La giusta distanza
Scritto da Denis Zordan   
lunedì 21 luglio 2008

La giusta distanza
Titolo originale: La giusta distanza
Italia: 2007. Regia di: Carlo Mazzacurati Genere: Drammatico Durata: 106'
Interpreti: Giovanni Capovilla, Ahmed Hafiene, Valentina Lodovini, Giuseppe Battiston, Natalino Balasso, Ivano Marescotti, Fabrizio Bentivoglio
Sito web:
Nelle sale dal: 20/10/2007
Voto: 7
Recensione di: Denis Zordan

La giusta distanzaE’ duro a morire il pregiudizio verso lo straniero, l’insolito, il diverso. Lo è tanto di più nella campagna veneta dell’ultima fatica di Carlo Mazzacurati, autore veneto che non si stanca di analizzare le contraddizioni e le sacche di povertà, soprattutto culturale, del glorioso Nordest, pomposamente definito dai media “la locomotiva d’Italia”.
La campagna rodigina è il teatro in cui si consumano solitudini e vagheggiamenti: il ventenne co-protagonista sogna la professione giornalistica scrivendo in incognito come cronista e intanto osserva con curiosa partecipazione (ossia senza la “giusta distanza” dai fatti che dovrebbe contraddistinguere il buon giornalista) l’arrivo di Mara, una giovane e graziosa insegnante elementare toscana; la quale, senza fare apparentemente nulla, sconvolge i pensieri e i sensi di chi vive e lavora in paese, a partire da un taciturno meccanico tunisino che si innamora di lei.
Dire di più sulla trama non è il caso: più degli eventi, infatti, a contare sono le annotazioni minime, gli sguardi bramosi, curiosi e indispettiti dalla semplicità e dalla libertà non conformista della ragazza (una bravissima e versatile Valentina Lodovini, finora nota soprattutto come attrice teatrale e televisiva). Come in certi lavori del primissimo nuovo cinema tedesco (“Scene di Caccia in Bassa Baviera” di Fleischmann o “Katzelmacher – Terrone” di Fassbinder), l’ipocrisia e la violenza si nascondono dietro valori apparentemente inattaccabili, quali l’attaccamento alle tradizioni e alle radici rurali, la famiglia, il duro lavoro.
A scatenare una violenza cieca e sorda, a lungo trattenuta ma sempre intuibile sotto la superficie dei comportamenti, saranno il vuoto della vita di provincia e la mancanza di obiettivi veri che non siano l’arricchimento o il piacere immediato.
Con sguardo di sensibile moralista, Mazzacurati riesce ad evitare di intervenire nel giudizio per lunga parte del film, preferendo che le discrepanze emergano progressivamente, così da lasciare spazio ai bozzetti e alle figure minori che lo hanno reso celebre (fra tutti segnaliamo le interpretazioni di Natalino Balasso e Giuseppe Battiston, il primo simpatico complice, il secondo laido arricchito un po’ furfante).
Quando è ora di tirare le fila della vicenda, però, il regista tradisce una certa fretta e il bisogno di confezionare una morale che metta in pace le coscienze dei benpensanti, stemperando il clima impietoso del film con un whodunit poco in linea con la piega presa dalla storia.
Peccato, ma rimane comunque l’emozione di un film che respira libero per oltre un’ora, anche grazie alla cerulea fotografia di Luca Bigazzi.
Non è poco, nell’asfittico cinema italiano di oggi.