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Il Cinema Asiatico
Scritto da Anna Maria Pelella   
domenica 09 marzo 2008

Introduzione critica al cinema asiatico

L’obiettivo di queste note sul cinema asiatico è quello di richiamare l’attenzione su un territorio da noi ancora poco conosciuto, ma che nasconde dei gioielli di cinematografia da non mancare assolutamente.
Suddividerò il lavoro per nazionalità, privilegiando gli autori di maggior spessore, con un occhio anche alla produzione di genere. Molti sono registi di cui abbiamo visto un film o magari nessuno, ma che meriterebbero un maggiore approfondimento.
Saranno trattati di sfuggita gli autori famosi anche da noi, dal momento che si presuppone una maggiore possibilità di reperire il materiale e quindi una sicura conoscenza da parte del pubblico.

Cina
Cominciare un discorso sul cinema cinese può essere assai impegnativo, per andare sul sicuro comincerei col citare al volo Zhang Yimou con i suoi Hero, House of Flying dagger e Curse of the Golden Flower che, in quanto capolavori sono stati distribuiti anche in Italia e poi andrei direttamente a chiarire che film come Banquet di Xiaogang Fen li vedremo sempre e solo a Venezia ed altre situazioni del genere dal momento che le distribuzioni italiane non credono molto nel cinema asiatico in costume, mentre se ci adattiamo a vederli in spagnolo o francese possiamo reperire quasi tutto.
E’ il caso, ad esempio di The Matrimony, interessante film di Hua-tao Teng di ambientazione contemporanea che riprende il tema di Rebecca la Prima moglie, con variazioni di natura assai particolare. Solo Kar Wai Wong sembra sfuggito a questo destino dal momento che da noi le sue cose, seppur in alcuni casi solo in dvd e penso a quel gioiello di Fallen Angel, sono comunque arrivate. Certo 2046 è un'opera divulgativa, e nell’ultimo My Blueberry Night con attori americani e soldi francesi, dal punto di vista espressivo la trama si è assai semplificata, mentre cose come Ashes of Time, seppur molto suggestive sono considerate di nicchia, chissà poi perchè.
Passando a cose meno famose Suffocation di Zhang Bingjian che è una storia minimalista, raccontata con garbo, ambientata ai giorni nostri su un uomo che ha una situazione familiare come tante, una moglie ed un'amante, ma che decide di risolverla in maniera meno comune, è sicuramente assai gradevole. Per gli amanti dei film eroici d'azione intanto suggerirei The Promise di Chen Kaige che ci mostra eroi che corrono così veloci da volare, migliaia di bufali lanciati alla carica in un canyon strettissimo, divinità volteggianti a mezz'aria con le vesti, le chiome e perfino i gioielli fluttuanti senza peso.
E poi foreste, cascate, palazzi, maschere d'oro, barbari con elmi da vichingo, un eroe maledetto che si dissolve nel vento, guerrieri che combattono vorticando come eliche e via così. Per chi invece vuole tenere i piedi per terra Green Tea di Zhang Yuan racconta una storia di ricerca dell'anima gemella con stile assai retrò e colpo di scena solo suggerito alla fine. Ancora fantasmi, ma di maggior buon gusto di quelli giapponesi in Futago di Fung Yuen-Man, storia di una vendetta dall'aldilà raccontata con amore, New Blood di Pou-Soi Cheang invece comincia come una puntata di ER per finire con una cattivissima soluzione di sapore tutto asiatico.
Da non perdere poi Love Battlefield in cui un’auto rubata causa tanti di quei problemi ai proprietari da far venire voglia di prender l’autobus per tutta la vita, sempre di Pou-Soi Cheang del quale consiglio anche Home Sweet Home, intricata storia su una donna che perde il proprio bambino rapitole da un’abitante delle mura del suo stesso condominio e Dog Bite Dog un noir di grossissimo spessore narrativo. E per finire botte e vampiri in Twins Effect di Dante Lam, che comincia scemissimo e finisce con classe, cosa che non credo accada spesso.
Per il cinema di Hong Kong non si può non citare la produzione vastissima dei fratelli Pang.
Seppur discontinua in quanto a qualità, è decisamente interessante. Si va da titoli come Ab-normal beauty, che parte da uno stimolo simile a quello di Amenabar in Tesis per svilupparsi in un ossessione assai più orientale, a film come l'ecologista Re-cycle, che immagina un mondo fatto da tutti i materiali che abitualmente buttiamo via, passando attraverso l'ennesimo film della serie "bambine giapponesi coi capelli sulla faccia che tornano per vendicarsi" The Eye e Eye10 fino al Bangok Dangerous che gli americani stanno rifacendo con  Nicholas Cage e The Tesseract, confusa storia alla Matrix. Il recente bellissimo Diary racconta una storia di marionette, diari e fidanzati scomparsi e risulta stilisticamente di gran lunga superiore alla produzione di Sam Raimi attualmente sugli schermi anche da noi, The Messengers a testimonianza del fatto che le scelte distributive in Europa cadono sempre sul materiale più scadente. E non dimentichiamoci Infernal Affairs, tutta la trilogia di Wai Keung Lau, sicuramente superiore nel difficile campo della tensione al remake di Scorsese con un Matt Damon dall’espressione così fissa da sembrare dipinta. The Park di Andrew Lau è invece una brutta copia del solito film coi luoghi infestati, qua si tratta di un parco giochi. Abbiamo poi Koma di Law Chi-leung in cui si affronta la leggenda metropolitana che vuole i trapianti d’organo effettuati contro il parere del donatore, si tratta di una pellicola ben girata con un sapiente uso delle luci e un’atmosfera assai inquietante, ma forse è il plot, così lontano dalle nostre ossessioni, ad essere poco credibile. Una menzione a parte merita l’opera di Johnnie To autore di un grosso numero di pellicole d’azione dall’influenza americana, ma girate con una certa originalità, Fulltime Killer racconta le disavventure di due killer diversi per nazionalità ma legati dalla passione per una ragazza, che sono inseguiti da un poliziotto e nonostante ciò riescono a portare a termine diversi incarichi. Running out of Time è una complicata storia di un negoziatore della polizia coinvolto in un grosso imbroglio da un ladro a cui da la caccia, A Hero Never Die invece è la dura storia di due killer che si combattono in seno alla guerra che vede coinvolte le rispettive bande di appartenenza, mentre Election ed Election 2 sono storie di triadi, piene di intrighi per la successione e incentrati sui rapporti tra Hong Kong e la Cina. Exiled il più recente nella produzione di questo prolifico regista, racconta la storia di un uomo che torna a casa dopo una fuga che è durata anni e che trova un killer ad aspettarlo.

