Reincarnation
Scritto da Anna Maria Pelella   
martedì 13 novembre 2007

Reincarnation
Titolo originale: Rinne
Giappone: 2005. Regia di: Shimizu Takashi Genere: Horror Durata: 92'
Interpreti: Yuka, Karina, Kippei Shiina, Tetta Sugimoto, Shun Oguri, Marika Matsumoto, Mantaro Koichi, Atsushi Aruta, Miki Sanjo, Mao Sasaki, Hiroto Ito, Takako Fuji, Yasutoki Furuya, Tomoko Mochizuki, Hiroshi Okazaki
Sito web:
Voto: 7
Recensione di: Anna Maria Pelella

reincarnation_leggero.jpgUna giovane attrice viene scelta per interpretare un ruolo nel nuovo film del regista Matsumura. Il plot narra la storia, realmente accaduta trentacinque anni prima, di un uomo che uccise tutti i presenti nell’albergo dove alloggiava e si tolse la vita. La ragazza comincia a sognare una bambina, figlia di quell’uomo e che fu l’ultima a morire, di cui lei è chiamata ad interpretare la parte e quando mette piede nell’albergo scopre che, contrariamente a quello che aveva pensato all’inizio...
Immaginate per un attimo di essere tornati all’Overlook Hotel, entrate nell’atmosfera del luogo e percorrete quei lunghi corridoi, poi di colpo scoprite di non essere in condizioni di rifiutare il gentile invito delle due gemelline, quello che recita “vieni a giocare con noi... per sempre!”
E’ pressappoco questa la sensazione con la quale si esce dalla visione di questo film.
Shimizu Takashi riesce a spaventarci ancora, cinque anni dopo Ju-on, con un racconto dal sapore assai più cattivo del film che si propone apertamente di omaggiare, il leggendario Shining del maestro Kubrick.
La storia è semplice e contemporaneamente avvincente, un regista decide di girare un film su una storia accaduta anni prima in un albergo, più per placare gli spiriti dei morti che per reale desiderio di fama, ma quando comincia a lavorarci su scopre cose che nessuno dei presenti avrebbe mai immaginato. L’albergo non è il solo punto di contatto col lavoro di Kubrick, le inquadrature dei corridoi e gli esterni del viaggio devono molto al maestro, come anche l’uso superbo degli attori. I fantasmi e le scene del passato hanno quel tocco inquietante che rivela un grande studio delle atmosfere e il colpo di scena finale motiva la storia in maniera eccellente.
Lo spettatore è dapprima allettato con una storiella di fantasmi che promette scene di sangue e brividi a buon mercato, ma andando avanti appare chiaro che non c’è proprio nulla di scontato in questo lavoro. La progressiva alienazione della povera protagonista procede di pari passo con lo straniamento che lo spettatore avverte a mano a mano che i tasselli prendono posto, e se prima ci poteva apparire sensato che ci fossero fantasmi arrabbiati che vanno placati con un film che ne racconta la storia, da un certo punto in poi tutto questo perde importanza e ci troviamo a cercare di collocare i protagonisti di oggi all’interno del dramma che si è consumato nel passato.
L’intero racconto acquisisce così un significato speculare a quello che si era pensato all’inizio, per perdere poi del tutto di senso, se non guardato attraverso il filtro dei fatti avvenuti trentacinque anni prima. La cattiveria degli spiriti, così come la follia dell’assassino trovano posto nel valzer del passato in cui i danzatori si scambiano il posto con gli interpreti del presente, non tanto in una possessione collettiva, quanto nel solo tentativo di vendicarsi del torto subito per mano dell’unico personaggio che non verrà rappresentato nel film, l’assassino. Particolare questo che dovrebbe far riflettere, ma che invece passa allegramente inosservato per poi esplodere alla grande nel finale, che si rivela essere tra i più cattivi degli ultimi anni.
La mano del regista è sottile nel suggerire, ma diviene impietosa nel finale montato ad arte, in cui tutto è ancora una volta ripetizione e si consolida poi in una definitiva rappresentazione del senso che i morti danno alle parole “per sempre”.
Gli attori appaiono assai convincenti, con una menzione speciale per la pallida protagonista, una Yuka al massimo splendore possibile, che sola da voce allo smarrimento dei morti e al dolore eterno della follia. Dal punto di vista della regia certo siamo lontani dalla maestria rivelata in Marebito, ma anche un bel pò più avanti rispetto all’ingenuità dei primi Ju-on, in definitiva si tratta di un riuscito omaggio al lavoro di un grande regista, da parte di un buon talento, che a volte riesce a trovare soluzioni inaspettate le quali rendono interessante anche un opera leggermente derivativa.