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Scritto da Dario Carta   
lunedì 22 febbraio 2010

Wolfman
Titolo originale: Wolfman
USA, Gran Bretagna: 2010 Regia di: Joe Johnston Genere: Horror Durata: 102'
Interpreti: Benicio Del Toro, Anthony Hopkins, Emily Blunt, Hugo Weaving, Art Malik, Kiran Shah, Elizabeth Croft, David Sterne, Sam Hazeldine, Olga Fedori, Branko Tomovic, Michael Cronin, Nicholas Day, Bridgette Millar, Richard James, Anthony Debaeck, Emily Parr, Cristina Contes, David Schofield, Roger Frost, Andy Gathergood, Asa Butterfield, Simon Merrells, Dianne Pilkington, Shaun Smith, Mario Marin-Borquez, Gemma Whelan, Geraldine Chaplin
Sito web: www.thewolfmanmovie.com
Nelle sale dal: 19/02/2010
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Dario Carta
L'aggettivo ideale: Dualistico

Wolfman1891.Lawrence Talbot (Del Toro) torna nella tenuta di suo padre (Anthony Hopkins) a Blackmoor,Inghilterra,che dovette abbandonare anni prima,travolto dalla tragica morte di sua madre suicida. A richiamarlo a casa è la fidanzata (Emily Blunt) di suo fratello,ucciso brutalmente da quella che sembra essere una misteriosa bestia che si aggira nei boschi della proprietà.
In famiglia i rapporti con il padre sono tesi e difficili e Larry,nel corso delle sue indagini per comprendere chi o cosa si aggiri nella brughiera a commettere atroci delitti,si troverà a rivivere un incubo vissuto da adolescente,lo sgomento di una madre che si è tolta la vita e la follia di un padre che sembra disconoscerlo e si vedrà a sua volta vittima di una maledizione da cui la sua famiglia sembra segnata da sempre.

Nel 1939 la Universal diede inizio,con "Il figlio di Frankenstein" ad una serie di pellicole horror,un genere che nei primi anni '30 era passato del tutto ignorato. Sembrò che neppure questa seconda serie di film ispirati alla paura primordiale insita nell'uomo potesse ripagare le spese di produzione.
Nonostante la maggior parte dei film horror prodotti sotto gli attenti occhi di Laemmie avessero il privilegio di usufruire di budget elevati e fossero oggetto dell'attenzione delle più note Major e dirette ad un pubblico attento ai film di prestigio,alla fine della seconda guerra mondiale,i film dei mostri della Universal erano destinati alle sale per spettacoli da matineè o dei B movies.
Tendenza riconducibile alla metà degli anni '30,quando divenne una procedura standard produrre film dal profilo di "La figlia di Dracula",almeno fino a quando la Universal decise di investire meglio le proprie risorse in film più ambiziosi ("Il ritorno dell'uomo invisibile",1940,con Vincent Price).
Ma il giro di boa avvenne solo l'anno successivo,quando nel '41 uscì nei cinema il mostro che riportò la fantasia e la paura del pubblico negli anni d'oro.
"L'uomo lupo" portò con sè un senso di intensità ed energia che ricondussero gli intenti della Universal ai tempi della "Sposa di Frankenstein",sei anni addietro,ma non trattò una materia originale.
Il primo Uomo Lupo ("Werewolf Of London") apparve sugli schermi,sempre della Universal,sei anni prima,nel 1935,ma passò del tutto inosservato,lasciando che fosse la fantasia dell'immigrato tedesco Curt Siodmak,divenuto in seguito uno dei più prolifici scrittori della Hollywood dell'horror,a permettere al pubblico di conoscere a fondo la vera natura di quegli uomini che,contro la propria volontà,portano in sè una profonda trasformazione nelle notti di luna piena,sono soggetti alla magia degli zingari,possono essere uccisi solo con pallottole d'argento e vedono sulle vittime il disegno di una stella a cinque punte.
Dovesse valere la spesa di aggiungere qualche parola alle enciclopedie sul "Wolfman" di George Waggner,lo si dovrebbe fare sulla comune osservazione che il film funzionò grazie a Larry Talbot.
