Il cinema del no
Scritto da Chicco D'Aquino   
venerdì 06 aprile 2018

Il cinema del no. Visioni anarchiche della vita e della società, Goffredo Fofi, Elèuthera 2015

il_cinema_del_no.jpgQuesto libro di Goffredo Fofi, pubblicato da Elèuthera qualche anno fa ha il merito, non secondario in questa fase, di parlar chiaro, senza infingimenti né ipocriti accodamenti all’establishment culturale,  ripercorrendo parte del cinema poco allineato, controcorrente, di protesta e di proposta(in alcuni casi).In una parola:anarchico. Sodale di Danilo Dolci a Partinico (celebre il suo “sciopero alla rovescia”) negli anni del boom economico, dalla parte dei contadini e proletari poveri  Fofi da sempre riconosce il ruolo determinante di Aldo Capitini, teorico della non violenza, antifascista e critico del sistema politico allora dominante.
Noto per aver dat o alle stampe negli anni settanta un epocale  “Capire con il cinema”, 200 film prima e dopo il ‘68” in cui faceva esplodeva letteralmente le proprie recensioni, sferzò spesso la pochezza di  taluni,  lodandone talvolta  la sensibilità di altri.

Non dissimilmente, almeno nello stile se non nella struttura contenutistica, il “Cinema del no” è una carrellata sulla cinematografia mondiale il cui tratto distintivo è stato l’essere antisistema, fuori dai circuiti commerciali (parzialmente per alcuni, totalmente per altri, riconvertiti all’egemonia di mercato per molti) politico per eccellenza.
Lo sguardo ultracritico di Fofi spazia dal cinema francese a quello statunitense, britannico, con sortite  in America Latina, Asia, Europa e Italia. Indicando come vere pietre miliari del cinema non conformistico  registi come Charles Chaplin , “che non era affatto anarchico nella vita professionale” ma tale nei suoi film senza sonoro,  Jean Vigo, “il regista del sì”,  Robert Bresson, “l’estremo no” regista poco incline ai compromessi e Luis Bunuel, “l’entomologo, moralista per eccellenza, nel senso di una grande saggezza filosofica temprata dal confronto con la storia”.
Al cinema a stelle e strisce degli anni del Vietnam e di Martin Luther King Fofi riserva spazio tra gli altri a due autori come Sam Peckinpah e Robert Altman; il primo controcorrente rispetto allo status quo delle major cinematografiche (ma che tenderà, negli ultimi anni a un anarchismo con “tentazioni destrorse e demagogiche”), il secondo che ha oscillato tra botteghino e opere forti, il cui percorso è sì professionale  ma “non la sua visione, in definitiva interna ai meccanismi dello spettacolo anche se ne è risultata vittima”. Al tedesco Rainer Werner Fassbinder vengono dedicate quattro pagine,

“ il più grande, il piu anarchico di questa leva (degli anni settanta, N.d.R.) insolita e presto isolata e ricondotta a ragione è stato certamente Rainer Werner Fassbinder (1945-1982, anno in cui morì anche il visionario Philip Dick, saccheggiato spesso in lungo e in largo dalle multinazionali del cinema), dalla vita intensissima e dalla franchezza assoluta”. E in Italia? Oltre a Rossellini, “che fu lui neorealismo” Fofi cita Alberto Lattuada vicino “alla morale libertaria”, Renato Castellani e Luigi Comencini. Su Pasolini,pur riconoscendo la vena anarchica nel suo percorso,lo considera troppo legato ad un’autoreferenzialità esasperata, un eccessivo narcisismo che gli “impedirono di andare oltre la testimonianza”.
Nonostante ciò “Pasolini ha vissuto i suoi anni con un’intensità e una vitalità, con un bisogno di verità di lancinante coerenza esistenziale pur se non sempre “politica”.E ha pagato con la morte”.Ai giorni nostri Carmelo Bene e Franco Maresco rappresentano per Fofi voci tra le più anarchice e libere. Il primo “ha fatto film contro il cinema, così come ha fatto teatro contro la rappresentazione” , ipercritico verso la società dei consumi e i suoi pervasivi meccanismi di manipolazione.
Daniele Ciprì e Francesco Maresco comparvero nei palinsesti televisisi a notte fonda, con il loro carico di umanità disperata, quasi sub e post umana, legata a una “biologia essenziale” incompresi dalla critica ufficiale e etichettati come nuova comicità. Fofi ne sottolinea invece l’alterità rispetto ai modelli narrativi dominanti, figli sicuramente del “trash italiano degli anni Settanta – il cinema più “basso” che ci sia mai stato” e intravede nei lavori di Ciprì e Maresco una “barocca disperazione, seicentesca e grandiosa, erede dei Ribeira e dei Caravaggio e della pittura napoletana delle epidemie, delle sommosse, dei terremoti”.

Altri registi vengono sottoposti al vaglio della critica, ricordarli qui sarebbe puro nozionismo, un “catalogo” che dovrebbe essere scoperto leggendo il libro. Un consiglio personale ai più giovani, i più reattivi (e con un po' di politica nel dna) a scoprire  scenari narrativi nuovi:non accontentatevi del cinema-merce, che tanto male fa alla creatività, all’originalità e in definitiva alla libertà dell’artista e di tutti noi. Scovate e valorizzate opere che magari non passano sul grande schermo o  vengono trasmesse su canali sconosciuti a orari impossibili. In tempi di ottimismi preconfezionati, di positività elargite a manciate e di inviti alla continua, rassicurante conciliazione, fasulla perché artefatta e pelosa è necessario ricorrere all’arte della resistenza, dello stupore, della meraviglia. In sintesi, come ricorda Fofi a conclusione del suo bel libro “il cinema non è importante, quel che importa è la vita”. Ed infine è necessario interrogarsi, liberandoci, “ sul mondo che vorremmo, sulle cose per le quali bisogna tornare a lottare, sul nostro bisogno di libertà e comunità”.