Yes, I Can See Dead People
Scritto da Anna Maria Pelella   
sabato 26 luglio 2008

Yes, I Can See Dead People
Titolo originale: Yes, I Can See Dead People
Hong Kong: 2008 Regia di: Lee Kwong-Yiu Genere: Horror Durata: 91'
Interpreti: Steven Cheung Chi-Hung, Mandy Chiang Nga-Man, Kathy Yuen Ka-Yi, Kris Gu
Yu, Lau Kong, Amy Chum (Tam Yan-Mei), Chow Ka-Sing, Sun Limin
Sito web:
Voto: 6
Recensione di: Anna Maria Pelella

yes_i_can_see_dead_people_leggero.jpegNam ha dei poteri che gli consentono di vedere più delle altre persone. Suo fratello ha di recente acquisito alcune caratteristiche estranee al suo carattere, e lui si mette ad indagare. Con l'aiuto della guardia di sicurezza del suo stabile e della fidanzata di suo fratello, Nam scopre che anni prima erano accadute alcune cose, le cui tracce adesso si stanno rivelando intorno a lui.
Nam vede la gente morta. E fin qui niente di nuovo.
Il punto è che però la gente in questione non è sempre ben disposta verso il prossimo. E questo è un male. Dal momento che oltre ad infestare oggetti, case, ascensori e quant'altro, la gente morta ha la sgradevole abitudine di infestare le persone. Suo fratello Tung comincia a comportarsi in maniera strana, e la sua ragazza si preoccupa. Ovvio che Nam verrà coinvolto da lei nella ricerca delle cause dello strano comportamento di Tung.
I suoi genitori, e questo è piuttosto strano per essere in Asia, non credono alle infestazioni, e gli eventi precipiteranno a partire dal tentativo che Nam farà di aiutare il fratello. Un certo numero di bambini morti e un grosso omaccione assai pericoloso, con una mannaia a chiarire le sue mire nei confronti del prossimo, sono gli ingredienti neache tanto innovativi di questo film.
Yes, I Can See Dead People inganna per il titolo, citazione da uno Shyamalan d'annata, che però non ha nulla della commediola che ci si aspetterebbe. Magari le espressioni dei protagonisti, o qualche piccola sfumatura ironica sparsa in giro per il plot, possono anche essere ascrivibili alla commedia nera, ma l'inequivocabile brivido horror dato dai morti che non vogliono lasciare in pace i vivi chiarisce da subito che l'intento del regista è quello di spaventare.
I morti in questione non si fanno vedere da Nam solo per essere aiutati, qualcuno avrà bisogno di una buona dose di dialettica per convincersi a lasciar perdere il mondo che non gli appartiene più. Mentre i bambini che Charlie, fidanzata di Tung, accompagnerà verso la luce finale, hanno il solo intento di salutare qua e là i parenti sopravvissuti.
L'ascensore infestato, visto ormai in gran parte degli ultimi horror asiatici, resta sempre inquietante, mentre il grosso psicotico armato di mannaia farebbe paura anche da vivo, figurarsi a sapere che non lo si può uccidere.
Gli ingredienti mescolati ad arte in questo film però, puzzano un tantino di vecchio. E la regia non ha quel tocco che li potrebbe rinverdire. Intendiamoci siamo sempre anni luce avanti ad un qualsiasi clone americano di qualunque horror asiatico dell'ultimo paio d'anni. Ma il tono indeciso non giova all'intento che si intuisce primario nell'idea del regista: quello di impaurire. La colonna sonora e alcuni momenti di grande impatto suggeriscono una volontà di spaventare, più che di avvincere lo spettatore, il quale però avvezzo oltre misura alla pratica asiatica di insinuare ovunque morti e consimili, non si fa sorprendere più di tanto.
I condomini pieni di ombre e dall'aria malsana sono ormai come una seconda casa per il conoscitore di film asiatici, mentre la gente che cade dai piani alti, dopo un pò sembra richiamare la pratica medievale di gettare di sotto tutto quello che poteva colpire il nemico durante un assedio.
Ovvio che il primo che cade dopo i titoli di testa qualche balzo lo regala pure, ma dopo un pò che la faccenda va avanti ci si apetta il prossimo e si scommette sulla sua identità. La scena del tentato esorcismo invece è un tantino sopra le righe, quel tanto che basta per annullare l'effetto della sospensione dell'incredulità duramente guadagnata nei primi fotogrammi. Mentre le varie incursioni dei morti, se da una parte un po' di paura la mettono anche, dall'altra sembrano sempre un tantino ricalcare i passati fasti di un cinema che comincia ad accusare il passare del tempo.
Certo Hong Kong non è il Giappone, e Lee Kwong-Yiu non sarà mai Nakata Hideo, o Shimizu Takashi, e meno che mai Kurosawa Kiyoshi. Motivo per cui faremmo bene a controllare la provenienza degli ultimi horror asiatici, dal momento che il numero ormai altissimo di materiale prodotto ha reso assolutamente vitale distinguere subito i maestri dagli emulatori, per evitare nel bailamme di copie di perderci gli ormai rarissimi originali.