Lon Chaney Jr.fu un bravissimo attore,ma purtroppo per lui figlio d'arte e suo padre(”Il fantasma dell’Opera”,”Il gobbo di Notre Dame”) fu tutt'altro artista.
Il Larry di Lon Jr.. apparve come una figura buona,forse mite e degna di fiducia e Lon fu capace di trasmettere questo aspetto del suo personaggio al pubblico,che lo apprezzò.
I limiti dell'attore,nelle vesti del protagonista,sono perfettamente in sincrono con con le intenzioni dello sceneggiatore nel descrivere il suo personaggio come un uomo qualunque che porta in sè un segreto che neppure lui è in grado di comprendere,come una misura raggiunta dalla consapevolezza che la realtà viene devastata dal terrore di essere vittima del capricci del fato.

Settanta anni dopo,Joe Johnston (“Jurassic Park III”,”Hidalgo – Oceano di fuoco”) rintraccia il lupo e il mago del trucco Rick Baker (“Un lupo mannaro americano a Londra”,”Men in Black”) e lo affida al telentuoso Benicio Del Toro,artista dal multiforme ingegno,spostando la prospettiva della storia sullo sfondo di una più raffinata interpretazione del dramma e ponendo l'accento sulle traumatizzanti vicende maturate all'interno di una famiglia sconvolta e divisa,che altro non è che l’immagine del tormento del protagonista devastato dalla forza sconosciuta che lo forza a subire le sue metamorfosi.
La versione del '41 fu attentamente articolata sullo sviluppo di quello che era la ragion d'essere del cinema di quel tempo e che i "movie goers",il pubblico dello schermo cercava:l'evasione e il sogno,lo stupore per la sorprendente meraviglia che si spalancava davanti agli occhi,lo sgomento di essere rapiti e portati in una dimensione onirica che accarezzasse le loro illusioni.
Ragion per cui il regista George Waggner e il direttore della fotografia Joseph Valentine,furono molto perspicaci nell'elaborare l'idea di immaginario ricorrendo a quell'espressionismo gotico che si rese complice del successo del film,diffuso nelle atmosfere da incubo delle nebbiose ed inquiete brughiere gallesi.
L'intento di Joe Johnston è quello di rendere un dovuto omaggio al cult del '41,ma qui Del Toro prende spunto dai drammi amletici famigliari e sottolinea la sofferenza per la natura controversa e maledetta racchiusa in un uomo cui sfugge la conoscenza del proprio subconscio,anteponendola all'aspetto immaginifico della trasformazione fisica in bestia ultraumana.
D'altra parte,quello che sconvolse il pubblico che quello stesso anno assisteva alle mutazioni del Dott.Jekyll di Victor Fleming,furono sì le impressionanti immagini indelebili nella mente deli spettatori del cinema di quella generazione,ma fu soprattutto la sorda inquietudine che muoveva più nel profondo di essere messo di fronte all'evidenza che il mostro era nell'uomo e che l'uomo poteva sempre diventare un mostro,dando luogo ad una realtà umana innaturale,schizofrenica che si incarnava in un io fratturato ed in eterno conflitto con sè stesso.
Nel "Frankenstein di Mary Shelley" (1994) Kenneth Branagh ripropone l'ennesima versione del Prometeo Moderno,riapprocciando la struttura della stesura originale,restando fedele al romanzo che sviluppa ed approfondisce molti aspetti omessi nelle trasposizioni cinematografiche.
Il barone Frankenstein,ribelle alla morte della madre,crea un mostruoso essere che,respinto dal suo creatore si vendica fino al tragico epilogo.
Nonostante il protagonista tornasse qui ad essere il genio malato,l'accento è posto sulla sofferenza della creatura,la sua solitudine,il dolore e la cattiveria come reazione ad una condizione esistenziale messa al bando e fuori dal proprio controllo,al punto di portarsi all'annullamento.
Il lato fobico dell'uomo verso sè stesso può generare un mostro ancestralmente nascosto nell'io più profondo e cosa può scatenare maggior terrore se non il liberarsi della bestia?
