Hunger
Scritto da Daria Castelfranchi   
mercoledì 18 aprile 2012

Titolo: Hunger
Titolo originale: Hunger
Regno Unito, Irlanda: 2008. Regia di: Steve McQueen Genere: Drammatico Durata: 98'
Interpreti: Stuart Graham, Helena Bereen, Larry Cowan, Liam Cunningham, Michael Fassbender, Liam McMahon, Rory Mullen
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 27/04/2012
Voto: 7,5
Trailer
Recensione di: Daria Castelfranchi
L'aggettivo ideale: Doloroso
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hunger_leggero.pngA pochi mesi dall’uscita di Shame, la coppia Steve McQueen - Michael Fassbender torna al cinema con un film forte e doloroso, che rievoca gli anni dell’IRA e delle contestazioni nell’Irlanda del Nord. Vincitore della Camera d’Or al Festival di Cannes, del Gucci Group Award al Festival di Venezia, del Discovery Award al Toronto International Film Festival e del Carl Foreman Award ai BAFTA, Hunger è stato girato nel 2008 ed esce con ben quattro anni di ritardo.

A cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, i dissidenti repubblicani condannati al carcere rivendicavano lo status di prigionieri politici.
Non erano criminali comuni pertanto chiedevano di non indossare le tute carcerarie, di non svolgere lavori carcerari, di potersi associare liberamente con gli altri detenuti, di avere una visita, una lettera e un pacco alla settimana e che la loro pena venisse ridotta.
Ma non c’era distinzione tra un omicidio a sangue freddo e uno politico e la Thatcher, allora Presidente del Consiglio, non si piegò a quanto richiesto dei detenuti paramilitari.

Il racconto ha inizio in una normale casa di Belfast, dove un uomo si lava, si veste, fa colazione e va al lavoro: fa la guardia carceraria in uno dei famigerati H-Blocks, dove i terroristi repubblicani stanno facendo la protesta delle coperte e quella dello sporco. Un giovane varca la soglia del carcere di Long Kesh: la sua cella è sudicia, i muri sono imbrattati di escrementi, il cibo per terra prolifera di larve. Il tanfo è tangibile, sembra di non riuscire a respirare in mezzo a quella sporcizia.

Con un continuo ricorso a primissimi piani e dettagli, il regista concretizza solitudine, dolore e disagio dei carcerati. L’occhio della macchina da presa indugia sulle unghie sporche, su una mano che attraversa un buco nella finestra, assaporando quello sprazzo di libertà, sui buglioli che riversano il proprio contenuto nel corridoio, allagandolo come i ponti del Titanic.
A capo dei detenuti dell’IRA c’è Bobby Sands: i suoi seguaci imparano a scambiare e ricevere informazioni dai familiari e si affidano a lui in una strenua lotta contro la sopraffazione.
Durissime le scene dei pestaggi che ricordano da vicino quelle di Diaz, appena uscito in Italia.
La brutalità dei poliziotti è messa in evidenza mediante i primi piani dei manganelli che si abbattono con violenza sui corpi nudi dei malcapitati: c’è chi si accanisce e chi, nascosto in un angolo, piange perché non sopporta quella furia rabbiosa.

La scena centrale del film, un intenso piano sequenza di circa venti minuti, immortala il colloquio tra Bobby e un sacerdote che lo conosce da anni: il protagonista è pronto a morire per una giusta causa, questa è la sua posizione.
Secondo padre Dominic Moran, il giovane è invece un suicida che trascinerà con sé altri giovani ignari e la cui morte non porterà da nessuna parte. 7 mesi di sciopero della fame, 10 uomini morti: 66 giorni in cui Bobby si spegne a poco a poco, riducendosi pelle e ossa, coperto di ulcere e piaghe, senza più forze. Immagine crude, quasi insostenibili in cui vediamo, contemporaneamente, la sua tenacia e il suo decadimento fisico.
L’ultima parte del film è un muto silenzio di fronte alla passione di Bobby Sands: il suo corpo smagrito domina la scena, nessun dialogo interviene rovinando la profondità di quel gesto.

Un film sulle proprie scelte e il proprio passato, un racconto duro che suscita rabbia ma che non cade nella facile commozione. Un’ottima prova stilistica del videoartista inglese Steve McQueen e una straordinaria interpretazione di Michael Fassbender. Un pugno nello stomaco, di quelli che lasciano stesi a riflettere.