Kurt Vonnegut, Harrison Bergeron, USA 1961
Scritto da Chicco D'Aquino   
lunedì 09 luglio 2018

Kurt Vonnegut, Harrison Bergeron, USA 1961.

L'incubo o sogno di una società (im)perfettamente livellata, regolata da dispositivi normativi e da leggi ferree ha da sempre popolato le notti degli scrittori dalla fantasia più fervida e antesignana.  Nel secondo millennio, da  Huxley via Orwell passando per le visioni lisergiche di un Dick anarco-individualiste, premonizioni di una narrazione fluviale e anti-utopiche contrapposte apparentemente agli sguardi anticipatori, futuribili  di Campanella, Moore e Platone, lo sforzo dell'umanità, nelle punte più nobili è stato di immaginare comunità a-conflittuali sia ricorrendo a pedagogie spinte (l'ultimo Skinner in Walden 2 ricorreva a un sistema sanzionatorio comportamentista per estrarre il meglio dalle persone immerse in una comunità totale) che ad apparati polizieschi e repressivi.

Utopia e distopia sono andati a braccetto per secoli, infiammando spesso d'irrazionale le coscienze più regressive del genere umano. Kurt Vonnegut ci ha regalato nel 1961 un bellissimo racconto breve, Harrison Bergeron (dal quale è stato tratto un film dal titolo omonimo e un  cortometraggio, 2081) che prefigura una società ferocemente ugualitaria in cui gli individui sono costretti, in nome di una fasulla armonia sociale, a ridurre le proprie differenze e gli svantaggi per non suscitare quell' “invidia sociale” tanto in voga ai giorni nostri che è, in parte, bagaglio perverso di milioni di concittadini.
Così ognuno deve fare i conti con la propria intelligenza, indossando speciali cuffie disturbanti per alterare il corso dei pensieri, prestanza (zavorre sul corpo per impedire di mostrare fisicità e atletismo), abilità di vario genere, sempre compresse e negate dalla fastidiosa presenza di pesi ingombranti.

Tutta questa gigantesca messinscena viene tenuta sotto controllo dall' Handicapper General, una sorta di controllore super partes che vigila sul corretto rispetto delle norme. Chi deroga dalla legge (vuole essere sé stesso senza pesi né limitazioni) è espulso dal convivio civile e incarcerato a vita. Ovvio che qualcuno non ci stia e in questo caso è Harrison Bergeron, atleta dotatissimo anche in materia grigia che evade dal carcere e dà vita ad una nobilissima lotta solitaria che solo i posteri forse, potranno raccogliere.

Potente metafora sui condizionamenti socio-politici, qui materializzati negli impedimenti al pensiero e all'azione, 2081 lascia ben pochi spiragli all'ottimismo della volontà, alla capacità di auto-organizzazione delle moltitudini disaggregate, divise e impaurite ma malgrado ciò  in grado di tramutarsi, per un'inafferrabile capriccio della storia in lenta sedimentazione collettiva, in leva inesorabile per il cambiamento e la liberazione dell'umanità da ogni catena sovrastrutturale. E da ogni ideologia dominante.

Chicco D'Aquino