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Scritto da Nicola Picchi   
lunedì 17 settembre 2007

Rampo Noir
Titolo originale: Rampo jigoku
Giappone: 2005. Regia di: Takeuchi Suguru (Mars Canal), Jissoji Akio (Mirror Hell), Sato Hysayasu (Caterpillar), Kaneko Atsushi (Crawling Bugs) Genere: Horror Durata: 135'
Interpreti: Tadanobu Asano, Kaji Moriyama, Hiroki Narimiya, Mikako Ichikawa, Tomoya Nakamura, Minori Terada, Ryuhei Matsuda, Yukiko Okamoto, Hanae Kan, Nao Omori, Tamaki Ogawa, Hiromasa Taguchi
Sito web:
Voto: 8
Recensione di: Nicola Picchi

useless_legg.jpgSonata a quattro mani su un’unica tonalità questo Rampo Noir, quella cupa e dissonante dei racconti di Edogawa Rampo (pseudonimo di Taro Hirai, pensato come tributo ad Edgar Allan Poe), padre del mistery giapponese ed autore saccheggiato spesso e volentieri dal cinema nipponico, già omaggiato nello splendido e fiammeggiante Rampo, di Rintaro Mayuzumi e Kazuyoshi Okuyama, del 1994. Quattro registi, due esordienti e due di lungo corso, danno vita ad una sinfonia decadente e disturbante che ha come denominatore comune il corpo attoriale di Tanadobu Asano, amatissimo in Giappone.
E allora Asano è Narciso nel primo episodio, “Mars Canal”, dove tra bagliori di luce e nel silenzio più assoluto un corpo maschile ed uno femminile lottano, si affrontano, combattono con furia primeva, finchè l’uomo, dopo aver preso il sopravvento, si rispecchia nelle acque di un lago a cercare la sua immagine riflessa, la quale sarà inevitabilmente insieme uomo e donna, ermafrodita come l’Adamo primitivo immaginato dai cabalisti.
Asano è Akechi Kogoro, figura di investigatore nella tradizione di Dupin e di Sherlock Holmes creata da Rampo, nel secondo episodio, “Mirror Hell”, diretto dal recentemente scomparso Jissoji Akio. E ancora si parla di riflessi, di specchi e del mito di Narciso, solo che questa volta gli specchi uccidono, fondono volti ed ossa, bruciano cervelli. Toru, bellissimo creatore di raffinatissimi specchi, si riflette anche nelle tre donne che lo amano, finchè questi s’ingelosiscono e cominciano ad uccidere, perchè solo loro vogliono conservare la sua immagine. Come recita un verso tratto dal Kinkai Waka Shu (Poesia Giapponese dell’albero della pagoda dorata) citato nel film: La vita è ciò che si riflette in uno specchio. Non è reale nè irreale, semplicemente è. Ma forse, aggiungerà Toru, negli specchi è possibile vedere Dio.
Asano è ancora Akechi nel terzo episodio, “Caterpillar”, diretto da Sato Hisayasu, assai maturato stilisticamente dai tempi del rozzo Naked blood. Akechi è sulle tracce del suo storico antagonista, l’Uomo dai Venti Volti, che gli lascia in eredità la sua collezione di oggetti d’arte, in questo caso arti umani conservati sotto vetro. Akechi ne segue le orme fino ad un’isola dove vivono la nipote di quest’ultimo, Tokiko, ed il suo giovane assistente. Questa volta gli specchi sono velati o frantumati, per non riflettere il tenente Sunaga, marito della donna, tornato dalla guerra ridotto ad un tronco umano. Tokiko lo sevizia amorosamente, costantemente seguita dal ragazzo, in realtà lo stesso Uomo dai Venti Volti, che la spia voyeuristicamente con la sua telecamera. Sarà lui stesso a far riemergere maieuticamente la verità attraverso una scheggia di specchio (La vita è ciò che si riflette in uno specchio) e a permettere a Tokiko di ricongiungersi con il proprio uomo, un bruco che forse, alla fine, si trasformerà in farfalla. Ad Akechi, mentre un terremoto distrugge Tokyo, non resta che constatare che la sua nemesi ha il suo stesso volto.
Asano si sdoppia ancora nel quarto episodio, “Crawling Bugs”. E’ Masaki, uno chaffeur che tiene a distanza il mondo e lo osserva passivamente attraverso lo specchietto retrovisore della sua auto, terrorizzato dal contatto umano e dai germi che brulicano sotto la superficie delle cose. Innamorato di una bellissima attrice di teatro, ed abituato ad accompagnarla ai suoi incontri con l’ amante (sempre Asano), decide di ucciderla per preservarla per sempre dall’orrendo contagio della vita e dall’inarrestabile collasso dell’universo. Nel set meravigliosamente posticcio creato dalla propria immaginazione, Masaki allestisce un’ultima, macabra sacra rappresentazione per sancire il realizzarsi definitivo della propria pulsione, il ritorno alla materia inanimata, il ritorno nell’utero. Nonostante lo stile dei registi sia abbastanza differente, impressionistico Takeuchi, più classico e sorvegliato Jissoji, modaiolo Sato, tendente al grottesco Kaneko, l’insieme risulta miracolosamente omogeneo, e l’impegno congiunto dei quattro fa di Rampo Noir un film da vedere senza alcuna riserva

 
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