Il Talbot di Del Toro,rispetto a quelo di Chaney,urla contro il proprio destino,reagendo al vittimismo che lo relega tra le sbarre della sua natura inumana.
La sua furia non si placa nei boschi ove cerca dimora,ma indaga nelle sorti del proprio destino ostile alla ricerca del diritto di amare,lui,mostro lacerato da una morte senza spiegazione e da una violenza patita all'interno della sua stessa famiglia.
Il Dracula di Coppola prende le distanze dal conte delle precedenti versioni dello schermo (forse ad eccezione del "Nosferatu" di Kinski diretto da Herzog nel '79) e Gary Oldman, anzichè creatura mostruosa e malvagio sovrano della notte,è un uomo maledetto,vittima della sua stessa ribellione a Dio,ma porta in sè la capacità di provare il sentimento di un amore che vede perduto per sempre ma che non smette di cercare,come il simbolo della pace che non ha più,ma alla quale anela disperatamente.
Nella splendida versione de "La mummia" del '32, Imhotep (Boris Karloff) è un morto-vivo soggetto ad una antica maledizione egizia e mummificato in vita per aver profanato la Principessa del Nilo,che egli amava,tentando di farla risorgere dal suo riposo eterno.
L'amore è ancora il motore delle azioni umane e nonostante gli accadimenti o gli interventi del Fato, l'uomo lo sente vibrare nel profondo e non può sottrarsi alla sua forza,comunque il Destino si presenti o qualsiasi forma gli faccia assumere: mostro o morto in vita,la pulsione del sentimento più forte è inarrestabile ed imprescindibile nella dimensione umana.
Tutti questi mostri quindi,nella loro versione originale,portano in sè un lato romantico.
Essi non rinunciano ad essere uomini pur nella loro manifestazione animale e selvaggia e nel trasformismo bestiale cui il Fato - o la ribellione alla loro natura di creature - li ha trasformati.

L'uomo lupo di Del Toro incarna questo dualismo con le sofferenze di un uomo in lotta contro il suo stesso essere da cui è costretto a vivere esistenze coatte e conflittuali,immagine Shakespeariana di un essere - non essere,ove l'essere è condizionato dal despotismo di un padre da cui Talbot si sente defraudato del diritto alla propria libertà di figlio e uomo.
Il regista sviluppa il racconto analizzando il tessuto umano e famigliare,privilegiandolo alla storia.
Johnston esamina da vicino il rapporto tra padre e figlio,conferendogli la valenza di un valore fortemente formativo dell'animo del ragazzo che cresce all'ombra di un padre che gli è estraneo ma al quale cercherà di riavvicinarsi.
L'altro elemento che fa da collante alla narrazione è il sentimento che lega Larry a Gwen,la fidanzata del fratello scomparso.
L'inviluppo di questi due argomenti fornisce la chiave di lettura del film di Johnston.
Nella versione del '41 Claude Rains,fenomenale attore del suo tempo e di sempre,fu padre rimasto all'ombra di un figlio disperato ed il suo ruolo si risolse al margine della tragedia di Larry,vittima del suo processo mutageno.
Johnston,al contrario, mette in risalto la figura di Hopkins,padre/padrone ai confini della follia e fortemente dominante nel rapporto con il figlio e conferisce al patriarca un peso fondamentale nello sviluppo del dramma famigliare e nella formazione del ragazzo,con tutto il carico che graverà sulla sua esistenza.
Quando Larry torna al suo paese per cercare il fratello,è mosso dal desiderio di sciogliere il conflitto con il padre,col quale vuole impostare un rapporto il più sereno possibile,nonostante l'abbandono di cui è stato vittima.
Questo è un aspetto inedito,un sottotesto essenziale rispetto alla versione originale del '41,dove Rains non assurge a figura di genitore prevaricante,ma resta arginato al livello di personaggio contestualizzato nella vicenda.
Sul lato oscuro della sua vita,la morte della madre,l'allontanamento da un paradiso dorato ma fittizio,la freddezza di un padre avvolto in una lucida follia,Larry vuole gettare la luce del riscatto,una resurrezione verso la salvezza,una trasfigurazione di vita che possa riavvicinarlo alla gioia del calore famigliare.
