City of the dead
Scritto da Francesco Manca   
sabato 16 agosto 2008

City of the dead
Titolo originale: Last Rites
USA: 2006. Regia di: Duane Stinnett Genere: Horror Durata: 90'
Interpreti: Enrique Almeida, Howard Alonzo, Reggie Bannister,Stephen Basilone, James C. Burns, Christine Conradt, Rocky Costanzo, Ethan Ednee, Terrence Evans, Janine Foster, Corey Foxx, Dave Gist, Noel Gugliemi, Geraldo A. Iglesias, Dayana Jamine, Thaddeus Jaworsky, Ryan King, Danny Martinez, Cazimir Milostan, Michelle PerdueMay, Krissann Shipley
Sito web:
Nelle sale dal: In dvd - Inedito Cinematografico
Voto: 6
Trailer
Recensione di: Francesco Manca

city_of_the_dead_leggero.jpegSebbene il film rivolga espliciti omaggi a vari frammenti della filmografia di George A. Romero, i morti viventi non sono l’unico cardine della storia, che racconta con sorprendente originalità le (dis) avventure di alcuni ragazzi afroamericani dediti alla malavita, che proprio mentre stanno per concludere un affare (sporco), vengono, a loro insaputa, tenuti sotto controllo da alcuni poliziotti che finiranno poi in pasto agli zombi.
Il punto forte della pellicola di Duane Stinnett, non è la quantità di sangue o l’alto contenuto splatter presente nelle (ben poche) scene truculente, bensì, la presenza di una sceneggiatura articolata in modo originale e che richiama in qualche modo, anche se a grandi linee, per quanto riguarda l’incipit iniziale, i caratteri e le atmosfere febbrili dell’ultimo Spike Lee, vale a dire, quello di “Sucker Free City”.
L’elemento horror aggiunto alla pellicola è solo un sostegno ad una storia già di per sé discreta, che anche senza l’intervento, assolutamente non necessario, dei morti viventi, sarebbe stata, ovviamente se sviluppata interamente su questa direzione, davvero godibile e per nulla sgradevole come lo sono tanti, troppi soggetti cinematografici di questi ultimi periodi.
Come detto, non bisogna vedere “City of the dead” pensando ai vari Romero, Carpenter o altri veterani del genere horror made in USA, ma è piuttosto da prendere come una sorta di esercizio di stile che non punta all’intrattenimento visivo con ingenti dosi di gore, ma invita alla riflessione su aspetti molto più profondi, che potevano benissimo rimpiazzare per intero la componente horror, che pur non creando particolari noie, offusca notevolmente il phatos che si stava venendo a creare.
Peccato.