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Scritto da Dario Carta   
martedì 17 maggio 2011

Blood Story
Titolo originale: Let me In
U.S.A., Regno Unito: 2010. Regia di: Matt Reeves Genere: Horror Durata: 115'
Interpreti: Kodi Smit-McPhee, Chloe Moretz, Richard Jenkins, Cara Buono, Elias Koteas, Sasha Barrese, Dylan Kenin, Chris Browning, Jimmy "Jax" Pinchak, Dylan Minnette
Sito web ufficiale: www.letmein-movie.com
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 30/09/2011
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Dario Carta
L'aggettivo ideale: Inquietante
Scarica il Pressbook del film
Blood Story su Facebook

Blood StoryDifficile oggi dirsi sorpresi dalle emanazioni di un'industria dello spettacolo coinvolta in esercizi lievitati da un senso della speculazione spesso fortemente ingerente verso aspetti di genialità e rinnovamento in quest'epoca messi in seria discussione.
L'insistenza su sequels,spin offs e remakes o rimanaggiamenti è l'occasione per un cinema in disarmo di riordinare le potenzialità sopite nella penombra degli interessi delle superproduzioni,per risvegliarle a un posticcio livello di creatività ciclica che si esaurisce nelle iperbole di infinite ripetizioni.

Sul perchè della periodicità delle rigenerazioni dei titoli di spessore o meno,innumerevoli a partire dai "Dieci Comandamenti" a "Ben Hur",da King Kong" al postino che suona due volte,dal "Delitto perfetto" al "Pianeta delle scimmie",dalla "Guerra dei mondi" alla "Mummia",etc, è superfluo interrogare dizionari,pubblico,critica o viscere mute in un eterno oracolo spesso più economico che artistico.

Titoli e tematiche rimbalzano fra le mura delle Majors,moniti più o meno sornioni diretti dall'industria al consumatore,in un gioco furbo fra fascino e ipnosi. Per cui,quando lo spettatore attento al cinema che si rinnova si dovesse chiedere del perchè del remake del lavoro dello svedese Tomas Alfredson del 2008 "Let the Right One In",dovrebbe concentrare l'attenzione sulla dinamica dei meccanismi di uno spettacolo mai in quiete e per ragioni di varia natura sempre teso a conquistare posizioni in una fascia di audience sempre più articolata ed esigente.

Sotto molti aspetti i due lavori,l'originale e quello di Reeves,entrambi ispirati al romanzo dello scrittore svedese Ajvide Lindqvist,sono perfettamente sovrapponibili in trama e spirito,pur con la dovuta lettura del cinema di appartenenza.
A dispetto del cinema americano dell'ultimo triennio il vampiro di "Let Me In" si incarna in una realtà extraumana disincantata e sofferente,un simbolo fascinoso delle dimensioni del dolore di chi è costretto a restare lontano da luce,amore e vita.
Il regista allontana la protagonista del racconto dalla configurazione tradizionale del mostro che,nei canoni dell'immaginario popolare fa del vampiro il mito dell'orrore e della paura.

Reeves ambienta la storia in una cittadina del New Mexico,nel 1982,dove Owen (Kodi Smit-McPhee),un ragazzino dodicenne,vive una vita di solitudine e tristezza,cercando di superare il dolore della separazione dei genitori.
Costantemente afflitto dalle angherie dei bulli della sua scuola,Owen non ha amici e soffre della chiusura da parte di una madre troppo dedita all'alcool.
Quando il ragazzo conosce Abby,una coetanea appena trasferitasi nell'appartamento attiguo,tra i due nasce un'amicizia che a Owen pare sincera e trasparente,ma che ben presto si rivela più complessa del previsto,quando il ragazzo si accorge che in Abby si agita qualcosa che la rende diversa dalle altre persone.
Abby,che come Owen vive sola con un uomo che pare esserle padre,condivide con il ragazzo isolamento e solitudine e quando il legame di amicizia fra i i due ragazzi sembra prendere corpo,Abby avverte Owen che non potrà mai essergli amica.
Pur incapace di comprenderla a fondo,Owen si affeziona a Abby e i loro incontri nel cortile dello stabile,sempre notturni,per parlare e raccontarsi,li portano ad avvicinarsi sempre di più l'uno all'altra.
Quando Owen viene ancora offeso e maltrattato dal gruppetto dei bulli di scuola,Abby infonde coraggio al ragazzo,proteggendolo e incitandolo a reagire per difendersi,il che scatenerà una serie di eventi con pesanti ripercussioni.

Sia nel film di Alfredson che in quello di Reeves,l'accento è posto sul dolore di una creatura che,pur figlia della notte,è isolata nel tormento di una solitudine coatta e quindi condannata dalla propria natura e segregata ai margini dell'umanità,alla quale partecipa nella provvisorietà dell'aspetto esteriore,ma con cui condivide anche la dimensione della sofferenza.
Owen è una figura che vibra all'ombra di Abby,la quale è immagine inquietante di una realtà sfuggente ed ambigua,è una creatura innaturale e inumana ma il suo ritratto non rispetta la declinazione paradigmatica del vampiro come icona romantica o demone incarnato.
Reeves sceglie di sfiorare appena il passato della bambina,spostando l'accento sulla dinamica della relazione fra Abby e Owen,che si offrono l'uno all'altra in una reciproca condizione di ineluttabile solitudine ed isolamento.
Questo gioco di contrasti e affinità fra le due figure adiacenti fra loro per lo stato esistenziale che li accomuna ma separati dalla natura,è l'anima di un film di ampio respiro emotivo e forte pathos umano.
Reeves conferisce volume e spessore ai due protagonisti,entrambi prigionieri ma resi liberi da un destino che li ha affiancati e schiude i loro ritratti su piani diversi,scontornandoli su uno sfondo sociale (i bulli,la madre di Owen mai ripresa in volto,la figura mai spiegata di un padre inquieto e infelice) che,pur solo appena accennato completa un quadro nel quale ogni colore conserva equilibrio e proporzione.

Chloe Moretz non ruba la scena a Kodi Smit-McPhee per il gioco d'intesa perfettamente orchestrata fra due ottimi attori ed un attento regista.
I dialoghi,scarni,ed essenziali ma mai inopportuni,innervano una narrazione fatta di sguardi,giochi di luci ed ombre,lenti movimenti di macchina ed inquadrature chiuse nell'armonia di due silenzi vicini e distanti,prossimi e lontani.
Il montaggio è accurato e fluido e ritma una narrazione solida e cadenzata,dove nulla è sprecato o fuori posto e dove ogni molecola dell'organismo filmico trova la sua giusta collocazione (cfr la sequenza del padre che per procurare l'alimento per la figlia commette un brutale omicidio con il risultato di vedere disperdere il sangue nella neve,come il dissolversi di una vita).

I forti accenti di una sessualità latente e celata in indizi discreti e le espressioni della violenza che freme nella sottotrama della prevaricazione fisica,fanno da supporto alla struttura di un film forte e oscuro,che sfugge alla logica della comprensione sui moventi che ne hanno determinato la realizzazione,ma che non si pone come prodotto inerte di un cinema di genere,fin troppo afflitto dalla banalità e dai luoghi comuni.

 
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