Carriers
Scritto da Denis Zordan   
venerdì 16 luglio 2010

Carriers
Titolo originale: Carriers
USA: 2009. Regia di: Àlex Pastor, David Pastor Genere: Horror Durata: 84'
Interpreti: Lou Taylor Pucci, Chris Pine, Piper Perabo, Emily VanCamp, Sequoyah Adams-Rice, Josh Berry, Jeremy Burnell, Brighid Fleming, Jason E. Hill, Tim Janis, Dylan Kenin, Dale Malley, Christopher Meloni, Kiernan Shipka, Stacy Marie Warden, Cheryl Wills
Sito web ufficiale: www.carriersmovie.com
Sito web francese: www.infectes.fr
Nelle sale dal: Inedito in dvd
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Denis Zordan
L'aggettivo ideale: Efficace
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Una pellicola post-apocalittica su un virus mortale, diretta dai fratelli Pastor.

CarriersUn virus apparentemente senza rimedio sta decimando l’umanità. A bordo di un’auto incontriamo alcuni superstiti ancora sani: i fratelli Brian (Chris Pine) e Danny (Lou Taylor Pucci) con la fidanzata di Brian, Bobby (Piper Perabo), e la giovane Jessie. Mentre sfrecciano lungo una strada deserta, si scontrano con un uomo che porta la figlia malata verso un ospedale dove, si vocifera, la scienza avrebbe trovato un vaccino per il flagello. Costretti dalle circostanze, i sei si muovono insieme.
La realtà li deluderà e finirà col metterli uno contro l’altro in uno scontro fratricida.

Orientarsi con certezza nel marasma delle proposte cinematografiche che provengono ormai da tutto il mondo è praticamente impossibile: nessuno ha il tempo di visionare tutto, manco i selezionatori dei festival. Questo, neppure se ci si limita ad un unico genere, nella fattispecie l’horror.
Ci deve però essere un motivo, una ragione di qualche genere (che, lo confesso, mi sfugge) per immettere sul mercato film scadenti come Pandorum (meno brutto di altri fantahorror quali Dante 01 o Eden Log, ma certamente mediocre e tedioso) o per buttare nel calderone il perturbante The Box nel bel mezzo della canicola estiva: il tutto trascurando opere godibili e interessanti (per dirne uno, il penultimo film di Christopher Smith, Triangle, è decisamente notevole).

Ora, ad essere onesti, Carriers non è un film perfetto, non rientra nel novero – sempre più smilzo ogni anno che passa – dei capolavori.
Gli manca un quid sul piano della scrittura e nel coraggio di affrontare con radicalità alcuni passaggi comuni del genere in cui si iscrive. Però, con tutto il rispetto, possiede anche qualcosa di più del rispettato (e, a parere di chi scrive, sopravvalutato) remake del romeriano The Crazies (La Città Verrà Distrutta All’Alba).
Intanto, il lavoro dei fratelli Pastor, catalani di Barcellona, pensa con competenza ai modelli e non si perde nell’imitazione citazionistica: e se, come nel miglior cinema del dopo disastro - almeno da Interceptor in poi - la disponibilità di benzina è ciò che distingue chi ha ancora qualche speranza di salvezza da chi sta per perdere tutti i suoi sogni insieme con la sua stessa vita, non c’è dubbio che sia piuttosto il titolo del film ad essere azzeccato e coerente.

Carriers è infatti termine che si può riferire tanto ai vettori del virus, gli esseri umani (da notare che gli animali non contraggono e non diffondono il morbo nemmeno se vengono a contatto con le carogne dei deceduti), quanto ai mezzi di trasporto che permettono di avere un minimo riparo dagli infetti.
E basta fare il confronto con il rapporto tra padre e figlio del The Road di John Hillcoat per rendersi conto di quanto quello sia impaginato in modo banale e prevedibile, e di come invece Carriers, nei suoi fin troppo stringati 84 minuti di durata, riesca a mettere in scena nel modo più tragico scontri che richiedono decisioni estreme sul piano degli affetti più importanti (e qui non si può dire di più, pena lo spoiler).

Certo, il film dei Pastor avrebbe potuto chiudersi in forma più vibrante, e acconciare meglio qualche episodio che è debole o mediocre (quando Brian gioca a golf in mezzo al nulla, per esempio), tanto più che non sempre gli attori sono diretti in maniera impeccabile.
Ma Carriers è pure una discreta dimostrazione che il cinema di genere è duro a morire e, lavorando al di sopra – e non all’interno – degli stereotipi, qualche volta può ancora essere molto efficace nell’illustrare l’hobbesiano principio del Homo Homini Lupus, a differenza di tanto derivativo cinema del contagio di questi ultimi tempi.