Broken
Scritto da Nicola Picchi   
domenica 28 settembre 2014

Titolo: Broken
Titolo originale: Banghwanghaneun Kalnal
Corea: 2014. Regia di: Lee Jeong-ho Genere: Drammatico Durata: 122'
Interpreti: Jung Jae-young, Lee Sung-min, Seo Jun-young, Lee Soo-bin, Lee Joo-seung, Choi Sang-wook
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Nelle sale dal: Inedito
Voto: 6
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Assiderato
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broken_leggero.pngLee Sang-hyeon lavora in una fabbrica tessile e abita con la figlia Su-jin. Un giorno Sang-hyeon viene convocato dalla polizia perchè il cadavere di Su-jin, stuprata e assassinata, è stato rinvenuto in un bagno pubblico.
In preda alla disperazione, l'uomo riceve poche ore dopo un SMS con il recapito di uno dei colpevoli, e decide di risolvere la questione a suo modo.

Terzo adattamento coreano da un romanzo del giallista giapponese Higashino Keigo, i cui libri sono tradotti anche dalle nostre parti, "Broken" arriva buon ultimo dopo "White Night" (2009) di Lee Chang-jae e "Suspect X" (2012) di Pang Eun-jin, a confermare come le caratteristiche specifiche di una cultura possano imporsi facilmente su qualsiasi materiale di partenza.
Basta infatti confrontare il "Suspect X" coreano con l'omonimo adattamento del 2008 di Nishitani Hiroshi o, se è per questo, "White Night" di Lee Chang-jae con il successivo "Into the White Night" (2010) di Fukagawa Yoshihiro, per rendersi conto di come un eccesso di pathos al calor bianco abbia incenerito il gelido rigore nipponico.

Rispetto all'asciutto "The Hovering Blade" (2009) di Mashiko Shoichi, tratto dal medesimo romanzo, "Broken" non fa eccezione alla regola, andandosi per di più a inserire appieno in quello che ormai è un vero e proprio sottofilone del cinema della Corea del Sud. Una mesta teoria di "amabili resti" abita infatti innumerevoli film, stante anche la tendenza di registi e sceneggiatori a ispirarsi a fatti di cronaca nera.
Questo lugubre rosario di bambine assassinate e genitori in cerca di vendetta (in genere la madre), rischia però di diventare alquanto convenzionale, azzerando ogni spunto di critica sociale nella stanca reiterazione di una formula. Fortunatamente non è questo il caso di "Broken", che segna un discreto passo avanti rispetto al film d'esordio di Lee Jeong-ho, il derivativo "Best Seller" (2010), tralasciando gli stilemi da "revenge-movie" a favore di una riflessione sulla colpa e sull'equità del sistema penale.

I minorenni di "Broken" sono le avvisaglie di un'orda barbarica che ignora il dolore e la morte, perchè la società in cui vivono le ha rimosse. Il divario tra le generazioni è diventato un abisso, un baratro dalle cui profondità emergono creature aliene, che compiono stupri e violenze con perfetta indifferenza.
Quando Sang-hyeon sta per uccidere uno dei colpevoli dopo aver rinvenuto in casa sua il video con le riprese dello stupro di Su-jin, il ragazzo crede che l'uomo voglia vendicarsi per aver subito il furto di un cellulare. Intanto, il detective Jang Eok-gwan visita regolarmente un ragazzo uscito di prigione dopo aver ucciso un coetaneo per il possesso di un videogioco.
L'esistenza dell'altro non è contemplata, la sua eventuale sofferenza non viene presa in considerazione, ed è proprio questa astenia morale a venire presa di mira, sollevando considerazioni sulla liceità delle pene ridotte per i minorenni, previste dal sistema giudiziario.
Simili argomentazioni fanno però presto a trasformarsi in recriminazioni dal sapore reazionario, anche perchè non tengono conto delle responsabilità dei padri che quella stessa società l'hanno attivamente costruita.

Il panorama raffigurato è mediamente sconfortante: genitori ignari o indifferenti, ragazzine scappate di casa e avviate alla prostituzione da laidi prosseneti, bullismo e violenza tra adolescenti. Le ambientazioni sono conseguenziali, dall'alienante fabbrica tessile al triste appartamentino dove la sera si rifugia Sang-hyeon, la cui moglie è morta di cancro, fino allo squallido bordello clandestino e al bungalow a Daegwallyeong, set per improvvisati film pornografici.
A tratti pare quasi di trovarsi in un film di Lee Sang-woo, ma senza la rabbia di "Mother is a Whore" o "Barbie". Lee Jeong-ho convince però per la dimessa sobrietà della messa in scena, per l'atmosfera livida in cui l'inverno dei sentimenti riecheggia nel biancore della neve, per il senso di precarietà cronachistica dato dai movimenti della camera a mano, per la plumbea fisicità della violenza, rozza e sgraziata, per le croste e la sporcizia che si accumulano sul volto di Sang-hyeon.

Il protagonista uccide per tenere in vita la memoria dei morti, ma la punizione dei colpevoli lo conduce solo verso un martirio autoinflitto, un percorso di autodistruzione durante il quale, braccato dalla polizia, conserverà un labile contatto umano solo con il detective Jang, il quale comprende le sue ragioni anche se non può condividerle.
E se pure un eccesso di melodramma nel finale ci rammenta che nel genere si è visto di meglio, "Broken" merita una visione anche per il consumato palleggio tra due ottimi attori come Jae-young (Castaway on the Moon, Our Sunhi) e Lee Sung-min (The Attorney, Kundo: Age of the Rampant).