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Scritto da Dario Carta   
martedì 20 ottobre 2009

La nona porta
Titolo originale: The Ninth Gate
Francia, Spagna: 1999 Regia di: Roman Polanski Genere: Horror Durata: 132'
Interpreti: Johnny Depp, Lena Olin, Emmanuelle Seigner, Frank Langella, James Russo, Barbara Jefford, Jack Taylor, José López Rodero, Tony Amoni, Willy Holt, Allen Garfield, Jacques Dacqmine, Joe Sheridan, Rebecca Pauly, Catherine Benguigui
Sito web:
Nelle sale dal: 2000
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Dario Carta
L'aggettivo ideale: Sinistro

lanonaporta_leggero.jpgDean Corso (Johnny Depp), avido professionista esperto di libri rari,viene incaricato dal ricco collezionista Boris Balkan (Frank Langella) di autenticare la sua copia de “Le nove porte del regno delle ombre”,opera redatta nel XVIII secolo dal veneziano Aristide Tirchia,ma portante anche la firma di Lucifero.
Sembra che al mondo esistano altre due copie del volume e Balkan assume Corso per verificare l’unicità della sua copia ,trovando le altre due e confrontandole con quella nelle sue mani.
La ricerca di Corso si estende dal Portogallo alla Francia e l’uomo si trova a far fronte a una serie di misteri e di omicidi di natura inquietante e malvagia,quasi non umana.

A trent’anni da “Rosemary’s Baby”,Polanski torna a parlare del demonio in questo “La nona porta”,ispirato al romanzo “El Club Dumas” dello scrittore colombiano Arturo Perez-Reverte da cui il regista,in collaborazione con Enrique Urbizu e John Brownjohn, deriva la sceneggiatura,tagliando tout court una delle due indagini che,intrecciandosi,tessono la struttura portante del libro.
Il regista sorvola sulla ricerca del capitolo inedito de “I tre moschettieri”,di Dumas padre per centrare il suo script sull’analisi delle vicende relative alla redazione de “Le nove porte del regno delle ombre”.
Polanski non si professa uno specialista del demoniaco,ma già nel ’67,nel suo delizioso “Per favore…non mordermi sul collo”,con mordente ironia il regista pennellava l’occulto in chiave vampiresca e ne “La morte e la fanciulla” (’95) poneva in primo piano le sue tematiche più urgenti,racchiuse nell’inquietante sfera dell’eterno dualismo fra disperazione e riscatto,lasciando trasparire le oscure tonalità del buio esistenziale di chi ha esperito,anche trasversalmente,l’orrore della morte nella realtà dei lager nazisti.

“La nona porta racchiude in sé le suggestioni di un esoterismo filtrato attraverso una storia che parla di indagini su libri antichi,opere uniche,rare collezioni di volumi preziosi,il tutto accuratamente confezionato ed inserito in un ambiente dove vigila la costante minaccia di una presenza demoniaca,una magia sulfurea che permea l’intero racconto.
Lo spettatore,legittimato ad aspettarsi il tocco geniale del regista nell’impastare gli ingredienti di questa intrigante tematica,impatta fin dalle sequenze in apertura con il senso d’inquietudine che innerva la prima metà di una pellicola
che tende successivamente a perdere il ritmo e procedere d’inerzia fino all’epilogo del tutto disallineato con la natura del film.
Nelle immagini iniziali,l’accento viene posto sul contrasto fra l’ambiente di un prestigioso appartamento e la tragedia che sta per consumarsi al suo interno.
La ricchezza che trasuda da ogni oggetto visibile non illumina la lugubre atmosfera che regna ed assiste immobile e senza vita al suicidio dell’uomo che sta per impiccarsi.
Il particolare delle pantofole firmate,lussuose e raffinate,elemento caratteristico di un benessere e del calore domestico ed immagine di un focolare accogliente,viene qui ben evidenziato per sottolineare la profonda antitesi fra la disperazione di un gesto estremo non privo di eco eterne e la precarietà del bene effimero della ricchezza,insufficiente a garantire la felicità umana.
E’ una sequenza cupa e lugubre,antefatto di un racconto agitato ed inquieto che vede protagonista il disincantato Dean Corso autore del suo stesso destino,la cui figura viene messa a fuoco nelle immagini subito successive.
Cinico e disinibito,mercenario dell’arte,Corso è disposto a tutto pur di giungere allo scopo che si prefigge,sempre e comunque rappresentato dal denaro e la sua indifferenza verso qualsiasi rispetto dell’etica marca stretto il personaggio nel suo cammino verso l’ultima porta che lo avvicina pericolosamente alla perdizione.
L’approccio alla sfera esoterica avviene nel terzo momento del film,quando Corso assiste alla lezione di Balkan sulle percezioni del male nel contesto delle diverse fasi storiche e degli elementi che caratterizzano la magia e la natura soprannaturale di alcune realtà.