Giappone
Il discorso sul Giappone è assai più complesso. Comincerò con Miike Takashi del quale occorre innanzitutto dire che è un talento molto prolifico, legato alla logica del V-cinema, mercato giapponese degli anni ottanta pensato esclusivamente per l’home video e pertanto composto per la maggior parte da yakuza movies a basso costo.
La sua abilità di regista gli ha comunque consentito di emergere girando film di genere in pochi giorni, ma è nel film autoriale tout-court che salta all’occhio la sua capacità di narrazione per immagini per niente rozza, di sicuro estrema, ma mai scadente, né dozzinale. La sua cifra stilistica trapela dalle immagini patinate di Audition, uno dei suoi film più belli, anche a discapito della crudezza della rappresentazione, che come anche in Tsukamoto può essere disturbante ma mai brutta.
La prolificità e la discontinuità della sua produzione hanno fatto si che egli venisse associato al cinema di genere, cosa che in parte ha danneggiato la sua reale possibilità di essere valutato per il talento creativo che in effetti è. Il cinema di genere solitamente ci ha regalato buoni artigiani e qualche grande regista, ma tutti riconosciuti in ritardo, cosa che credo accadrà anche nel caso di Miike. In questo contesto non parlerò della filmografia completa reperibile comunque, ma ne accennerò una ragionata.
Personalmente li distinguo in film di sangue e budella, che tanto hanno scandalizzato e veri capolavori, quelli dove il sangue non è importante dal momento che la storia è talmente particolare e la regia eccelsa da non accorgersi nemmeno che durano in alcuni casi tre ore e mezza, come Izo, storia epica sul permanere del male attraverso i secoli, con  Kitano Takeshi che fa un piccolo cameo. Per la prima categoria non vanno assolutamente persi Ichi the killer, crudissima narrazione su un killer che cerca un interlocutore alla sua altezza per quello che ha tutta l’aria di essere un duello e Dead or Alive anche solo il primo, famoso per il fatto che nei titoli di testa muore più gente che nell’intero film.
Rainy Dog e Family 1 e 2, su storie yakuza molto serrate e magari anche Imprint, episodio censurato dei Masters of Horror e Fudoh. Per la seconda Audition incentrato su un uomo che fa un provino per trovare moglie e incappa in una simbiotica dalle fantasie assai particolari, il già citato Izo, Gozu, narrazione estrema e pittoresca su una serie di personaggi ai margini, la serie completa Mpd Psycho dal manga omonimo (che è ai limiti con la prima categoria), Box tratto da Three Extreme,  Sabu storia di un’amicizia travagliata e The Bird People in China incentrato sul contrasto tra la vita cittadina e un mondo rurale nel quale irrompe con violenza il trio di protagonisti.
Poi ci sono un musical folle the Happiness of Katakuris, remake del coreano The Quiet Family, su una famiglia che seppellisce le persone decedute nelle stanze del proprio albergo in circostanze assai bizzarre, nel giardino per evitare un brutta nomea alla locanda che gestisce e Zebraman su un supereroe sfortunato che ho trovato molto divertente. Di recente è tornato ad un cinema di natura più intimista con una storia omosessuale ambientata in un penitenziario A Big Bang Love: Juvenile. Si tratta di una pellicola particolare con un contenuto che travolge emotivamente, curatissimo sia dal punto di vista delle immagini, che dalla narrazione solitamente punto forte del regista.
Su Tsukamoto Shinya molto è già stato scritto, basti dire che dall’esordio con Tetsuo nel 1989 non ha mai sbagliato un film. In alcuni momenti è sembrato privilegiare forme di espressione più ermetiche come in Haze, claustrofobica micro storia ambientata in un cunicolo dell’anima, in altri ci ha regalato momenti di cinema indimenticabile e penso a quello che considero il suo capolavoro Vital, il cui plot affronta il dolore della memoria della perdita a partire da un’amnesia. O in altri ancora ha esplorato l’animo umano con un occhio scevro da compromessi, come nel caso di A Snake of June, infine nel suo ultimo lavoro, Nightmare Detective sembra concedere una chance al cinema più divulgativo, col risultato certo di continuare a stupire i suoi fan, se non quello di deludere in parte le aspettative di un pubblico che è ormai abituato a vedergli esplorare aree sempre più lontane da un quotidiano che sembra essere l’ultima delle preoccupazioni del regista. In quasi tutti i suoi film, e in molti di quelli di suoi colleghi, come in Marebito di Shimizu Takashi dove è il protagonista, Tsukamoto si è concesso il divertimento, come Kitano prima di lui, di recitare piccole parti, spesso dal significato inversamente proporzionale alla sua presenza sulla scena.
