Alza la testa
Scritto da Monica Prisco   
lunedì 30 novembre 2009

Alza la testa
Titolo originale: Alza la testa
Italia: 2009 Regia di: Alessandro Angelini Genere: Drammatico Durata: 86'
Interpreti: Con Sergio Castellitto, Gabriele Campanelli, Giorgio Colangeli, Anita Kravos, Duccio Camerini, Augusto Fornari, Pia Lanciotti, Gabriel Spahiu, Laura Ilie
Sito web:
Nelle sale dal: 06/11/2009
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Monica Prisco
L'aggettivo ideale: Catartico

Alza la testaAlla sua seconda prova Alessandro Angelini torna a parlare di uno spinoso rapporto genitoriale.
Se ne “L’aria salata” il fuoco era centrato sulla figura del figlio, un irrequieto Giorgio Pasotti, qui l’attenzione è tutta catturata dal padre, il poliedrico Sergio Castellitto che, col suo carisma travolgente, si carica sulle spalle l’intero film.
Infatti, Mero, questo è il nome del suo personaggio, sovrasta tutto e tutti: in primo luogo il figlio Lorenzo, spingendolo a praticare la boxe in modo ossessivo, maniacale, con l’obbiettivo di raggiungere importanti risultati sportivi, ma non solo. È la vecchia storia del padre che sfoga le sue frustrazioni, i suoi sogni non realizzati sul figlio inerme che non può far altro che tartagliare e abbassare la testa.

Il titolo del film “Alza la testa” riprende proprio l’incitamento più frequente con cui Castellitto si rivolge al ragazzo: infatti nella boxe abbassare la testa equivale a perdere contatto visivo con l’avversario e dunque ad essere più vulnerabile ai suoi colpi. Quello che Mero vuole insegnare al figlio è proprio la capacità difensiva anzitutto; ecco perché lo chiude in un ambiente ristretto, quasi claustrofobico, da cui esclude perentoriamente la madre del ragazzo, i suoi amici, non consentendogli dunque di condurre un’esistenza autonoma. Quando però Lorenzo, spinto a ribellarsi dall’eccessiva ingerenza del padre nella sua prima esperienza sentimentale, finalmente alza la testa per affermare la propria individualità, la storia si trasforma, mutandosi in una inaspettata quanto immane tragedia.

E’ qui che viene fuori la grandezza dell’attore Castellitto, che riesce ad esprimere con la sua fisicità nervosa e allo stesso tempo imponente, la totale disperazione che investe l’uomo, alle prese non solo con un lutto insostenibile ma anche con il proprio individuale fallimento in quanto genitore.
Il film parla così dell’incapacità del protagonista di darsi pace, di accettare con serenità la scomparsa del figlio; questa sua irrequietudine lo porta a muoversi sull’unico percorso che gli si apre davanti, per quanto folle e inutile esso sia, alla ricerca di un pezzo del figlio. Il suo è uno sforzo estremo di recuperare una genitorialità  non solo stroncata dagli eventi ma sentita anche come fallimentare. Il suo insensato proposito lo porta però a scontrasi con una realtà profondamente diversa, a dover ingoiare il suo orgoglio e a rivedere la sua scala di valori.
La sua capacità di riuscire a compiere questo salto in avanti lo condurrà così ad una sorta di catarsi che gli consentirà in qualche modo di liberarsi e di darsi finalmente pace nell’accudire il cuore di suo figlio nel corpo di un’altra persona.

Gli spazi in cui si muovono i personaggi sono sempre periferie di periferie, da Fiumicino, con il cantiere navale in cui lavora Mero, qualche piccola anonima trattoria e ovviamente l’ambiente spoglio e freddo delle palestre, a Gorizia, ritratta nei suoi bar ai margini della città, nelle strade desolate al confine con la Slovenia.
La frontiera è uno dei temi dominanti del racconto, che non si esprime solo in termini di fisicità geografica ma anche e soprattutto nel corpo stesso dei personaggi: in tal senso il prototipo di tale concetto è sicuramente la figura del transessuale, che ospita nel petto il cuore di Lorenzo.
Di contro alla ristrettezza spaziale, l’umanità che popola questi angusti luoghi è etnicamente e morfologicamente variegata, con la sua folla di extracomunitari, ritratti nella loro marginalità e vulnerabilità sociale, con il ragazzo transessuale, vittima dei ricatti di un non bene identificato malvivente e, infine, con tutto il corredo dei personaggi minori, ripresi in una sala di videopoker piuttosto che impegnati in traffici ai margini della legalità, come scommesse clandestine o sottrazione di documenti dall’ospedale.
La macchina da presa segue il protagonista in questo squallido universo con movimenti a scatto, non staccando quasi mai dall’inquadratura a mezzo busto, non indulgendo, se non raramente, alla tentazione del campo-controcampo.
Ne risultano una serie innumerevole di nervosi piani sequenza che sottolineano l’inquietudine profonda del protagonista, perso nel suo disperato tentativo di dare una continuità fisica a ciò che ormai non è più recuperabile.
Una musica discreta completa le immagini, rimandando spesso l’orecchio all’altrove, ad est, verso un confine da superare.