Fellini-Satyricon
Scritto da Biagio Giordano   
mercoledì 04 agosto 2010

Fellini-Satyricon
Titolo originale: Fellini-Satyricon
Italia: 1969. Regia di: Brandon CampFederico Fellini Genere: Avventura-Erotico Durata: 135'
Interpreti: Martin Potter, Capucine, Fanfulla, Hiram Keller, Salvo Randone, Max Born, Mario Romagnoli, Magali Noël, Alain Cuny, Alvaro Vitali, Lucia Bosè, Franco Pesce, Marisa Traversi, Elisa Mainardi, Gordon Mitchell, Alvaro Vitali, Beryl Cunningham, Sandro Dori, Carlo Giordana, Lorenzo Piani, Tanya Lopert, Donyale Luna, Ernesto Colli, Lina Alberti, Antonia Pietrosi, Irina Wanka, Marina Boratto
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 1969
Voto: 8,5
Trailer
Recensione di: Biagio Giordano
L'aggettivo ideale: Magistrale
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Fellini-SatyriconFellini-Satyricon  è un film magistrale le cui qualità essenziali risiedono nella coralità di costume dei personaggi e nello spessore letterario-cinematografico della narrazione.
Fellini gira un film fuori dal comune, calandosi in un genere come quello letterario latino di ardua realizzazione. La pellicola passerà alla storia del cinema come una delle  rare opere filmiche d’autore che prendono spunto dagli antichi romanzi dell’impero romano.
Fellini-Satyricon è un film capace di fare spettacolo, di  divertire, e nello stesso tempo trasmettere messaggi metaforici di alto valore comunicativo, in particolare quelli di carattere  filosofico e letterario, che sono sempre ben vivificati dai  pensieri più esistenziali di Fellini e ispirati  dall’esperienza stessa della sua vita, complessa e contraddittoria, cattolica e laica, artistica e discutibilmente licenziosa, ma continuamente sottoposta al vaglio di una introspezione leggera e intelligente, ironica e sapiente nello stesso tempo.

La narrazione è molto originale, unica nello stile, scorrevole, senza pause espressive, ricca di una vitalità boccaccesca di difficile realizzazione, con una fotografia che rasenta per coerenza stilistica, composizione, associazioni di colori  la perfezione stessa dell’arte filmica nell’epoca del cinema moderno.
Fellini come non mai  sale decisamente in cattedra proponendo, anche nelle scene più costruite, artificiose, un modello di raffinatezza scenografica sbalorditivo.
Ma, com’era di consuetudine con  tutte le opere di Fellini, la critica, il pubblico e gli studiosi più diversi hanno dibattuto animatamente su questo film soprattutto sulla questione: “capolavoro si, capolavoro no, opera prima o opera seconda?” che anziché contribuire a dare più obiettività all’analisi della pellicola hanno finito per creare delle vere e proprie contrapposizioni di pensiero, sterili, finemente dogmatiche, concettualmente chiuse che alla lunga sono andate a discapito dell’opera stessa, cioè dell’acquisizione su di essa di un sapere filmico primario, essenziale, aperto,  frutto di un equilibrio e una serenità di giudizio.  L’analisi su questo film è rimasta quindi  largamene  incompiuta, soprattutto per quanto riguarda la comprensione della logica più di fondo racchiusa nei simboli e nei significanti visivi del film.
Il film è uscito nel 1969, in un contesto culturale fervido e ricco di novità radicali sui “modus vivendi” della società italiana, un periodo animato da grandi contestazioni al sistema economico e istituzionale del paese.  Proteste intense, competenti, coerenti, anche violente, avvalorate e sostenute da un sociale che andava velocemente modificandosi nei suoi costumi più noti e radicati, sulla scia di una crisi  dei tradizionali valori politici e ideologici che era senza pari dal dopoguerra, e che lasciava spazio a ideologie e valori di portata decisamente  rivoluzionaria. 
Tutto ciò ha avuto un riverbero sul Satyricon di Fellini,  riscontrabile nel tono stesso della narrazione filmica, nel suo linguaggio verbale dalle cadenze assordanti sempre teso e diretto,  esplosivo, continuamente sul filo del conflitto drammatico e pronto a piegarsi anche in un teatrale smascherato, reale, non più finto, esistenzialmente moderno capace di togliere ogni dubbio  sull’intento felliniano di non voler riprodurre  l’opera di Petronio in un modo  fedelmente antico: nella forma tipica del periodo imperiale.

