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Paranormal Activity 2: Tokyo Night PDF Stampa E-mail
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Scritto da Anna Maria Pelella   
lunedì 11 aprile 2011

Paranormal Activity 2: Tokyo Night
Titolo originale: Paranômaru akutibiti: Dai-2-shô - Tokyo Night
Giappone: 2010  Regia di: Toshikazu Nagae Genere: Horror Durata: 90'
Interpreti: Aoi Nakamura, Noriko Aoyama Joo-Mee Lee Byung-Joon
Sito web:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 5,5
Trailer
Recensione di: Anna Maria Pelella
L'aggettivo ideale: Nipponico
Anteprima Udine Far east

Paranormal Activity 2: Tokyo NightHaruka Yamano ritorna a Tokyo da San Diego, dove ha avuto un incidente che le ha provocato la frattura delle gambe. Suo fratello si occupa di lei mentre il padre è via per lavoro.
Poco tempo dopo che i due iniziano a usare una videocamera, Koichi si accorge che alcuni oggetti nella stanza di sua sorella si sono spostati nel corso della notte.
Decide così di installare la videocamera nella stanza di Haruka e filmare eventuali manifestazioni paranormali.

Paranormal Activity 2 è il sequel dichiarato del fortunato film di Oren Peli. Basato sulla storia originale, parte da quella per ampliare il discorso e includere una spiegazione al fenomeno insieme ad alcuni piccoli tocchi di regia dal sapore decisamente nipponico.
La storia è piuttosto semplice: abbiamo due persone, una delle quali in sedia a rotelle per via di un incidente occorso in viaggio, incidente in cui una persona ha perso la vita, le quali, giocando con una videocamera, scoprono di non essere soli in casa.
Il crescendo di tensione, in verità piuttosto esiguo come anche nell’originale, è dato dallo scorrere delle immagini in notturna che riprendono gli strani accadimenti nella camera di Haruka. Lei all’inizio è un po’ seccata per la palese violazione alla sua privacy, ma a mano a mano che la faccenda si complica, dapprima si spaventa e poi finalmente racconta al fratello quel che le è accaduto in America. E qui il plot si discosta leggermente da quello originale, fornendo una spiegazione, sia pure parziale, all’infestazione che si è prodotta nella stanza di Haruka.

Il tutto è ripreso con l’ormai nota tecnica traballante, a simulare un lavoro da dilettanti, come in effetti il film finisce per risultare, e con la maggior parte delle inquadrature in cui resta fuori metà della testa dei protagonisti. Superato l’eventuale fastidio per le inquadrature sbilenche e per il tremolio da ottovolante, c’è poi da affrontare il ridicolo involontario dato dalla scena in cui un prete si occupa di scacciare la presenza dall’appartamento, senza mai andare nella stanza di lei, dove per la verità la maggior parte degli eventi si è svolta. Molto più intrigante risulta invece la scena in cui un gruppo di amici si avventura nella stanza incriminata per poi precipitarsi fuori dalla casa di corsa, con tutte le ovvie difficoltà di chi ha lasciato la scarpe all’ingresso.
Ma la vera sorpresa in questo, per altri versi trascurabile, sequel è dato dall’inserimento di alcune inquadrature, nei momenti più concitati e tutte in notturna, tese a rischiamare lo strisciare di una presenza fantasmatica e ottenute con la nota tecnica nipponica di insinuare il perturbante praticamente fuori dal campo visivo dello spettatore.
Unica nota questa che induce un qualche sobbalzo nell’insieme leggermente soporifero che si produce sullo schermo.

Nel complesso la convincente prova degli attori e i riusciti accorgimenti di regia rendono comunque equilibrato un lavoro che non brilla certo per originalità.
Il punto è che la tecnica di filmare simulando un effetto reality è stato sfruttata già da tempo, e l’eventuale spinta voyeristica, esaurita dalle ripetizioni, non basta certo a motivare la visione della versione asiatica di un film di per sé già superato, il cui sequel americano, uscito in contemporanea con questo, ha registrato incassi molto inferiori al primo film e impressioni discordanti tra gli spettatori.
Intendiamoci, il fatto di trovarsi davanti a un raro caso di remake da un film americano realizzato in Giappone, ha il vantaggio dell’innovazione apportata dagli accorgimenti di regia resi famosi dall’esplosione del J-horror anni addietro.
Insomma se è pur vero che gli americani quando realizzano un remake da un film asiatico tendono ad appiattire anche le sceneggiature più particolari, in questo caso siamo invece di fronte all’arricchimento di un plot scarno, ottenuto tramite l’uso sapiente delle inquadrature e un semplice accorgimento di sceneggiatura che, seppure non rendono imperdibile questa nuova release, di certo ne motivano l’esistenza.

 
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