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The Fog (1980) DVD PDF Stampa
Cult Movie Sci-fi
Scritto da Luca Orsatti   
venerdì 19 gennaio 2007

The Fog DVD
The Fog
USA: 1980. Regia di: John Carpenter Genere: Horror Durata: 91'
Interpreti: Adrienne Barbeau, Jamie Lee Curtis, Janeth Leigh, Hal Holbrook
Recensione di: Luca Orsatti

thefogpiccolo.jpegEra difficile, dopo un successo mondiale come Halloween - La Notte delle Streghe, realizzare un' opera all' altezza del predecessore. L'allora ventinovenne John Carpenter ha a disposizione un budget più elevato: un milione di dollari. Siamo sempre nel territorio dei film a basso costo, ma se pensiamo che per le gesta di Michael Myers erano stati spesi appena trecentomila dollari, ci rendiamo conto di trovarci di fronte al primo vero salto di qualità del giovane regista.
Carpenter è un uomo a cui piace stupire il pubblico e disorientarlo con scelte che possono apparire anche discutibili. La maggior parte dei registi avrebbe girato un film-fotocopia. Lui no.
Dopo il serial killer con la maschera bianca (non un semplice assassino, ma il "Male" assoluto che si incarna), ecco una tradizionale storia di fantasmi. Se in Halloween, malgrado i vertici di sublime terrore raggiunti, il sangue sparso era poco, anche per gli standard dell' epoca, Fog ne mostra ancora di meno.
E' un film tutto giocato sulle atmosfere gotiche, cupe, decadenti. Ombre nella nebbia, appunto, che emergono all' improvviso, portando con loro il retaggio di un oscuro passato, cui è impossibile sfuggire.
Io trovo che il modo più nobile e più efficace che sia mai stato escogitato per fare paura, per quanto riguarda il pubblico, è non mostrare troppo. Soprattutto, non sforzarsi di essere chiari. In questa frase si può leggere gran parte della filmografia di Carpenter, in primis le motivazioni e la filosofia che stanno alla base di questo film. Perché, è quasi inutile dirlo, Fog centra in pieno l' obiettivo.
E' un film che fa paura, una paura fredda e affilata, che riesce ad avvolgere lo spettatore senza tramortirlo con effetti volgari o di facile presa.
Inanzitutto è un film dai ritmi lenti e ipnotici. Rivederlo a distanza di anni, dopo essere abituati alle vertigini da videoclip di questo sciagurato periodo, fa uno strano, anche se piacevole effetto. Viene quasi da chiedersi: "ma allora è possibile emozionare senza montaggi frenetici da quattromila inquadrature al secondo che non permettono neanche di capire quello che sta succedendo?" Sarà un'ottica un po' retrò, ma Carpenter è un regista volutamente fuori moda (un film come Fantasmi da Marte sta lì a dimostrarlo nel migliore dei modi), cresciuto con i classici hollywoodiani degli anni '50, innamorato di un genere tipicamente americano, qual è il western, che nel corso della sua carriera ha rielaborato e rivisitato di continuo, a partire da Distretto 13: Le brigate della morte, fino al più recente (e non del tutto riuscito) Vampires, passando, appunto, per Fog, definibile, con un po' di azzardo, un "western soprannaturale", una riproposizione del topos della cittadina assediata.
Quello che stupisce, guardando il film alla luce di una carriera fatta di alti e bassi, di clamorosi successi e di flop commerciali in grado di mandare quasi in fallimento grosse case di produzione (La Cosa è l'esempio più illustre), è la coerenza spaventosa di questo regista, autore nel senso più profondo del termine, sempre capace di inserire, in ogni opera, le sue personalissime ossessioni, i suoi tocchi da virtuoso della macchina da presa (mai fini a se stessi, ed è una gran cosa) e la sua capacità di terrorizzare con delicatezza, fuggendo la banalità, o le soluzioni scontate. In quanto a banalità, il rischio che Carpenter corre scrivendo (insieme alla sua co - sceneggiatrice, nonché produttrice Debra Hill) una storia come Fog è grosso.