Il regista correda l’incontro conflittuale fra i due protagonisti,qui visti nell’ottica di uno studiato antagonismo,con argomenti di occultismo e stregoneria,demoni e oscure realtà maligne.
Qui Polanski lascia parlare lo studioso,che non esita a denunciare,non senza un’attenta ipocrisia,i metodi poco ortodossi di Corso,apostrofandolo come elemento inaffidabile ed opportunista.
Ma il confronto fra i due dà,in realtà,la duplice occasione di conferire struttura alla vicenda mostrando come la trappola sia scattata e lasciando chiaramente intendere l’ambiguità di entrambi i personaggi,a loro volta pedine del protagonista che li seduce,l’Avversario che le attira a sé soggiogandoli alla sua volontà.
La descrizione dei beni di Balkan,la preziosa collezione di volumi a tema,è attentamente costruita.
Inquieta ed incresciosa,la spiegazione illustra pregiate rilegature,opere intarsiate e testi unici in modo molto attraente ed affascinante,ma insinua nello spettatore il tarlo dell’inquietudine,dandogli modo di intendere questi oggetti rarissimi come involucri del lato maligno della natura umana,manufatti di per sé pregevoli,ma il cui contenuto cela una dimensione malvagia che può portare l’uomo alla perdita di sé stesso.
Polanski eccelle in questo momento di stridente contrasto fra le due realtà in antitesi: la forma materiale e mirabile, feticismo e attrazione all’oggetto unico del quale si è unici proprietari e,in contrasto,il contenuto ed il suo significato reale,oltre le sue dimensioni materiali.
La reciproca ambiguità dei due contraenti l’accordo emerge nel colloquio nella forma di una finta diffidenza e di una pantomima che è antefatto di una intesa in realtà presiglata , sanzionata dai rispettivi propositi e identificata da incisi colloquiali ben mirati :”Crede nel soprannaturale?” “Credo nella mia percentuale” e “Nulla è più affidabile di un uomo la cui lealtà può essere comperata con il denaro”.
Balkan e Corso hanno sviluppato la stessa ossessione che li metterà a confronto nel finale,come al momento del loro primo incontro.
Entrambi sono ai margini della salvezza e procedendo pari passo,si confrontano nelle rispettive condizioni portate all’estremo,sull’orlo di un baratro nel cui fondo possono trovare solo loro stessi,come rivela la fine di Balkan.
Tra atmosfere thriller,pennellate di zolfo e tracce di ironia,il film si lascia alle spalle la sua prima metà bella e fascinosa,ma perde poi il ritmo e si smarrisce nella distratta fretta di giungere ad un dunque di nessuna soddisfazione.
La tensione inizialmente spasmodica,scandita da tracce di comicità favolistica (si notino i due fratelli stampatori Ceniza ,macchiette che riportano ai poliziotti gemelli Dupond(t) del Tin Tin di Hergè,con tanto di baffi con variante a virgola),perde il ritmo nella seconda metà del film e finisce col mostrare tanto mestiere ma poco coinvolgimento (auspicabilmente non intenzionale,nel sottofinale,la parodia di “Eye Wide Shut” nell’orgia satanica mascherata).
La fenomenale fotografia (Darius Khondji),con il ricco impasto di intensi colori ed il gioco di luci negli interni di case e castelli e nelle scene più buie,è sorretta dalla efficace colonna sonora di Wojciech Kilar,con i suoi temi dal sound particolarmente sinistro.

“La nona porta” reca indubbiamente in sé la firma di Polanski,anche se a tratti difficilmente decifrabile.
Forse con qualche taglio alle sequenze troppo ridondanti e con pochi minuti in meno,il film non si sarebbe perso nell’etere di sottigliezze stilistiche e trasparenze formali che affliggono la seconda parte della storia e avrebbe regalato un finale più allineato alla controversa eleganza del suo regista.

 
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