The city of violence
Scritto da Nicola Picchi   
martedì 30 ottobre 2007

The city of violence
Titolo originale: Jakpae
Corea: 2006. Regia di: Ryoo Seung-wan Genere: Azione Durata: 92'
Interpreti: Jeong Du-hong, An Kil-gang, Lee Beom-soo, Ryoo Seung-wan, Joeng Soek-Yong
Sito web:
Voto: 5,5
Recensione di: Nicola Picchi

cityofviolence_leggero.jpgAccompagnato dall’ormai consueto e benedicente “Quentin Tarantino presenta”, arriva in DVD per la Emik “The city of violence”, ultima fatica del coreano Ryoo Seung-wan già presentata a Venezia 2006. La trama del film è facilmente riassumibile in poche righe: Tae-soo, poliziotto di Seoul, torna dopo dieci anni nella sua città di origine per partecipare ai funerali del suo amico Wang-jae, brutalmente assassinato durante una rissa. Non ci metterà molto a scoprire che “c’è del marcio in Danimarca”, e che il responsabile è proprio Pil-ho, altro suo amico d’infanzia, che, in combutta con la mafia di Seoul, sta brigando per aprire un casinò e per assumere il controllo della città. Chi si aspetta un altro “Friend” farà bene però ad astenersi, dato che i personaggi non sono di carne e sangue ma unicamente esili figurine ritagliate nella carta velina i cui caratteri sono appena abbozzati. La sceneggiatura manca di coerenza ed avrebbe avuto bisogno di qualche revisione in più, e serve solamente per arrivare alla obbligatoria resa dei conti conclusiva tra Tae-soo e Pil-ho. Ryoo Seung-wan sembra deciso questa volta ad omaggiare il cinema di genere degli anni ’70, e si scatena senza ritegno con tanto di split screen, ralenti, zoom, tendine e devastanti freeze durante i numerosi flashback, per tacere del tremendo look del protagonista che sembra uscito da un poliziottesco italiano dell’epoca, a metà tra Maurizio Merli e Luc Merenda. Non sappiamo se per colpa di Tarantino o per aggiungere altri ingredienti al calderone, il tutto è impreziosito da una colonna sonora da spaghetti-western che farebbe invidia a Morricone. Insomma, “The city of violence” sembra, come lo Stuntman Mike di “Deathproof”, appena caduto giù da una macchina del tempo, e certo non casualmente. Inoltre, considerato che Jeong Du-hong, che interpreta Tae-soo, è uno dei più famosi coreografi di scene di azione coreani e che ha coprodotto il film, sappiamo già che cosa aspettarci.
La regia di Ryoo Seung-wan è totalmente al suo servizio, e, in maniera molto appropriata, lo stesso regista si riserva il ruolo di Suk Hwan, spalla del protagonista. Di scene di azione il film ce ne riserva a profusione, tutte molto riuscite: notevoli in particolare la rissa ballerina per strada a ritmo di breakdance, dove Tae-soo affronta delle bande prese pari pari da “I guerrieri della notte” (anche loro cadute dalla macchina di cui sopra), e quella nel ristorante con le porte scorrevoli ed una decina di gangster armati di affilatissimi sashimi.
Purtroppo, a parte una consapevole adesione alla moda nostalgico-revivalistica (ma queste cose le fanno meglio Tarantino & Rodriguez) ed un’indubbia abilità tecnica, il film non ha molto altro da offrire, anche se può essere consigliato nel caso in cui si vogliano passare 90 minuti senza mettere in funzione il cervello. Il problema è che Ryoo Seung-wan sa girare, però non sempre si pone il problema di che cosa stia filmando: dopo l’interessante esordio con “Die bad” ed un paio di film non troppo riusciti (“No blood no tears” e “Arahan”), ha firmato la sua opera migliore con “Crying fist”, e questo “The city of violence” sembra un po’ un arretramento dandoci l’impressione che, se è vero che ogni regista ha il suo “passo”, il suo sia quello del gambero.