Kurosawa Kiyoshi invece da noi è purtroppo poco noto, solo di recente qualcuno ha avuto l’occasione di guardare quel bellissimo film che è Kairo (Pulse), da cui gli americani hanno tratto un remake orribile, che snatura del tutto l’idea di partenza del film. Tra i suoi connazionali è sicuramente uno di quelli di maggiore talento, e il suo nome non sfigura affatto accanto a maestri del calibro di Kitano Takeshi e Tsukamoto Shinya. Il tema comune ai lavori di Kurosawa è l’incomunicabilità, e l’impossibilità di spiegare gli eventi che accadono ai suoi personaggi ha reso il suo cinema, dalla regia e dalla fotografia accuratissime, poco appetibile in diretta concorrenza con la mania degli spiegoni che affligge il cinema americano. Il mio suggerimento per chi volesse conoscere da vicino questo grande regista è quello di guardare almeno Kuye (Cure), storia con un serial killer assai fuori dagli schemi, Karisuma (Charisma) dotato di una rara capacità evocativa, Korei (Seance) molto accurato nel descrivere la doppiezza dei sentimenti umani, e Bright Future, poetica storia di giovinezza sprecata e sogni mai realizzati. La scelta del regista di esprimersi in parte all’interno di un cinema di genere è comunque appropriata, dal momento che lo strumento permette  cose difficili in un altro contesto. Si pensi ai fantasmi di Kairo, che a perenne monito contro la dimenticanza spingono le persone all’oblio prima ed al suicidio poi, senza fare assolutamente altro che esserci. Oppure al killer di Kyua  (Cure 1997) che mesmerizza e distrugge con la sola sua presenza. Oppure alla bambina di Korei (Seance 2000) che sfugge alla morte quando sembra spacciata e muore quando sembra al riparo, ai coniugi che non sanno come gestire il potere di lei e la loro smodata ambizione. O magari alla incredibile sfrontatezza del doppio in Dopperugengaa (Doppelganger 2003) che realizza i desideri di chi gli sta vicino. Anche l’uso dello spazio, già molto importante nel cinema asiatico, è qui molto evidente, con particolare riferimento agli spazi nascosti, che rivelano attività su cui sfugge il controllo. Tutta l’opera del maestro risulta concentrata nell’espressione del senso di accettazione delle cose che non si riescono a spiegare, e non alla negazione di esse, col risultato che se negandole in altri contesti le cose inspiegabili vengono fuori con violenza, nel cinema di Kurosawa Kiyoshi vengono inglobate nel vissuto e continuano la loro esistenza in alcuni casi parallelamente, in altri in contrasto con la vita cosciente. Contrasto che diviene rappresentazione perturbante attraverso l’uso della sola macchina da presa, senza quasi ausilio di effetti speciali. Il tutto con un risultato assai più disturbante dal momento che il sussurro resta impresso più a lungo dell’urlo, che di per sé risulta già catartico e quindi facilmente metabolizzabile.
Per finire cito velocemente Kitano Takeshi. Tutto il suo cinema nel complesso rappresenta un’opera  in continua ascesa, non esiste un solo film di questo geniale autore che non mi sentirei di consigliare, con una menzione particolare per Zatoichi, in cui la sua strepitosa interpretazione, come quella di tutti i suoi comprimari, ci regala una sinfonia di immagini dal sapore teatrale e dalle suggestioni scenografiche indimenticabili, si pensi solo al montaggio della scena finale, con un balletto alternato alle immagini della vendetta del cieco samurai, che rappresenta il punto massimo raggiungibile in fatto di rappresentazione. Da noi è uscito quasi tutto, tranne Takeshi's che è in uscita ora e che io ho trovato bellissimo, si tratta di una sorta di 8 e1/2 di colui che è unanimemente considerato uno dei più grandi registi viventi. Inoltre i suoi libri, pubblicati da poco anche da noi aggiungono una conoscenza del pensiero dell'autore che personalmente ho trovato preziosa.