Il film si apre con una scena che abbiamo visto - e vissuto - mille volte: un marinaio racconta a un gruppo di bambini riuniti accanto a un falò la storia del veliero naufragato su quella costa cento anni prima. C' era la nebbia, quella notte, ci informa subito il marinaio, la nave si era andata a infrangere contro gli scogli, perché ingannata dalla luce di un grosso fuoco. Da quel giorno, la nebbia non si è più ripresentata ad Antonio Bay, ma si dice che quando tornerà, porterà con sé le anime dei morti nel naufragio, in cerca di vendetta. Niente di più scontato, anche gli spettatori del 1980 dovettero capire di trovarsi in un territorio familiare, già archetipico più di vent'anni fa.
Eppure Carpenter va avanti senza problemi, sicuro di riuscire nel suo intento: spaventare senza sangue in un periodo in cui il corpo e le sue deformazioni strazianti erano il vero fulcro del cinema della paura.
Ricordiamo, di sfuggita, che La notte dei morti viventi, prima vera incursione nell' orrore fisico della decomposizione e della lacerazione, è del 1968, mentre i padri putativi del New Horror, L'ultima casa a sinistra di Craven e Non aprite quella porta di Hooper risalgono, rispettivamente al 1972 e al '74.
Non siamo ancora nell'epoca dello splatter furibondo (dovremo aspettare gli anni '80 inoltrati per questo), ma di sicuro i giorni dei castelli stregati, degli spettri sonnacchiosi in abiti bianchi, del terrore non ostentato, insomma, sembrano finiti.
Qualsiasi creatura della notte perde credibilità di fronte a Faccia di Cuoio che si aggira sghignazzante con la sua moto sega, massacrando allegramente tutto ciò che si muove.
Lo stesso Carpenter, poco tempo dopo Fog, ci regalerà un capolavoro sui corpi trasformati, aperti, violati e fatti a pezzi (parliamo de La Cosa ), ma non adesso.
Stanotte è l'ora dei fantasmi, ombre che a stento si intravedono, che si manifestano facendo partire gli antifurti e rompendo i vetri delle macchine, mentre la voce calda di una speaker radiofonica annuncia il centenario della graziosa cittadina costiera. Questi spettri si nascondo in banchi di nebbia fosforescente, sono presenze impalpabili eppure concretissime, e quando bussano alla tua porta, sei sicuro di non avere scampo. Le loro mani emergono dal biancore lattiginoso della nebbia, vera protagonista di un film che è pura forma, meccanismo implacabile che alterna una tensione a volte insostenibile, con studiatissimi momenti distensivi ( i battibecchi di Janet Leigh con la sua segretaria, oppure il corteggiamento di Adrienne Barbeau da parte del meteorologo), che riescono però a non far perdere all'opera la sua atmosfera di presagio e minaccia incombente.
Carpenter conosce perfettamente il materiale e gli strumenti che ha a disposizione e Fog diventa una vera sfida ai nervi dello spettatore. I cosiddetti "BUS" (quelle entrate improvvise in campo del cattivo di turno, inventate da Tourneaur ne Il bacio della pantera) abbondano forse più che nello stesso Halloween e tutto il film si costruisce sull'attesa del prossimo "salto sulla sedia". L'efficacia di Fog sta tutta in questa sottile e profonda inquietudine, rotta dall'urlo liberatorio quando finalmente la mano del fantasma esce di scatto dalla nebbia e afferra il malcapitato di turno.
A differenza di Halloween , non c'è una netta distinzione fra bene e male. La vendetta di Kane e dei suoi spettri lebbrosi ci sembra comprensibile, se non addirittura legittima. E quando si ha il sospetto che questa vendetta non si concluderà, restiamo addirittura delusi.
Delusione che dura poco, però: il passato porta con sé il suo prezzo che, ci dice Carpenter, va pagato fino in fondo. Il finale doppio (sembra tutto a posto, ma la musica sale, l'ombra dello spettro esce da un angolo, e la vendetta si compie) acquista così un senso di profonda gustizia, che lo differenzia da quello di altri horror, presenti, passati e futuri. Forse perché l'intento di Carpenter è, sì, quello di spaventare, ma tenendo sempre presente la coerenza della storia che ci sta raccontando.

