Journey to the West: Conquering the Demons
Scritto da Nicola Picchi   
martedì 09 aprile 2013

Titolo: Journey to the West: Conquering the Demons
Titolo originale: Sai yau: hong mor pin
Hong Kong, Cina: 2013. Regia di: Stephen Chow, Derek Kwok Genere: Fantasy Durata: 110'
Interpreti: Shu Qi, Wen Zhang, Huang Bo, Show Lo, Lee Sheung-ching, Chen Bing-qiang, Cheng Si-han, Xing Yu, Lu Zheng-yu, Chiu Chi-ling, Yang Di, Chrissie Chau, Ge Hang-yu, Fung Ming-hun
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Coreografato
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journey_to_the_west_conquering_the_demons_leggero.pngChen Xuanzhang è un cacciatore di demoni che rifugge la violenza, in maniera conforme ai precetti buddhisti del suo maestro; egli si sforza di trovare del buono in tutte le creature, demoni compresi. Il problema è che i demoni, affrontati a colpi di filastrocche infantili, non sembrano inclini a rigettare il loro lato oscuro per elevarsi spiritualmente, e lo sventurato Xuanzhang ha regolarmente la peggio.
Per fortuna in suo soccorso arriva la bella Duan, portatrice di un anello magico, la quale non disdegna di ricorrere a metodi un tantino più drastici. La strana coppia si imbatte in un potente demone-maiale e, non riuscendo a sconfiggerlo, decide di chiedere l’aiuto di Sun Wukong, imprigionato da Buddha sotto una montagna.

Dopo la stucchevole divagazione spielberghiana di “CJ7” (2008), indirizzata a un pubblico di famiglie, Stephen Chow ritorna ai livelli dei suoi lavori migliori. Questa volta l’attore e regista hongkonghese si limita a dirigere il film in coppia con Derek Kwok, già co-regista del pregevole “Gallants”, e la sua comicità demenziale (mo lei tau!), sfolgorante in capisaldi quali “Shaolin Soccer” (2001) e “Kung Fu Hustle” (2004) (in versione originale, of course), torna finalmente a pieno regime.

L’idea alla base di “Journey to the West: Conquering the Demons” è quella di mettere in piedi nientemeno che un prequel dello “Scimmiotto” di Wu Ch’eng-en, un’opera con la quale Chow aveva un conto aperto, avendo già interpretato Sun Wukong nei due “A Chinese Odyssey” (1995) di Jeffrey Lau. Ma qui Chow imbocca una strada del tutto personale, distaccandosi ampiamente sia dal testo originale che da successive rielaborazioni del personaggio, quali “Il sogno dello Scimmiotto” di Dong Yue. Il suo Scimmiotto, interpretato in forma umana dal sublime Huang Bo (Design of Death, Cow), è una creatura demoniaca e intimamente malvagia, che millanta di aver rinnegato la sua vera natura studiando i sutra buddhisti, ma in realtà trama alle spalle dei due sprovveduti. Questa variante, che lascia dapprima perplessi, inizia a funzionare quando si realizza che l’intenzione di Chow è quella di costruire un antefatto al Viaggio in Occidente del monaco Tripitaka.

La comicità di Chow è essenzialmente fisica, costruita attraverso minuziose coreografie. La lunga sequenza iniziale, che vede gli abitanti di un villaggio di pescatori affrontare un malvagio demone acquatico, riesce a mantenersi mirabilmente in equilibrio tra suspense e comicità slapstick, e il risultato è da antologia per ritmo e ingegnosità delle trovate. In seguito l’umorismo è delegato alle schermaglie amorose tra Duan e Xuanzhang.
Accade infatti che la volitiva cacciatrice di demoni perda la testa per l’unico buddhista capelluto del Celeste Impero. Malgrado le numerose avances della seduttiva fanciulla, Xuanzhang si impone di rifuggire dalle tentazioni della carne, proposito alquanto impervio qualora ci si trovi dinanzi alla splendida Shu Qi. Nonostante copiose epistassi, che nei film asiatici indicano sempre eccitazione sessuale, il monaco appare però incorruttibile. Particolarmente esilarante la sequenza nella quale Xuanzhang, guidato mediante incantesimo dalla sorella di Duan, si esibisce in un conturbante balletto erotico, destando le ire dei guerrieri della compagnia.

In maniera conforme all’architettura orizzontale della novellistica cinese, il film ha una struttura episodica, in cui brillano per compattezza i singoli set: il villaggio, la locanda della famiglia Gao, la foresta, la Montagna dei Cinque Elementi.
E se alla fine il collerico Scimmiotto fa il passo più lungo della gamba sfidando Buddha in persona, per il suo regista la scommessa può dirsi vinta alla grande. “Journey to the West” ha incassato sul mercato asiatico 195 milioni di dollari, piazzandosi al secondo posto dopo “Lost in Thailand” e aprendo la strada a un probabile seguito, che andrà presumibilmente a scontrarsi con l’imminente “The Monkey King” di Soi-Cheang, che vedrà Scimmiotto interpretato da Donnie Yen.

Nonostante l’abuso di CGI del finale, “Journey to the West” trova il suo punto di forza in un cast affiatatissimo, dall’impareggiabile Huang Bo all’eccellente Shu Qi, fino a un convincente Wen Zhang (Ocean Heaven) nel ruolo di Xuanzhang/Tripitaka e al taiwanese Show Lo, spassosissimo nel ruolo di un cacciatore di demoni narcisista, che si fa cospargere di petali da alcune vecchie megere al suo servizio. A dimostrazione del fatto che per Chow non sono gli effetti digitali che rendono un film più o meno riuscito, ma il fattore umano.