Ci sono infine una serie di film girati da registi poco conosciuti da noi che meritano comunque una menzione, per completezza di informazione sulla mastodontica produzione giapponese.
Oltre al già citato Shimizu Takashi il cui poetico Marebito rappresenta il punto più alto e il successivo Rinne (Reincarnation) un onesto omaggio allo Shining di Kubrick, abbiamo il più abile dei registi nel campo dei fantasmi Hideo Nakata, il cui Dark Water mi ha regalato l'unico soprassalto della mia carriera di amante di film orientali di fantasmi, autore del famosissimo Ring, che tanto ha influenzato tutto il cinema horror a venire e di Chaos, che definirei un omaggio al thriller alla Hitchcock.
Da evitare assolutamente i due remake americani di Ring che, a riprova del fatto che le produzioni americane trasformano non in meglio tutto ciò che toccano, è divenuta la parodia del film originale girato con una scandalosa quantità di soldi, che invece di accrescere il valore dell’opera l’hanno resa piatta e insipida come poche,  togliendo tutto il pathos e l’orrore vero presente nelle pellicole originali. Inoltre in fatto di fantasmi da non perdere quel gioiellino raccontato all'incontrario che è Ju-rey, di Kôji Shiraishi, realmente inquietante nella rappresentazione della voracità dei defunti giapponesi.
Eli, Eli Lema Sabachthani? di Aoyama Shinji è un film dal vago presupposto fantascientifico, ben fotografato, ma non particolarmente avvincente. Molto meglio il precedente film di Aoyama Shinji, Embalming, serrata storia su un imbalsamatrice che si trova nei guai dopo che la testa del cadavere del figlio di un potente uomo d’affari a lei affidato, viene trafugata. Another Heaven di Kawai Shinya è un’avvincente storia su delitti efferati senza alcun colpevole. Antenna di Kazuyoshi Kumakiri è l’ennesima storia di fantasmi che forse tornano, ma non è tra i migliori del genere, anche se alcune trovate di regia la salvano dall’oblio. Battle Royale di Fukasaku Kinji con uno strepitoso Kitano Takeshi, narra delle vicende di una scolaresca entrata a far parte di un sistema di controllo della delinquenza nel Giappone del futuro, che viene indotta a sterminarsi in una cornice di un un’isola nella parodia di quello che sembra proprio un reality. C’è poi la produzione di Takashi Ishii che merita una menzione a parte, Freeze Me è una terribile storia di rape and revenge nello stile asiatico, quindi eccessivo ma assai ben girato, come pure Hana to Hebi e Hana to hebi 2 (Flower and snake 1 e 2) belli visivamente ma dai contenuti molto forti. Ishii, oltre ad essere un famoso disegnatore di manga è anche l’ispiratore della Oren Ishii di Tarantino in Kill Bill, con i suoi Blackangel vol.1 e 2, durissima storia su una donna che decide di intraprendere la carriera di killer, per scovare gli assassini della sua famiglia.

