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Scritto da Anna Maria Pelella   
venerdì 09 novembre 2007

Haze
Titolo originale: Haze
Giappone: 2005. Regia di: Shinya Tsukamoto Genere: Horror Durata: 49'
Interpreti: Shinya Tsukamoto, Kahori Fujii, Takahiro Kandaka, Takahiro Murase, Mao Saito, Masato Tsujioka
Sito web: www.theres.co.jp/tsukamoto/haze
Voto: 7
Recensione di: Anna Maria Pelella

haze_leggero.jpgUn uomo si risveglia nel buio più totale. Non sa dove si trova nè come ci sia finito e il posto in cui è rinchiuso appare inquietantemente pericoloso. A tentoni, nel buio che inghiotte ogni cosa, cercherà di esplorare le sue possibilità di fuga e nel frattempo di recuperare il ricordo di ciò che è accaduto.
Tutto comincia con un risveglio al buio, metafora assai fuorviante del processo di consapevolezza, dal momento che non verrà fatta nessuna luce, quindi tutte le avvenute acquisizioni del protagonista resteranno in parte nell’ombra e quelle che alla fine vedranno la luce non saranno spiegate. Tsukamoto non risponde a nessuno dei quesiti fondamentali che pone e cioè: chi sono, dove sono, da dove vengo e dove sto andando. Il protagonista, di cui mai sapremo il nome ha una terribile amnesia e si pone mille domande circa il proprio stato, intanto potrebbe esser prigioniero di una guerra che non ricorda essere scoppiata. Oppure vittima di un ricco pervertito che si diverte ad imprigionare le persone, e poi a ferirle lasciandole morire nel sotterraneo delle sua stessa anima. In mezzo ai pezzi di corpi che popolano l’antro in cui si trova, incontra una donna, anche lei preda di amnesia, la quale ricorda solo che “volevo andare da un’altra parte e poi sono stata portata qua prima di riuscire a scappare”.
I due sono feriti in modo piuttosto serio, e la donna decide di tentare la fuga passando sotto l’acqua in cui sono immersi i corpi che li hanno preceduti.
Quando passeranno dall’altra parte si troveranno in una luce ed in un luogo che nulla aggiungono alla consapevolezza dei due e dello spettatore. La verità è che potrebbe essere accaduto di tutto, da una prosaica lite familiare finita male, fino al passaggio di un alieno che cancella le menti delle persone e ci gioca come fossero bambole. In mezzo a tutte queste possibilità ed a mille altre aggiunte a caso dallo spettatore, quello che emerge è l’assoluta maestria di Tsukamoto nel raccontare il perturbante, che da sempre è ospite gradito di tutte le sue opere.
Qua l’ermetismo della rappresentazione lascia una traccia inquietante, lungo la quale lo spettatore si arrampicherà con la stessa vacua tenacia che il protagonista mette nell’esplorare i cunicoli della sua anima, o di quella del regista, per quel che ci è dato sapere. La dimensione proiettiva che sola riempie i vuoti lasciati dal sadico demiurgo dell’intera operazione, Dio o Tsukamoto a voi la scelta, impreziosisce il tutto rendendo labile ogni possibilità di definizione. Fino alla rappresentazione finale che, nella sua assoluta mancanza di coerenza finisce per complicare ulteriormente il tentativo di decodifica di chi assiste impotente alla rappresentazione del vuoto esistenziale che popola i sottoscala o le cantine del Giappone contemporaneo.
Tsukamoto non è nuovo alla sperimentazione, anni fa diede un sostanziale contributo al cyberpunk con i suoi Tetsuo the iron man e Tetsuo 2 body hammer, dove esplorava con maestria le possibilità del corpo. In questo Haze, dopo aver trattato il tabù della morte in Vital e quello voyeuristico in A Snake of June, ci regala la definitiva rappresentazione dell’anima.
L’anima secondo Tsukamoto è un luogo oscuro, umido e pericoloso, dentro vi nuotano silenziosi i frammenti di tutto quello che abbiamo distrutto sul nostro cammino, ma noi ne perdiamo le tracce per strada e subito dopo anche il ricordo.
Tsukamoto usa la sua potente capacità espressiva attraverso le immagini per dirci che dimenticare non ne cancella affatto l’esistenza, la quale continua sotterranea ma non per questo meno vitale. E ci dice anche che insistere in questo modello di rimozione ci potrebbe privare del nostro passato e quindi uccidere la possibilità di un futuro.
Non male per un film di soli 49 minuti, che ad un primo sguardo lascia solo leggermente disorientati, ma che guardato di nuovo e stavolta da vicino ci dice molte cose sul nostro conto, cose che per lo più abbiamo dimenticato, ma Tsukamoto si assume qui il compito assai arduo di ricordarcele, senza minimamente curarsi della crudezza del messaggio o della difficoltà di capire il linguaggio del messaggero.

 
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