Lo spazio bianco
Scritto da Monica Prisco   
mercoledì 18 novembre 2009

Lo spazio bianco
Titolo originale: Lo spazio bianco
Italia: 2009 Regia di: Francesca Comencini Genere: Drammatico Durata: 96'
Interpreti: Margherita Buy, Gaetano Bruno, Giovanni Ludeno, Antonia Truppo, Guido Caprino, Salvatore Cantalupo, Maria Pajato
Sito web: 
Nelle sale dal: 16/10/2009
Voto: 8
Trailer
Recensione di: Monica Prisco
L'aggettivo ideale: Possente

Lo spazio biancoA chi capiterà di imbattersi nell’ultimo film di Francesca Comencini, “Lo spazio bianco”, sarà sorpreso di trovare una perla di Cinema, con la C maiuscola. La pellicola è girata magistralmente, con una cognizione dello specifico del mezzo cinematografico.
Un cinema fatto non solo di parole e storie, di attori e interpreti; un cinema fatto di luci e ombre, di finestre velate, di continui salti temporali, di suoni e silenzi.
Un cinema che racconta la vita dal di dentro, utilizzando i mezzi propri della tecnica cinematografica: la luce anzitutto, curata dall’occhio di Luca Bigazzi, sempre attentissimo ai contrasti cromatici e ai giochi di luce. In questo film la funzione della fotografia è centrale, non solo nella predominanza del bianco lattiginoso che avvolge l’intera città di Napoli, quasi fosse una corrente visiva che spira dal mare e/o dai due monoliti del monte Somma e del Vesuvio, confini di un mondo circoscritto, metafora del ventre materno, che accoglie e rigetta la vita, immergendo la brulicante umanità partenopea in un limbo di attesa che ferma il tempo in un eterno presente.

La fotografia consente così alla cinepresa di isolare e connotare lo spazio in cui i personaggi si muovono, ognuno nel proprio limbo, ognuno nel proprio privato spazio d’attesa: il magistrato e la sua scorta, in costante attesa di un plausibile attentato; le madri, in attesa di una evoluzione o involuzione della fragile esistenza dei propri figli; gli studenti di Maria, in attesa dell’esame; la donna che lascia la scuola serale, in attesa di tempi migliori, in cui potrà riprendere i suoi studi.
La vita è una successione di attimi d’attesa, rivelati dai gesti nervosi di Margherita Buy o dagli occhi assonnati dell’ex compagno di Maria o da quelli cerchiati di dolore delle madri dell’ospedale, dalle sigarette rubate in terrazza dal magistrato.
L’attesa è uno spazio di solitudine profonda e intensa che la protagonista riesce però a condividere con le altre madri, pur così diverse da lei ma accomunate dalla condivisione di un tempo sospeso nel vuoto
La maternità estroversa, l’utero rivelato, rigirato all’esterno diventa una fredda macchina, con un cuoricino pulsante, oracolo a cui le madri tendono tutte se stesse, nella speranza di leggerci una qualche novità, una modifica che possa spezzare l’incubo dell’attesa. 
La narrazione visiva segue il filo logico delle priorità estemporanee di Maria e gli episodi di vita vissuta diventano così immagini prive di sonoro, rallentate o inondate di segni che sottolineano inequivocabilmente la distanza tra la protagonista e gli altri, specialmente nel caso dell’abbandono da parte di Pietro, l’amante.
Gli spazi in cui gli attori si muovono non sono però mai compressi e chiusi ma lasciano sempre una possibilità alle persone di muoversi e di operare scelte.  Maria esterna le sue paure e la sua sofferenza con l’amico Fabrizio, che l’accoglie e la sprona a non mollare.

La musica completa le suggestioni visive con un contrappunto puntuale e vario che va dalla disco alla  canzone d’autore, cantata con emozione e rigore da Margherite Buy..
Era tanto che non si vedeva un film così: non solo sincero ed onesto ma un film che, partendo da un discorso sul femminile e sulla sua massima realizzazione, sulla maternità, tocca, con una leggerezza e insieme con una grande serietà, un ventaglio di temi, cominciando dal rapporto di coppia e dall’interrogarsi semplice  ma profondo, sull’oppurtunità di misurarsi con esso o di rigettarlo in quanto fonte di difficoltà e di delusioni, passando per un dibattersi in una solitudine  che sa di gabbia dorata, in cui la protagonista si rifugia, proteggendosi quasi dal mondo esterno, per abbandonarsi alle sue passioni private di cinefila e di instancabile lettrice;  e non tralasciando però di ricordare le difficoltà sociali e politiche della città in cui Maria vive, non dimenticando dunque il clima di guerra che attanaglia non solo la vita del magistrato ma anche quella di tutti i suoi abitanti.
E Maria non si nega al suo dolore, abbraccia la vita e  il tempo dell’attesa con la dignità di chi sa di avere un’identità precisa, di essere madre. E chiede che il suo dolore e la sua attesa siano rispettati e dunque non inquinati da riferimenti decontestualizzanti che richiamano ai concetti cattolici di speranza e rassegnazione.
L’attesa è un tempo pieno, ingombrante, teso, mai vuoto:il ventre materno è stato svuotato del suo contenuto e l’attesa si è esteriorizzata in tutta la sua brutale evidenza  nella fragilità dell’esistenza umana, colta nel suo punto più alto, la riproduzione.
Il romanzo di Valeria Parrella a cui il film si ispira diventa così quasi un pretesto per raccontare una porzione d’umanità dolente ma  comunque impegnata in una strenua lotta per la sua stessa sopravvivenza.