Da considerare con attenzione poi, c’è un interessante film di Sekiguchi Gen  Survive Style 5 + , con un plot pieno di stranezze dalla moglie che continua a tornare dalla tomba, all’irresistibile ipnotizzatore e la sua vittima l’uomo-uccello che farà cip per tutta la durata del film a causa della morte violenta ed improvvisa del suo ipnotizzatore.  Imperdibile nella sua assoluta stupidità The Glamorous Life of Sachiko Hanai di Meike Mitsuru in cui una prostituta riceve una botta in testa da un cliente e diviene intelligente e con una smodata passione per il dito di Bush che visualizza nelle sue fantasie sessuali, davvero spassoso. Per chi invece ama le storie in costume ecco Gojoe di Sogo Ishii, con un guerriero ritiratosi a vita meditativa che viene richiamato per combattere quello che ha tutta l’aria di essere un demone.
Sogo Ishii è autore tra l’altro del visionario Angel Dust una bellissima storia su uno psichiatra coinvolto in un’indagine di polizia a seguito della bizzarra coincidenza secondo cui ogni lunedì pomeriggio alle sei in punto una donna viene assassinata in metropolitana, di Dead End Run, film ad episodi sull’impossibilità dell’incontro in una società che istiga allo scontro e di Labirinth of Dreams, strana storia di un presunto omicidio narrata con grande abilità. Mentre gli amanti delle storie poetiche di ambientazione neogotica troveranno irresistibile Last Quarter di Nikai Ken, tratto da un famoso manga, in cui una giovane tra la vita e la morte vive stranissime avventure al seguito di un misterioso ragazzo.
Da citare anche la filmografia di Ochiai Masayuki il cui Parasite Eve, racconta con poesia una storia romantica di ingegneria genetica e amori perduti e il più misurato Hypnosis invece ci porta in una storia di suicidi e suggestioni, che molto deve all’uso sapiente della fotografia. Abbiamo poi i due Shibuya Kaidan di Horie Kei che raccontano la solita storia di fantasmi, stavolta ad essere infestato è l’armadietto della stazione di Shibuya, quartiere popolare di Tokyo dove la leggenda vuole sia stato abbandonato un neonato. Versus di Kitamura Ryuhei è una caotica storia di foreste maledette, vendette attraverso i secoli e zombi che sparano come in Pulp Fiction, mentre i suoi corti, assai più misurati, ci regalano storie comunque bizzarre, ma raccontate con un pizzico di poesia. Aragami e Azumi invece rappresentano entrambi dei begli esperimenti di regia di un onesto artigiano che rende al meglio nei corti, ma preferisce le logorroiche rappresentazioni di conflitti dal sapore troppo americano per avere un reale carattere.
Chiuderò questa carrellata con Suicide Club di Sono Sion che racconta con abilità l’inquietante storia di una catena di suicidi indotti, basata su una leggenda metropolitana di recente avveratasi che vuole i ragazzini giapponesi impegnati in suicidi di massa organizzati attraverso la rete, e il suo seguito, in realtà diversissimo per plot e significati Noriko's dinner table che racconta l’incredibile storia di una ragazza che lavora per un’agenzia che noleggia parenti per le persone  che non ne hanno, e il bellissimo e molto coinvolgente sul piano delle immagini Strange Circus che difficilmente vedrà mai la via della distribuzione europea a causa di un plot assai difficile da tradurre in parole ma di sicura efficacia visiva.

