Profughi a Cinecittà
Scritto da Roberto Fedeli   
giovedì 06 febbraio 2014

Titolo: Profughi a Cinecittà
Titolo originale: Profughi a Cinecittà
Italia: 2012. Regia di: Marco Bertozzi  Genere: Documentario Durata: 52'
Interpreti: Angelo Iacono
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 8
Trailer
Recensione di: Roberto Fedeli
L'aggettivo ideale: Commovente
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I fatti di coscienza si compenetrano, e nel più semplice di essi si può riflettere l'anima intera.

profughi_a_cinecit_leggero.pngBergson superava la tradizionale concezione del tempo matematico per esaltare la potenza della nostra coscienza, i momenti dell’interiorità. Un flusso continuo di attimi che si compenetrano, confondendosi.
Profughi a Cinecittà di Marco Bertozzi è un viaggio proustiano alla ricerca del tempo perduto. Come nel grande cinema di Federico Fellini, il passato rivive nel presente e la realtà prosegue nella nostra fantasia. La vista dall’alto della città di Roma ci riporta alla sequenza iniziale della Dolce vita, ma questa volta lo sguardo onnisciente si concentrerà sul volto stesso della sofferenza e del coraggio. Voci narranti di uomini e donne si rincorrono nervosamente nel fuoricampo, i pensieri si susseguono come i ricordi che evocano, le loro forme sono diverse ma l’obiettivo appare lo stesso.

Il teatro cinque di Cinecittà, futura casa del cinema felliniano, diviene allora il luogo della memoria, il campo abitato dai profughi dopo la Seconda guerra mondiale. Il regista inquadra, nel presente, il passaggio di alcuni di loro mentre si apprestano a varcare la soglia del teatro di posa più famoso del mondo. Sono ripresi come le vittime dei documentari sui campi di concentramento, prima di profilo e poi di schiena, ma ormai c’è spazio solo per il ricordo.
A testimoniare il rapporto intenso e vivace tra presente e passato contribuisce il movimento della cinepresa che risale la facciata del teatro per riportarci nuovamente alle immagini in bianco e nero sulle trasformazioni di Cinecittà. Il luogo fatato della settima arte fu il luogo che ospitò i dimenticati, i rifugiati provenienti da ogni dove per ritrovarsi in quella acerba fabbrica dei sogni. Nella realtà è Angelo Iacono che parla, il grande direttore di produzione dei migliori film di Fellini, poi produttore esecutivo di Dario Argento.

Una colonna del cinema italiano ci rivela la sua storia straordinaria, la sua vita di stenti nel campo profughi di Cinecittà. Riconosce la madre e la sorella nei fotogrammi del film Umanità, l’unica pellicola a documentare la miseria degli studios della fine degli anni ’40. Nei suoi racconti riviviamo l’incontro tra il cinema e la realtà, le troupe che selezionavano le comparse nei campi, spesso per dare un po’ di speranza a quelle vittime silenziose. Iacono rafforza il clima surreale dell’opera ricordando il suo vecchio rifugio notturno, collocato proprio nella stessa porzione di spazio che ospiterà la bara di Fellini.
Un segno del destino, la forza della circolarità di un tempo che ritorna. Sarà proprio nella spoglia Cinecittà del 1950 che Iacono parteciperà come comparsa al kolossal Quo Vadis di Mervyn LeRoy, per poi entrare nello staff di Fellini. I luoghi della sua sofferenza diventeranno l’arena della sua arte cinematografica.
Bertozzi fa dell’alternanza il suo stile espressivo riuscendo così a raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti, immortalando i loro ricordi più vivi nella memoria.

Ed ecco le immagini chiare dei treni merci degli anni cinquanta, i rifugi nelle grotte, le foto d’infanzia e l’amore fraterno in grado di superare ogni difficoltà. Il regista alterna riprese in primo e primissimo piano dei suoi protagonisti narranti con immagini in campo lungo. Se nel primo caso cerca di creare empatia tra pubblico e attori, nel secondo egli tenta di inquadrare la fragilità umana, persino nelle dimensioni dei corpi, troppo piccoli al cospetto della potenza del destino e della natura. Molto efficace è la tecnica usata da Bertozzi nell’impressionare un personaggio che guarda in camera, mentre ascoltiamo le sue stesse parole provenire dal fuoricampo. A contare non sono i pensieri di ognuno ma la memoria collettiva.

È un’opera sul ricordo e sulla suggestione. È l’idea che muove ogni narrazione, l’individualità si perde nei meandri del messaggio simbolico dell’umanità che urla in silenzio. A suggellare il racconto sarà il cinegiornale che annuncerà la riapertura degli studios, la nascita di una nuova era. La voice over che accompagna buona parte della pellicola marcherà la defezione del cinema neorealista italiano, reo di aver eluso una realtà così scomoda.
Le parole continueranno a susseguirsi senza tregua nel fuori campo, in quella zona d’ombra in cui le storie degli uomini vengono troppo spesso dimenticate. Il documentario di Bertozzi serve proprio a questo, il suo sogno è quello di riabilitare il tempo perduto, proprio come Proust.