Gwen si accorge del buio di Larry e fa di sè stessa la luce per l'uomo di cui è innamorata.
Non è opportuno accostare questo "Wolfman" con l'icona del '41.
Molte cose cambiano in 70 anni di cinema e molte generazioni vedono cambiare in fretta la società che le ospita: le abitudini,i gusti i costumi e il senso di stupore stesso che incantava il pubblico per il quale andare al cinema era un evento,non sono paragonabili alle aspettativa dello spettatore di oggi davanti ad una proiezione.
Questa edizione di "The Wolfman" va vista a prescindere dal retaggio che si porta addosso.
Ieri la magia del bianco e nero portava in sè un cinema che prometteva la meraviglia e la sorpresa di un mezzo nuovo che regalava sogni.
Oggi il grande schermo sublima emozioni con un linguaggio diverso e impostato su più livelli.
Johnston riesce nel suo intento di evocare un grande classico di un cinema mai dimenticato,ma rimane saldo sui suoi presupposti di narrare la stessa vicenda
cui aggiunge una serie di sottotrame che fanno del film una pellicola con vita propria,popolata da creature animate da una realtà che non consente facili riduzioni a parodie autoreferenziate.
L'accorta sceneggiatura di David Self e Andrew Kevin Walker risparmia al pubblico la temuta sottomissione al torrente degli ordinari clichè e stereotipi assurti a canone accertato nei film di genere e stimola alla valutazione del confronto fra l'intento scientifico ed il discernimento della naturale condizione umana.
La scienza,nella forma della ragione e dell'intelletto,si trova in diretto conflitto con il naturale lato animalesco insito nell'uomo,con il risvolto psicologico della disperata lotta di quest'ultimo per assumerne il controllo.
Il sottotesto,che richiama al film di Waggner,gravita attorno all'ambiguità e al mistero delle mutazioni,rapportate alla coscienza umana.
Nel film originale - ma non manca un riflesso nel film di Johnston - l'equivoco creato attorno alla vera natura dello zingaro (Lugosi) e di Larry,porta a interrogarsi sulla realtà degli eventi vissuti da Talbot,se questi siano davvero accaduti o se siano solo il frutto della sua immaginazione e su quanto possa restare di umano quando l'animale ha il sopravvento.
Diversamente dai vampiri che mantengono il loro controllo e dagli zombie,nei quali ogni traccia di umanità viene inghiottita da una condizione di morte biologica,i licantropi restano sospesi in un limbo esistenziale nel quale si agitano tormentati dalle loro atrocità,preda di un sentimento da cui sono dilaniati,ma comunque incapaci di redimersi ("Un lupo americano a Londra" - Landis).
Anthony Hopkins è il misantropo e recluso padrone di una tenuta vuota e padre di un figlio che non ha mai incontrato fatto salvo il furioso scontro fisico e i continui alterchi.
Hugo Weaving è un ispettore Abberline di Scotland Yard,quasi rubato dalla storia di Jack lo Squartatore per un contribuire alle referenze Vittoriane ambientali.
Del Toro sembra reincarnare Lon Chaney,portando su di sè le medesime tracce retrò di uomo/lupo,quasi un testamento della fonte originale di ispirazione.
Emily Blunt è Gwen,la donna in lotta con la perdizione,che usa la forza dell'amore per riportare alla luce l'uomo e la vita.
Johnston rivisita un classico,rispettandolo con il riguardo dovuto ad un cult,come fosse opera di arte pittorica o scultorea,ma non presume di apportarne alcun restauro solo per il ricorso agli effetti digitali sposati al nostro tempo.
Il regista modella piuttosto una sua idea,elaborando tematiche sociali oggi più che mai attuali ed inserendole nella stessa vicenda che era stata capace settant'anni fa di scavare nell'immaginario di un pubblico stupefatto e creando un nero ottocentesco ambientato nella stessa affascinante Inghilterra Vittoriana che ospitò la storia di Waggner,ma illuminando angoli ben più bui di una foresta nebbiosa o di una landa oscura,con le ombre di una luna che non filtra il fogliame dei boschi.

 
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