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Mondi che Cadono PDF Stampa E-mail
Scritto da Anna Maria Pelella   
sabato 21 giugno 2008

Mondi che Cadono
Il cinema di Kurosawa Kiyoshi
di Giacomo Calorio
ed. Museo Nazionale del Cinema/Il Castoro
aprile 2007
pag. 273
prezzo 22.00 euro

Chiunque abbia visto Kairo (Pulse 2001) di Kurosawa Kiyoshi anche se al momento non l’avrà notato, è certo che ricorderà una scena in particolare: quando una delle protagoniste esce in strada con il telefonino in mano e cerca di parlare con qualcuno, sullo sfondo si intravede una figura in cima ad un traliccio, nei successivi secondi la figura lentamente, ai limiti del campo visivo dello spettatore prima e sotto gli occhi allibiti della protagonista poi, sale sulla balaustra e si lascia cadere nel vuoto. In questa, come in molte altre inquadrature verticali, tenute sullo sfondo del campo visivo dello spettatore ed in contrapposizione al movimento orizzontale della mdp, sta la cifra dell’elemento perturbante all’interno del cinema di Kurosawa Kiyoshi. Elemento questo andato completamente perduto nell’orrendo remake americano del film, che riduce il tutto ad una storia di fantasmi che abitano la rete. Kurosawa Kiyoshi è attualmente uno dei maggiori talenti in fatto di regia e non solo in Giappone. Le sue opere sono state oggetto di studio ed egli stesso insegna cinema nella prestigiosa università di Eiga Bigakko a Tokyo.

In occasione della retrospettiva sul cinema del maestro giapponese che si è tenuta a Torino nell’aprile di quest’anno Giacomo Calorio ha presentato la sua monografia sul regista, Mondi che cadono, il cinema di Kurosawa Kiyoshi.
Si tratta di un’opera assai complessa che prende in esame lo stile di regia del famoso cineasta, con una particolare attenzione ai significati latenti, presenti all’interno della totalità della sua opera. Il suggerimento che trapela dalle pagine del libro è quello di soffermarsi in particolare sulla tecnica di regia, che da sola rende inquietante i contenuti di ciascun film.
L’esame delle inquadrature è assai accurato, l’intento quello di scoprire il mondo del perturbante nascosto all’interno dei singoli lavori. Si tratta di film che mostrano in molti casi più di quello che una prima occhiata può suggerire. La scelta del regista di esprimersi in parte all’interno di un cinema di genere è quanto mai appropriata, dal momento che lo strumento permette cose difficili in un altro contesto. Si pensi ai fantasmi di Kairo, che a perenne monito contro la dimenticanza spingono le persone all’oblio prima ed al suicidio poi, senza fare assolutamente altro che esserci. Oppure al killer di Kyua (Cure 1997) che mesmerizza e distrugge con la sola sua presenza. O anche alla bambina di Korei (Seance 2000) che sfugge alla morte quando sembra spacciata e muore quando sembra al riparo, e ai coniugi che non sanno come gestire il potere di lei e la loro smodata ambizione. O magari alla incredibile sfrontatezza del doppio in Dopperugengaa (Doppelganger 2003) che realizza i desideri di chi gli sta vicino.
Anche l’uso dello spazio, già molto importante nel cinema asiatico, è qui oggetto di approfondimento, con particolare attenzione agli spazi nascosti, che rivelano attività su cui sfugge il controllo. Infatti molte delle cose peggiori che Kurosawa suggerisce, accadono fuori dal campo visivo, nello spazio tra questo e il mondo altro di cui spesso si fanno portavoce i suoi personaggi.
Assai di rado vedremo accadere le cose e mai ci verranno spiegate, se non a partire da una dimensione proiettiva che istiga alla complicità lo spettatore, spesso turbato senza averne reale consapevolezza.
Tutta l’opera del maestro risulta concentrata nell’espressione del senso di accettazione delle cose che non si riescono a spiegare, e non alla negazione di esse, col risultato che se negandole in altri contesti le cose inspiegabili vengono fuori con violenza, nel cinema di Kurosawa Kiyoshi esse vengono inglobate nel vissuto quotidiano e continuano la loro esistenza in alcuni casi parallelamente, in altri in contrasto con la vita cosciente. Contrasto che diviene rappresentazione perturbante attraverso l’uso della sola macchina da presa, senza quasi ausilio di effetti speciali. Il tutto con un risultato assai più disturbante dal momento che il sussurro resta impresso più a lungo dell’urlo, che di per sé risulta già catartico e quindi facilmente metabolizzabile.
Tutto sommato direi che si tratta di un’opera abbastanza esaustiva sul cinema del maestro Kurosawa, anche se magari un tocco di analisi psicologica del testo ci sarebbe stata più che bene, tenendo presente l’immensa mole di contenuti inconsci di cui il suo cinema è portatore.
Completa il testo la trascrizione di due interviste al regista ed una completa filmografia con le uscite in dvd.

 
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