutto vantava una sceneggiatura ad opera dello stesso King, né alla trama in sé.

La tensione presente nel romanzo è qui stranamente assente, il tutto è narrato con una regia televisiva senza estro e meno che mai passione. Didascalico e poco avvincente, il film si trascina di sequenza in sequenza come fosse un compito svogliatamente messo insieme col fine di richiamare le giovani generazioni che non avevano avuto ancora la fortuna di vedere trasposizioni del Re molto più intense di questa.
Soltanto la bravura di John Litgow sostiene, e solo in parte, il peso dell’inutile mole di spiegazioni inflitte allo spettatore da una sceneggiatura priva totalmente di misteri e di qualsivoglia spessore narrativo. La reale motivazione che si cela dietro le scelte del protagonista, un appena sufficiente Jason Clarke, viene lasciata misteriosamente in secondo piano, sostituita malamente da uno scambio sull’ateismo degno di un programma televisivo per bambini.

La sensazione complessiva con cui lo spettatore esce dalla sala è che si sia scelto una bella storia, con un certo potenziale, e poi si sia fallito in pieno nella capacità di immaginarla. Come se King non fosse stato sufficientemente chiaro, cosa peraltro palesemente non vera, sulle motivazioni dei suoi personaggi e sul potenziale esplosivo della sua storia.
Resta quindi aperto il quesito sulla reale necessità di riproporre un remake di quella che ai tempi risultò essere un’onesta rappresentazione che, pur non esente da difetti, rimane tutto sommato ancora oggi più godibile di questa.

 
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