Enter the Void
Scritto da Daria Castelfranchi   
venerdì 09 dicembre 2011

Enter the Void
Titolo originale: Enter the Void
Francia, Germania, Italia: 2009. Regia di: Gaspar Noé Genere: Drammatico Durata: 153'
Interpreti: Nathaniel Brown, Paz de la Huerta, Cyril Roy, Olly Alexander, Masato Tanno, Ed Spear, Emily Alyn Lind, Jesse Kuhn, Nobu Imai, Sakiko Fukuhara, Janice Béliveau-Sicotte, Sara Stockbridge, Stuart Miller, Emi Takeuchi
Sito web ufficiale: www.enterthevoid-lefilm.com
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 09/12/2011
Voto: 3
Trailer
Recensione di: Daria Castelfranchi
L'aggettivo ideale: Allucinato
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enterthevoid_leggero.pngSignore e signori, ecco a voi il film più allucinante degli ultimi anni, se non dell’intera storia del cinema. Ci sono state pellicole che mescolavano violenza e atrocità di vario genere, altre che ostentavano sesso gratuito, altre ancora in cui il linguaggio era talmente scurrile da risultare sgradito anche ai più sboccati. Enter the void riunisce tutte questi aspetti.
Un film perverso, concepito da una mente deviata.
Un film più che controverso e più che irritante. Simbolismi sparsi qua e là che più che tali, risultano volgari, inutili, come il primo piano del pene durante la penetrazione e la successiva fecondazione di un ovulo.
Simbolo dell’origine della vita? Ma per favore, non osi una tale orrenda e ridicola sequenza paragonarsi al celebre dipinto di Gustave Courbet.
Enter the void è sprovvisto di trama e parla di troppe cose senza approfondirne neanche una.
La morte e la reincarnazione rivivono nel personaggio di Oscar che continua a vagare senza meta per le strade di Tokio: una Tokio denigrata, fatta solo di locali promiscui in cui le spogliarelliste si appartano nei camerini, di Love Hotel destinati al sesso, di droga, tanta droga.

“Viaggi” a ripetizione in un film psichedelico che alla lunga stanca. Se l’effetto caleidoscopico risulta interessante nelle prime sequenze - quale simbolo del trip e, a nostro avviso, del cervello fulminato di chi assume LSD, Ecstasy e il fantomatico, addirittura osannato DMT – la ripetizione estenuante di forme e colori non provoca altro che giramenti di testa.
Come il ricorso allo schermo bianco e pulsante, nauseante e monotono.
E’ come se il regista avesse voluto fare del suo film una lunga installazione, con uno sfoggio incessante di led luminosi, scritte lampeggianti, luci accecanti. Il tutto per stordire lo spettatore e farlo entrare, suo malgrado, in un vero e proprio trip.

Enter the void non lascia nulla se non disgusto, sconcerto e rabbia, perché c’è chi ha investito su tale insulto al buon gusto e chi magari vedrà nell’opera del regista argentino qualcosa di eccezionalmente innovativo.
E’ innovativo e costruttivo il primo piano del corpo nudo di una donna, nella cui vagina sono inseriti gli strumenti per praticare il raschiamento?
Certamente voleva essere provocatorio il primo piano del minuscolo feto insanguinato abbandonato nella vaschetta d’acciaio, simbolo della morte, che cede il posto al pianto finale del bambino, simbolo di vita. Tanti simboli ma alla resa dei conti queste immagini non lasciano altro che un senso di fastidio.

Provocatori furono anni addietro Arancia Meccanica e 2001: Odissea nello spazio, del geniale Stanley Kubrick, cui Noè dice di essersi ispirato. Ma a differenza dei capolavori immortali del regista americano, questo è solo un film allucinante, come le droghe che non fanno altro che buttare giù i protagonisti.
L’ultima mezz’ora del film è solo sesso, gratuito e fine a se stesso, ma dall’intimo di chi lo pratica, si sprigionano lingue di luce, quasi si trattasse di qualcosa di potente mentre c’è ben poco di romantico e molto di animalesco.
A questo punto, meglio guardare un film pornografico, che non si perde in inutili virtuosismi estetici o in simbolismi che solo uno strafatto può individuare. Nevrotico come certi videoclip, psichedelico come alcuni film del ventennio ’70-’80.

Il regista e il supervisore degli effetti visivi Pierre Buffin hanno dato vita a un film visionario, che ostenta il mezzo con ripetitivi movimenti di macchina, il ricorso imperterrito a veloci zoomate e un vortice che, più che inghiottire lo spettatore, lo fa quasi sentir male. Cosa salvare di Enter the Void?
La buona interpretazione di Paz de la Huerta, sebbene il doppiaggio italiano la renda lagnosa. E l’immagine della mamma che fa il bagno con i due figli piccoli: unico spunto drammatico-poetico in un universo allucinato.
Magari a molti piacerà ma posso garantire che i giornalisti che hanno visto Enter the void in anteprima stampa, erano a dir poco basiti. Quelli che sono rimasti a vedere tutto il film s’intende.