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Scritto da Anna Maria Pelella   
lunedì 28 aprile 2008

Chiamata senza risposta
Titolo originale: One Missed Call
USA: 2008 Regia di: Eric Valette Bousman Genere: Horror Durata: 87'
Interpreti: Edward Burns, Shannyn Sossamon, Azura Skye, Ana Claudia Talancón, Ray Wise, Rhoda Griffis, Margaret Cho, Jessica Brown, Jason Beghe
Sito web: www.onemissedcallmovie.warnerbros.com
Nelle sale dal: 04/06/2008
Voto: 4
Recensione di: Anna Maria Pelella

one_missed_call_leggero.jpegUn gruppo di amici riceve delle strane telefonate. Tutte sono senza risposta e nella segreteria c’è un messaggio in cui si sente la voce del proprietario del telefonino.
Ma la cosa più inquietante è che la data della telefonata risale sempre ai giorni immediatamente successivi al ricevimento del messaggio...
Nel 1998 Hideo Nakata non girò soltanto un film, il celeberrimo e multiclonato “Ringu”, ma aprì la strada al più sotterraneo e incisivo sottogenere degli ultimi anni: il J-horror. Grazie ai fans e alla rete, il film fece presto il giro del mondo, preceduto da tutti i brividi del caso, quelli che solitamente accompagnano una scoperta. In quel filone si cimentarono molti registi asiatici, e ciascuno diede il proprio contributo alla breve ed intensa stagione dell’horror nipponico, anche il cinema coreano e quello tailandese si unirono alle danze estendendo il contagio. Nel mare di pellicole che in quel periodo invasero il mercato “The Call” (Chakushin Ari) di Miike Takashi passò giustamente inosservato, non essendo nè un capolavoro, nè l’innovazione che il genere stava già invocando da tempo. In seguito alla fama internazionale emersero presto tutta una serie di cloni e remakes più o meno ufficiali, che inaridirono velocemente il neonato filone. Ma il colpo finale al genere, a mio avviso fu sferrato dai produttori americani, che dal primo “The Ring” fino a questo ultimo “One Missed Call” hanno implacabilmente distrutto il solo motivo di interesse che tale filone poteva contenere: la caratterizzazione culturale. Il motivo del successo dei primi j-horror stava appunto nel fatto che il tutto aveva una sinistra provenienza esotica. I morti che non solo si rifiutavano di restare tali, ma che addirittura infestavano videocassette, telefonini, computer e quant’altro facevano spavento per l’incomprensibile rancore e l’insospettata vitalità, caratteristiche ormai scomparse da tempo negli horror nostrani.
Purtroppo anche questo “One missed call” non sfugge alla regola che impone ai remakes americani lo sbiancamento culturale e il rimasticamento dei contenuti, divenuti bolo predigerito a favore di un pubblico di adolescenti già duramente provati dalla digestione di un big mac.
La storia scivola senza grossi sobbalzi su binari precostituiti, senza neanche l’ombra di un colpo di scena, nè il minimo indizio su dove si voglia andare a parare, e curiosamente seguendo anche le inquadrature dell’originale, riesce a spogliare quest’ultimo del fugace fascino dato dall’allora innovativo schermo di un telefonino che riproduce l’immagine del suo proprietario in preda al terrore.
Ma secondo me il punto più basso, o più esilarante se uno avesse voglia di riderne, viene toccato nella scena dell’esorcismo che, traslata dall’originale diviene una parodia dei telepredicatori americani ed un’involontaria critica alla loro inefficacia.
Le successive scene dell’ospedale e quelle del ritrovamento seguono pedissequamente il film di Miike, senza però l’estro che aveva costituito la base del lavoro originale, e neanche l’ombra della sua tensione.
Ma non bisogna fraintendere questa mia analisi, insomma se uno non avesse mai visto nè sentito parlare del j-horror potrebbe trovare anche interessante, se non innovativo un branco di ragazzi braccati da un morto attraverso il telefonino. Il punto è che da quando il primo film è stato girato molte cose sono cambiate e se non ci stupiamo più di nulla è anche grazie al fatto che le vecchie angosce sono ritornate passando dall’Asia, stavolta cavalcando la tecnologia e invadendo così gli spazi lasciati liberi dalla nostra mancanza di immaginazione.
E se di mancanza di immaginazione vogliamo parlare è proprio arrivato il momento di chiederci se davvero sentiamo la necessità di guardare l’ennesima riscrittura del talento altrui, ad opera del solito produttore affamato di soldi e a corto di idee originali.

 
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