Corea
La Corea del sud produce moltissimi film di cui solo una piccola parte vede la luce qui da noi, quelli più famosi sono di Kim ki-Duk che dopo l’exploit divulgativo di Time ha acquisito una maggiore visibilità, anche se a parer mio quest’ultimo lavoro, seppure impeccabile stilisticamente, risulta un po’troppo freddo e modaiolo.
Personalmente ho amato le rappresentazioni poetiche di Primavera estate autunno inverno e ancora primavera e alla tanto celebrata poetica del dramma dell’incomunicabilità di Ferro3 ho preferito il caotico calore di Real Fiction.

Quello che non arriva da noi è un cinema meno patinato sul tipo di Acacia di Park Ki-Hyung che è un degnissimo gioiello di narrazione seppur di genere, fatto con una fotografia bellissima e con una cattiveria senza una sola goccia di sangue che solo in pochi apprezzeranno. Oppure Cello di Lee Woo-cheol, raffinata storia di possessione/ossessione ancora senza sangue.
O anche Lies di Jang Sun-Woo, poetica storia d'amore atipica tra un uomo grande ed una giovane che gli chiede di iniziarla al sesso per conoscerlo con amore e non con la violenza che avevano sperimentato tutte le sue amiche. Poi c'è tutta la serie ispirata agli action americani.
Anche in questo caso arriva qualcosa ma non i film migliori a mio avviso. Fatta salva l’intera produzione di Park Chan-Wook, ci sono mille piccoli capolavori come Scarlet Letter di Hyuk Byun incentrato sul dramma di una situazione a tre risolta in maniera decisamente fuori dal comune, R-Point di Su-chang Kong impietosa narrazione di guerra con fantasmi, Resurrection of Little match girl di Jang Sun-woo, con una struttura a videogioco molto avvincente. Abbiamo ancora No blood no tears di Ryoo Seung-wan bellissima storia di cameratismo tra donne, anche No Mercy for the rude di Park Cheol-hie merita una menzione, si tratta dell’inconsueta storia di un killer, che tra birra, coltelli e frutti di mare cerca di reperire i soldi per un’operazione che gli consentirà di recuperare l’uso della lingua, malformata dalla nascita.
Anche in Corea c’è il solito filone di film di fantasmi che si propagano come un’epidemia, Phone di Ahn Byeong-Ki che non è un clone di The Ring ma forse deve molto a The Call. Molto meglio Uninvited di Lee Su-yeon delicata storia di un bambino morto ma ancora straordinariamente vitale. Oppure Memories of Murder storia del primo killer seriale della Corea,  girato con classe e un pizzico di inquietudine. Ultimo, ma non meno bello è The Red Shoes di Kim Yong-gyun, versione cattiva di scarpette rosse.

