Nowhere to hide
Scritto da Nicola Picchi   
domenica 09 marzo 2008

Nowhere to hide
Titolo originale: Nowhere to hide
Corea: 1999. Regia di: Myung-se Lee Genere: Azione Durata: 110'
Interpreti: Park Joong-hoon, Ahn Sung-ki, Jang Dong-gun, Choi Ji-wu, Shim Cheol-jong, Lee Won-jong, Do Yong-koo
Sito web:
In Italia in dvd
Voto: 5
Recensione di: Nicola Picchi

nowhere_to_hide_leggero.jpegPresentato al Samsung Korean Film Fest di Firenze durante la retrospettiva dedicata a Myung-se Lee, “Nowhere to hide” è anche l’unico dei suoi film ad essere stato distribuito in Italia, direttamente in DVD.
Dopo un omicidio, i detective Woo e Kim, si mettono sulle tracce di Chan Sung-min, il presunto killer. Comincia così una caccia che si snoda attraverso le quasi due ore del film, dove i due antagonisti giocano alternativamente le parti del gatto e del topo, fino alla prevedibile conclusione. Pur utilizzando una trama convenzionale ridotta ai minimi termini, Myung-se Lee scompagina le carte facendo implodere la narrazione e spezzandola in tanti piccoli frammenti autoconclusivi, con effetti discontinui ma interessanti, a patto che si sia disposti ad accontentarsi. Il regista ha dichiarato che “La storia e i personaggi non sono il punto principale del film. Il punto principale è il movimento.”, e si comporta, molto coerentemente, di conseguenza. “Nowhere to hide” è una rivisitazione dell’action-thriller affrontata con taglio aggressivo e parodistico, quasi fumettistico, e strutturata sull’esasperazione dei toni, più interessata a sperimentare con presunte bellurie, che appaiono già vertiginosamente sorpassate e ormai di modernariato, che non a dedicarsi all’approfondimento dei personaggi. Quella di Myung-se Lee è pura energia cinetica allo stato brado, che va sempre avanti a testa bassa senza chiedersi mai dove stia andando, utilizzando cambi di registro continui, sia musicali che di genere.
La colonna sonora spazia dai Bee Gees, la cui musica sottolinea l’omicidio iniziale, all’Heavy Metal al Trip Hop, mentre la costruzione delle sequenze contamina noir, western urbano e persino le vecchie comiche del cinema muto, senza tralasciare un umoristico sbeffeggiamento dei canoni nonchè qualche insospettabile cedimento ai luoghi comuni, sfruttati esclusivamente ai fini della riuscita estetica dell’immagine: la pioggia continua e martellante fa molto “noir”, mentre la neve scende a cascata nelle sequenze più malinconiche ed introspettive. L’estetica del frammento da videoclip regna sovrana, a scapito della totale assenza di pathos e della vacuità dei protagonisti, Woo e Sung-min, nonostante l’ottima prova di Park Joong-hoon nella parte del brutale detective Woo. Tale ablazione, volontaria ma non per questo meno deleteria sul piano dell’incisività, rende il film una prova ancora immatura, mutilata e barcollante, una superficie smaltata che riflette il vuoto.
Nonostante non si possano negare al regista una forte sensibilità pittorica ed una grande abilità nella costruzione dell’inquadratura, il tutto resta confinato nei limiti dell’esercizio di stile fine a se stesso intriso di autoindulgenza fino al midollo, che potrà forse piacere ad alcuni cinefili oltranzisti, che non si lasciano scoraggiare dall’abuso di freeze e di slow-motion reiterati fino all’estenuazione. Senza scomodare maestri del cinema coreano come Park Chan-wook o Kim Ki-duk, si potrebbe suggerire a Myung-se Lee di rivedersi con attenzione i film di Kim Jee-woon (“A tale of two sisters”, “A bittersweet life”), regista anch’esso molto attento all’estetica, ma che non permette mai che quest’ultima prenda il sopravvento, cannibalizzando l’opera nel suo complesso. Purtroppo gli stessi difetti di fondo si possono riscontrare anche nel successivo film di Myung-se Lee (“Duelist”), che solo con l’ultimissimo “M” sembra pervenuto a risultati più convincenti, anche se minati alla base dalla medesima inconsistenza di fondo.