C'era una volta in Anatolia
Scritto da Francesca Caruso   
martedì 19 giugno 2012

Titolo: C'era una volta in Anatolia
Titolo originale: Bir zamanlar anadolu'da
Turchia: 2011. Regia di: Nuri Bilge Ceylan Genere: Drammatico Durata: 157'
Interpreti: Yilmaz Erdogan, Taner Birsel, Ahmet Mumtaz Taylan, Muhammet Uzuner
Sito web ufficiale: www.nbcfilm.com/anatolia/anatolia
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 15/06/2012
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Francesca Caruso
L'aggettivo ideale: Insolito
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onceuponatimeinanatolia_leggero.png“C’era una volta in Anatolia” è diretto dal regista Nuri Bilge Ceylan ed è tratto da un’esperienza realmente vissuta dallo sceneggiatore e medico Ercan Kesal, che ha realizzato lo script insieme a Ebru Ceylan, moglie del regista, e allo stesso Nuri Bilge Ceylan.
L’esperienza di Kesal è stata quella di aver cercato un cadavere alle prime luci dell’alba.
È bastato questo input a Ceylan per decidere di costruire una storia che procede per gradi e pone lo spettatore nella stessa posizione dei personaggi, venendo a conoscenza dei fatti man mano che la narrazione avanza. Kenan, dopo aver confessato l’omicidio di un uomo, si offre di mostrare al commissario Naci e al procuratore Nusret dove ha seppellito il corpo.

Passeranno tutta la notte a cercarlo nel cuore delle steppe dell’Anatolia. In questa ricerca emergeranno segreti taciuti. Quella che Ceylan porta sullo schermo è una narrazione fatta di silenzi, di paesaggi desertici, di dialoghi che ci parlano dei personaggi, più che dell’accaduto, attirando immediatamente l’attenzione.
Spettatore e personaggi vengono posti sullo stesso piano per parecchio tempo, poi nella seconda parte c’è un cambiamento nel momento in cui l’assassino rilascia un’altra confessione, senza che lo spettatore senta o veda nulla. Da questo momento verranno disseminati pezzetti di verità nella parte restante del film – tuttavia tacendo volutamente alcuni particolari. Inoltre il regista decide di non mostrare l’omicidio, punta i riflettori sulla ricerca del corpo e sui personaggi, che vi prendono parte. Non fa vedere la violenza in nessuna occasione, “Io preferisco farla sentire e non descriverla.
È la violenza interiore che mi interessa” – ha affermato.
Lo si nota in per esempio nella sequenza in cui c’è da fare l’autopsia: si sentono i rumori delle ossa tagliate e degli organi estratti, ma la macchina da presa si sofferma per tutto il tempo sull’uomo che sta praticando l’atto, percepito chiaramente.

Per Ceylan non è stato necessario mostrare, i rumori evocano meglio della vista il disagio per qualcosa che sembra svelarsi concretamente. Il risultato è ottimo.
Il film è stato girato a dure ore di macchina da Ankara, una zona stepposa e luogo del vero incidente. Altro aspetto che segna un cambiamento, nella seconda parte, è che ci si rende conto chi sia il vero protagonista della storia e come, facendo mente locale, le azioni degli altri personaggi rappresentassero fin dall’inizio il punto di vista di costui, ciò che lui vede con i suoi occhi, tutto il resto è messo fuori campo e il vociare altrui è in sottofondo o non udibile. Un particolare del film svelato dallo stesso regista al Festival di Cannes 2011, dove ha vinto il Gran Prix, è la seconda confessione dell’assassino fatta dopo aver visto una donna.
La ragione di ciò risiede nei fatti appresi da alcuni poliziotti in Anatolia sui sospettati, che il regista riporta. Dopo giorni rinchiusi in un ostinato silenzio, incontrando una donna o sentendo il pianto di un bambino, i sospettati scoppiavano in lacrime e confessavano.

Qualcosa nel profondo dell’animo li smuove e non possono più ritrarsi. “C’era una volta in Anatolia” è stato girato in buona parte di notte. Non è stato semplice effettuare le riprese in notturna - l’illuminazione ha richiesto non poco impegno e ingegno - eppure grazie a questa scelta il film ha guadagnato in tensione, intensità e aspettativa, conferendogli di conseguenza un tocco di suspense. Il regista ha voluto “restituire l’oscurità della notte e non è stato facile” ha spiegato.
La sua totalità è di centocinquanta minuti, e toltine una manciata prima della sequenza finale, non ci si rende conto della sua lunghezza. Ceylan ha voluto essere quanto più realista possibile nell’esporre la storia come l’ambientazione e nel delineare i personaggi. “C’era una volta in Anatolia – non lasciandovi ingannare dal titolo ideato per giocare bonariamente con l’immaginazione del pubblico – è un film diverso dagli altri e originale.
Fotografa una realtà che spesso ignoriamo, mostrandoci un punto di vista non standardizzato.