 
Nightmare (1984) DVD PDF Stampa
Cult Movie Sci-fi
Scritto da Paolo Fabbri   
venerdì 19 gennaio 2007

Nightmare dal profondo della notte DVD
Nightmare
USA: 1984. Regia di: Wes Craven Genere: Horror Durata: 95'
Interpreti: Heather Langenkamp, Robert Englund, John Saxon, Ronee Blakley, Johnny Depp
Recensione di: Paolo Fabbri

nightmare.jpegSpringwood: Alcuni adolescenti residenti in Elm Street fanno lo stesso strano sogno, in cui compare un uomo con il viso bruciato e degli artigli montati sulle dita. Una sera, una giovane di nome Tina, dopo aver passato la notte con il suo ragazzo, viene ritrovata uccisa: sul suo cadavere delle profonde ferite procurate da dei rasoi. Nancy, amica della vittima e figlia del capo della polizia locale, scoprirà il legame sinistro che collega Elm Street agli strani omicidi.
Non creduta, nonostante la decimazione dei suoi amici, dovrà affrontare le proprie paure laddove queste hanno origine: nei suoi incubi peggiori... Fred Krueger, mostruoso e spietato assassino con il suo temibile guanto artigliato, è diventato l'idolo del cinema horror a partire dagli anni '80 grazie soprattutto a questa pellicola e a qualche suo buon seguito.
La storia si sviluppa come una fiaba anderseniana, in questo caso molto macabra, vertiginosa e soprattutto allucinante: molto “nera”, insomma. Pur non essendo il primo horror che segue questo schema, “Nightmare” è sicuramente uno dei risultati migliori nel suo genere: l’idea cardine attorno a cui ruota l’intera vicenda, cioè che il sogno possa essere incisivo per la morte, è davvero inquietante. Il regista Wes Craven ha inaugurato con questo film la cinenovela dell'incubo, che ha come protagonista il demoniaco Fred Krueger, orrido persecutore notturno degli adolescenti di Springwood.
Il suo marchio distintivo è ovviamente il guanto, immortalato nella sequenza d’apertura, che ricorda i quattro rasoi prolungati nelle dita della mano destra del celebre personaggio Marveliano "Wolverine". E’ proprio con queste lame affilatissime che Freddy angoscia le sue giovani vittime, prigioniere dei sogni di cui lui è padrone, riuscendo spesso a straziarle fisicamente in deliranti conflagrazioni sanguinolente.
Il movente degli omicidi compiuti dal maniaco si intuisce nel corso della pellicola: i nuovi cittadini di Springwood unirono le loro forze per eliminare Fred Krueger, serial killer pedofilo che in vita uccise diversi bambini della zona bruciandoli nella sua caldaia "Quartier generale”.
Con i segni delle fiamme ancora sul volto, Krueger si vendica sui figli di coloro che lo hanno ucciso, infliggendo loro notti di puro terrore e costringendoli quindi a restare svegli (una delle frasi più popolari della serie è proprio "Non dormire").
Nancy, la protagonista del film, sarà la prima a reagire al mostro intuendone una fisicità che travalica il sogno..
Il professor Craven ha diretto un vero e proprio "capolavoro mondiale cinematografico", dando vita alle notevoli e spiccate potenzialità del suo personaggio migliore.
Non rivelando subito il background, offre invece allo spettatore un mosaico spezzettato da ricostruire nell'arco dei lunghi seguiti, tra cui spicca maggiormente il terzo episodio, il quarto e l'ultimo della serie: "Nightmare nuovo incubo", diretto ancora da Wes Craven.
Eccellente la prestazione del cast, in particolare le interpretazioni di Robert Englund nei panni del mitico “Freddy Krueger”, Heather Langenkamp, John Saxon e Johnny Depp.
La lusinghevole ed imperiosa musica a cura di Charles Bernstein, l'ottima sceneggiatura e gli splendidi effetti di make-up, impreziosiscono questo intramontabile cult elevandolo al titolo di "Capolista del terrore".
I fan dell'orrore devono averlo obbligatoriamente nella loro videoteca personale: è un dovere morale!

