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Scritto da Anna Maria Pelella   
venerdì 21 settembre 2007

Black House
Titolo originale: Geomeun Jib
Corea del Sud: 2007. Regia di: Shin Tae-Ra Genere: Horror Durata: 104'
Interpreti: Hwang Jeong-min, Yu Seon, Gang Shin-il, Kim Seo-hyeong
Sito web:
Nelle sale dal: 25/07/2008
Voto: 7
Recensione di: Anna Maria Pelella

blackhouse_leggero.jpgL’investigatore Jeon Jun Oh viene inviato per conto dell’agenzia di assicurazioni cui presta la sua opera a casa di un cliente, che ha espressamente chiesto di lui. Appena arrivato scopre che il bambino di sette anni, figlio dei padroni di casa, si è appena suicidato. Il padre del ragazzo, Park Chung Bae chiede prontamente il pagamento dell’assicurazione che aveva stipulato sulla vita del figlio. La polizia chiude il caso, ma Jeon sospetta il padre di aver ucciso il proprio figlio e teme per la sorte della moglie, che cerca di avvertire. Sarà a mano a mano sempre più evidente che le cose non stanno affatto come sembra.
Basato su un racconto giapponese di Kishi Yusuke già trasposto nel 1999, questo film riserva più di una sorpresa.
Intanto c’è da dire che si divide nettamente in due parti, fino quasi alla fine del primo tempo sembra un thriller, e la nostra principale preoccupazione è per la salute mentale dell’incauto investigatore, il quale sostiene contro il parere della polizia, il coinvolgimento del padre nella morte del bambino che egli stesso rinviene impiccato in camera sua. Ma dalla fine del primo tempo, fino a tutto il secondo le cose cambiano completamente e il drastico mutamento di prospettiva regala più di un sobbalzo, mentre la mattanza che vedremo nel primo dei molti finali, assume connotazioni più che splatter.
La fragile Shin Yi Hwa, moglie taciturna e passiva, rivela un’energia insospettata nel corso della prima parte del racconto, dove facciamo la conoscenza più ravvicinata che un film può consentire, col concetto di psicopatia.
Interessante variazione sul tema della malattia mentale, questo Black House è un buon esempio di riuscita combinazione tra recitazione onesta e una buona regia. Nessuno di questi elementi preso singolarmente rivela un capolavoro, ma l’insieme è più che soddisfacente, dal momento che la costruzione della tensione è talmente sottile da stupire per i sobbalzi che la sceneggiatura offre in più punti, senza che si sia minimamente avvertito prima ciò che stava per accadere.
Il plot rappresenta la ventata di aria fresca di cui l’horror asiatico aveva bisogno da un pò, e l’innovazione consiste proprio nel raccontare le cose dal punto di vista di chi le intuisce e le scopre di volta in volta, contro ogni possibilità reale di comprendere i retroscena che soli motivano l’azione di una mente assai malata, in una sorta di apologia della paranoia.
In realtà tutto quello che si può capire della psicopatia è già nei primi fotogrammi, dove un padre che ha perso il figlio, chiede soldi per comprare i fiori, e la madre va a spargerne le ceneri senza una sola espressione sul volto bellissimo, ma vuoto che offre allo stupefatto protagonista.
La parte splatter è convincente e se anche si tratta di materiale leggermente derivativo, poco importa dal momento che di registi eccelsi ce ne sono troppo pochi, ma se di accurati omaggiatori vogliamo parlare, magari ne troveremo qualcuno in più.
La maschera impenetrabile che Jeong-min Hwangw sfoggia durante tutto il film è molto appropriata, se non per la parte del racconto in cui temiamo per la sua incipiente paranoia, di certo per quella in cui scopriamo con lui che le cose stanno assai peggio di come si sarebbe mai potuto sospettare. Un’incantevole quanto algida Yu Seon, già vista in The Wig, offre la più bella rappresentazione del gelo della mente dai tempi di Audition.
La regia accompagna senza forzature i protagonisti e lo spettatore in questo viaggio ai confini della mente, e la fotografia cupa come si addice ad un dramma interiore, offre più di un momento in cui ci chiederemo cosa sta realmente accadendo, e quello che scopriremo non sempre ci piacerà.
Il film alla fine è tutto qui, nella possibilità a volte riuscita di incrociare la famosa crudeltà asiatica con plot più fruibili, richiesti da un pubblico che ancora non è pronto a guardare in faccia il nuovo che non solo avanza, ma ormai ci travolge con la sua assoluta mancanza di remore circa quello che si può o meno mostrare in un film.

 
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