Ovosodo
Scritto da Ciro Andreotti   
lunedì 14 ottobre 2019

Ovosodo (Ovosodo) Italia 1997 Regia di: Paolo Virzì Genere: Commedia Durata: 100' Cast: Edoardo Gabriellini, Claudia Pandolfi, Nicoletta Braschi, Marco Cocci, Matteo Campus, Enrica Pandolfi, Regina Orioli, Alessio Fantozzi, Malcolm Lunghi, Pietro Fornaciari.
Nelle sale dal:
12/09/1997
Recensione di: Ciro Andreotti Voto: 7
L'aggettivo ideale: Agrodolce...

Piero, detto Ovosodo, è un adolescente del rione omonimo di Livorno, cresciuto in un famiglia umile con padre carcerato e unovosodo.jpg fratello maggiore con problemi mentali. Giovanna, sua professoressa di lettere delle scuole medie, lo incoraggerà alla scrittura diventando sua amica e confidente.
Sarà però l’incontro con Tommaso, conosciuto all’inizio dell’ultimo anno di liceo, che cambierà la vita di Piero per sempre. La voce fuori campo con inflessione Toscana dell’allora esordiente Edoardo Gabriellini, che come parte dei protagonisti fece il suo debutto nell’opera terza di Virzì, ci descrive passo passo cosa significasse crescere in un rione proletario di Livorno, il medesimo dal quale era nato e scappato lo stesso regista, ma anche un quartiere descritto attraverso i suoi stereotipi, le sue manie, le sue consuetudini fatte di amicizie d’infanzia all’ombra dei cortili e di panni stesi alle finestre di condomini dall’aspetto macilento.

La vita dell’adolescente Piero si snoda inizialmente fra il porto di Livorno, le letture suggerite dalla professoressa Giovanna, Nicoletta Braschi allontanata per l’occasione dall’inseparabile marito, i guai famigliari con una matrigna che lo sopporta a stento e le difficoltà per arrivare a fine mese, l’amicizia con Tommaso, alias Marco Cocci, all’epoca ancora in bilico fra la carriera d’attore e quella di cantante e leader dei Malfunk, un amico molto lontano dalla sua zona anche antropologica, e che alla fine per quanto controtendenza si scoprirà essere ricco e possidente, e i primi amori consumati con la classica insicurezza dei diciassette anni, fino a un epilogo che chiuderà il cerchio dell’adolescenza per gettare nolente o volente Piero Mansani nell’età adulta.

Virzì mette molto della sua Livorno in questa pellicola agrodolce che è un atto d’amore per chi con dedizione e seppur controvoglia arriva a fine giornata, mese e vita senza piegare mai la testa, ma adattandosi a quello che la vita è pronta a offrirgli. Proprio in questo risiede quella che lo stesso Piero definisce malinconia, ovvero il senso d’impotenza e di determinismo nel quale si muove il suo personaggio pur sempre con un perenne sorriso sulle labbra.