Un riverbero leggibile nel film nelle azioni più frenetiche e passionali,  trasgressive e tendenti al subbuglio sovvertivo di un’autorità immaginaria, non precisata,  ma ben presente nella fantasia dei due protagonisti Ascilto ed Encolpio. 
Fellini si è  ispirato liberamente alla omonima opera del 60 d.c. attribuita allo scrittore latino Petronio Arbitro, un libro romanzo di genere  avventuroso -erotico, scritto in latino e ambientato a Pozzuoli e Crotone, un testo  di impossibile ricostruzione,  incompleto, giuntoci in modo lacunoso, con meccanismi  letterari difficili da comprendere perché frammentari, e una scrittura  smagliata da dove emergono profili di personaggi incerti, le cui identità appaiono sempre in sospeso, indeterminate, lasciando all’oscuro tutte le  loro peculiarità più profonde.
Il film è ambientato nella Roma imperiale, in una città  in piena decadenza morale e sociale;  la prima parte della narrazione si svolge nella zona della famigerata Suburra delle terme dell’Insuleta Felicles, luogo di molte dissolutezze e ritrovo di  sventurate,  indigenti persone.
I protagonisti sono Ascilto (Hiram Keller) ed Encolpio (Martin Potter)  due giovani letterati  dalle tendenze sessuali più diverse, amanti della vita libera e avventurosa, sempre alla ricerca di ambienti e situazioni  fertili di passioni,   luoghi straordinari a volte belli spadroneggiati da ricchi viziosi a volte squallidi ma animati da desideri estremi, irrefrenabili, alimentati soprattutto dall’indigenza dei personaggi, luoghi dove i due mettono a disposizione la loro bellezza e la soverchiante astuzia letteraria per  intrecciare relazioni dalle passioni senza precisi confini.
I due letterati si invaghiscono dell’efebo Gitone (Max Born), dalla bellezza delicata, soffice e quasi femminea, le cui attrattive estetiche vengono in principio divise dai due finché Gitone al termine di varie peripezie, costretto a una scelta da Ascilto, decide per quest’ultimo.

Encolpio deluso, prosegue i suoi viaggi senza meta, conosce il poeta Eumolpo (Salvo Randone) di cui diverrà erede della su poesia, si sposerà con Lica (Alain Cuny), un omosessuale raffinato al servizio del tiranno di Taranto, che lo rapisce su una spiaggia mentre sogna portandolo a bordo di una nave dall’aspetto funebre, squadrata, surreale insieme ad altri giovani destinati a  procurare piaceri carnali e sportivi, come la lotta libera all’ultimo sangue, all’imperatore tarantino.
Sfuggito da Lica che verrà ucciso da soldati ribellatisi alla dittatura tarantina, Encolpio  diventa oggetto di una burla, viene costretto a combattere in un labirinto con un uomo mascherato da Minotauro (Luigi Montefiori), quando il giovane ha la peggio chiede grazia, viene salvato ma fallisce poi nella prova di dimostrazione di potenza sessuale con Arianna. Encolpio diventa allora oggetto di assordanti risate dalla corte e dal pubblico:  la  burla allo straniero inaugurava  infatti le celebrazioni dell’anno in nome del  Dio  Riso.
Encolpio ritrova la sessualità perduta con una specialista del caso Enotea (Donyale Luna), con cui ha un magico amplesso, ma perde Ascilto che aveva ritrovato insieme a Gitone nella nave di Lica: il suo amico viene ucciso da un misterioso soldato.
Morto il poeta Eumolpo, che nel frattempo era diventato ricco e famoso, Encolpio assiste alla lettura del suo testamento, che prevede si il lascito dei suoi beni agli eredi ma soltanto per chi mangerà il suo corpo, una pratica allora molto diffusa in alcune regioni dell’impero romano. Encolpio rifiuta il macabro banchetto e parte con la nave appartenuta ad  Eumolpo verso nuovi lidi,  in grecia, imbarcandosi sul bastimento come un semplice uomo dell’equipaggio.

Da sottolineare ancora altre scene, come quella del giovane ermafrodito (Pasquale Baldassarre), che viene rapito dai due giovani insieme a un predone (Gordon Mitchell) per sfruttare i suoi poteri di guarigione ma il ragazzo morirà dal caldo durante il trasporto; poi le succulente scene del banchetto con Trimalcione (Mario Romagnoli), il commovente suicidio per debiti del patrizio (Joseph Wheeler) che prima della confisca dei suoi beni scioglie i suoi schiavi dal vincolo della schiavitù, l’incontro nella sua sontuosa villa dei due giovani Encolpio e Ascilto con la bella e giovane di colore con la quale i due giovani si eserciteranno in  lunghi giochi d’amore, il racconto della bella e virtuosa vedova che impicca il marito morto per salvare l’amante vivo posto a guardia di un impiccato il cui corpo  verrà rapito dai parenti durante le effusioni d’amore del giovane soldato con la vedova.
Per finire da evidenziare anche la scena-teatrale con l’attore Vernacchio (Fanfulla) da cui Encolpio riacquista Gitone venduto da Ascilto a Vernacchio per trenta denari.