In ultimo per chi volesse fare una breve panoramica sul genere senza troppo impegno consiglierei la visione di Three e Three extremes. Si tratta di due mega coproduzioni. Il primo Three è composto di tre episodi, uno coreano, l'altro di Hong Kong e il terzo tailandese. Apre Memories di Kim Jee-woon, autore del A Bittersweet Life di cui un pò si è parlato pure da noi, e del Tales of two sisters a mio avviso assai sopravvalutato.
L'episodio Memories è una delicata storia di sensi di colpa, molto ben girata. Segue The Weel di Nonzee Nimibutr, unico tailandese che abbia una vaga idea del concetto di regia, a mio avviso.
La storia è un affresco del mondo dei burattini alquanto inquietante. Terzo episodio il triste Going Home di Peter Chan, ritornato ad Hong Kong dopo Hollywood. E' la storia di un poliziotto che si trasferisce in un palazzo dove abita uno strano tipo il quale accudisce la moglie catatonica la quale forse non lo è o forse è proprio il tipo in questione ad avere un problema.
Three extremes è una altra grossa coproduzione composta da lavori di Miike Takashi, Fruit Chan e Park Chan-wook.Del primo abbiamo Box, delicatissima storia di colpe familiari, senza sangue
e molto ben fotografato, una delle sue cose più misurate, direi. Del secondo, regista cinese di buon talento, conosciuto per Finale in Blood e per Hollywood Hong-Kong, abbiamo Dumplings. Girato in due versioni, quella per Three extreme e una come lungometraggio, narra delle cose nefande che pare siamo disposti a fare per mantenere la giovinezza. Consigliato a chi vuole capire al meglio le ossessioni asiatiche per il tempo che passa e la bellezza che svanisce. Il terzo è Cut di Park Chan-Wook, autore coreano, famoso per la trilogia della vendetta, Sympathy for Mr. Vengeance, Old Boy e Sympathy for lady Vengeance, dei quali basta solo dire che sono tra i film più famosi del panorama asiatico recente.
Cut parla di un regista che rincasando una sera si accorge che c'è un personaggio dal viso familiare che ha legato sua moglie pianista con delle corde alla tastiera del piano, e minaccia di tagliarle le dita una ad una se lui non accetterà di uccidere un ragazzino inerme seduto sul suo divano.
Se poi, finito di vedere questi bellissimi ma complessi film vi venisse voglia di farvi quattro risate non mancate di vedere Versus di Kitamura, regista giapponese altrove assai misurato che rende il meglio nei cortometraggi usciti in dvd in Francia e che consiglio ad occhi chiusi, ma che in questo logorroico Versus racconta una storia grottesca di zombie col dopppiopetto e la pistola che si inseguono attraverso il tempo....una sorta di Izo (capolavoro di Miike che narra il permanere del male attraverso il tempo) per neofiti del genere.

Anna Maria Pelella

 

 

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