Simon Konianski
Scritto da Marco Aresu   
martedì 13 aprile 2010

Simon Konianski
Titolo originale: Simon Konianski
Belgio, Francia, Canada: 2009. Regia di: Micha Wald Genere: Commedia Durata: 100'
Interpreti: Jonathan Zaccaï, Popeck, Abraham Leber, Irène Herz, Nassim Ben Abdeloumen, Marta Domingo, Ivan Fox, David Bass, Nassim Ben Abdelmoumen, Lise De Henau, Jean Lescot, Stefan Liberski, Gustavo Miranda, Elodie Moreau, Mohamed Ouachen, Lise Roy, Denyse Schwab
Sito web: www.simonkonianski.com
Nelle sale dal: 09/04/2010
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Marco Aresu
L'aggettivo ideale: Yiddish
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Simon KonianskiSimon (Jonathan Zaccaï) è un padre di 35 anni laureato in filosofia e appena lasciato dalla sua donna, una danzatrice “goy”. Basta guardare come si veste per capire che è un eterno adolescente e rifiuta le sue origini ebraiche (porta una tuta con la scritta “Baghdad” in evidente contrasto col pensiero della comunità  di cui a suo malgrado fa parte).
Senza lavoro e senza casa è costretto ad andare da Ernest (Popeck), suo padre, un ex deportato molto legato alla cultura ebraica e alla sua storia. Il rapporto tra i due è sempre conflittuale, anche alla luce della diversa educazione che trasmettono a  Hadrien (Nassim Ben Abdelmoumen), il figlio di Simon (non è circonciso, ha una madre non ebrea...).
Con l’improvvisa morte di Ernest, Simon si troverà a dover accontentare l’ultimo desiderio del padre: essere sepolto in Ucraina, la sua terra natia, insieme alla prima moglie. Simon intraprenderà un viaggio “on the road” dal Belgio all’Ucraina, con il figlio, lo zio Maurice (Abraham Leber), un vecchietto paranoico e la zia Mala (Irène Herz),dalla parlantina facile, alla riscoperta di se stesso e di suo padre.

Micha Wald ci presenta Simon Konianski, ovvero se stesso: “è un film in cui ho cercato soprattutto di prendere in giro me stesso e la mia famiglia”. Il regista belga, al suo secondo lungometraggio, raccoglie ed elabora tematiche personali, della sua famiglia e della sua comunità, per dar vita ad un esilarante road movie. Situazioni e personaggi al limite del verosimile che nascono però da spunti di vita reale: “tutto ciò che dicono Popeck o gli zii l’ho sentito dire. Mio nonno aveva un cugino completamente folle, che si sentiva minacciato dai fascisti dovunque andasse…sono uscito con una danzatrice che, in uno spettacolo, era mezza nuda”.

Ricorda un personaggio ipocondriaco e occhialuto alla Woody Allen questo Simon Konianski, ma certo più turbolento e ribelle. Quando la sua razionalità si scontra col mondo conservatore di suo padre e dei suoi zii, nascono dei dialoghi e delle situazioni brillanti e divertenti, nonostante gli argomenti possano essere anche drammatici.
Simon dovrà imparare ad affrontare e accettare quello che ha sempre rinnegato, quello che gli ha sempre raccontato suo padre. Attraverso il suo viaggio scoprirà le sue radici, la sua famiglia, per rendersi conto che è una parte di se.

La striscia di Gaza, l’olocausto, la religione ebraica, sono alcuni degli importanti temi affrontati nel film. A differenza di un Benigni ne “La vita è bella”, Wald non si addentra nel dramma per “smontarlo” dall’interno, ma organizza un viaggio a tappe, dove ogni fermata è un episodio, uno scontro, una riflessione (sempre con ironia e autoironia).
E’ una toccata e fuga, come la visita al campo di concentramento di Majdanek (forse il momento più solenne). Un viaggio ambizioso per il regista, che vorrebbe parlare di tante cose in soli 100 minuti. Ma è un’ambizione che gli si può perdonare, perché il messaggio arriva.
E arriva perché non è in lingua yiddish, ma è in un linguaggio universale.