 
Immortal ad vitam PDF Stampa
Fantascienza
Scritto da Marco Massacesi   
lunedì 15 gennaio 2007

Immortal (ad vitam)
Francia: 2004. Regia di: Enki Bilal Genere: Fantascienza Durata: 102'
Interpreti: Charlotte Rampling, Linda Hardy, Thomas Kretschmann
Recensione di: Marco Massaccesi

immortel_frj.jpg New York 2095. In una strana piramide flutuante nel cielo, gli dei dell'antico Egitto stanno giudicando Horus. Nel frattempo nella citta, una donna misteriosa viene arrestata, la donna però possiede un potere segreto... Immortal (ad vitam) 23° secolo, Jill (Linda Hardy), una misteriosa donna con i capelli blu si aggira per New York. Lei ancora non lo sa ma Horus, un dio con la testa di falco, la sta cercando per sedurla. La divinità, però, ha bisogno di un corpo umano, prende così le sembianze di Alcide Nikopol (Thomas Kreschmann Il Pianista, La regina Margot), ex prigioniero politico... Enki Bilal con questo "Immortal ad Vitam" è alla sua terza prova da regista dopo "Bunker Palace Hotel" e "Tykho Moon". Nato a Belgrado nel 1951 si trasferisce dopo dieci anni a Parigi dove scopre la lingua francese, i fumetti ed il cinema. Per chi è appassionato della trilogia di Nikopol creata dalla mente visionaria di un Bilal giovanissimo, sappia che la trasposizione cinematografica ha dei sostanziali cambiamenti. A partire proprio dal personaggio principale, Nikopol, che sulle tavole era un disertore quasi pacifista nella pellicola è un rivoluzionario mandato in ibernazione per i suoi atti sovversivi. Ad Horus, il dio "Falco", che nei disegni era più assetato di potere e di vendetta ed invece, nel film, condannato alla mortalità, desidera solo tramandare la sua divinità ingravidando la neo cibernetica Jill. In realtà tutto il concetto di divinità viene ridefinito, nei volumi a fumetti viene visto come se gli dei fossero una sorta di comunità vampiresca ed assetata di potere, a differenza del contesto cinematografico la quale viene elevata ad un livello quasi solenne, anche se in una scena li vediamo giocare a monopoli (forse una delle poche cose riprese dal fumetto). Ma Bilal stesso ha dichiarato che era impossibile riproporre quel mondo futuristico ed aberrante tutto alla stessa maniera. I disegni erano puro delirio pittorico, in ogni "vignetta" si potevano trovare una quantità di personaggi e di idee quasi improponibili da filmare. Vari elementi, comunque, rimangono fedeli, la gamba di ferro "aggiustata" dal dio Horus a Nikopol, la piramide apparsa improvvisamente sul cielo di New York (nei fumetti era Parigi), il clima elettorale univoco,il look della "Donna Trappola" Jill. Ad onor del vero, la pellicola, vista fuori dal contesto fumettistico, funziona ugualmente, è ironica, intensa e visionaria. Fa parte di quei film che non si riescono a catalogare come pura fantasy, dietro c'è ben altro. Il manovratore di questo mondo alternativo è uno di quei personaggi che rivoluzionò il mondo del fumetto (insieme ad un altro grande come Moebius) e con la macchina da presa è riuscito a renderlo fruibile a tutti, lasciando intatta la sua spinta sovversiva e visionaria. Affascinante, forse è questa la parola giusta, ed a chi non piace questo genere di cose, bè, è meglio che si continui a leggere Topolino.

 
Il mio miglior nemico PDF Stampa
Commedia
Scritto da Francesco Prognante   
lunedì 15 gennaio 2007

Il mio miglior nemico
Italia: 2006. Regia di: Carlo Verdone Genere: Commedia Durata: 115'
Interpreti: Carlo Verdone, Silvio Muccino
Recensione di: Francesco Pognante

ilmiomigliornemico.jpg Achille De Bellis è il top manager di un’importante catena alberghiera di proprietà di sua moglie Gigliola e di suo cognato Guglielmo. Sembra avere tutto ciò che un uomo desidera: una bella casa, un ottimo matrimonio ed una solida posizione sul lavoro. Ma mentre si avvicina l’anniversario delle nozze d’argento, ogni certezza nella sua vita viene travolta dall’incontro – anzi lo scontro – con uno ’sbandatello’ di ventitré anni di nome Orfeo. Dopo il successo di "Manuale d’amore", De Laurentis ha avuto la bella pensata di mettere insieme, uno contro l’altro, due dei personaggi più popolari del cinema italiano: l’intelligente Verdone, idolo di più di una generazione, e Muccino, osannato dalle adolescenti. Una furbata commerciale dal successo assicurato. Come ci si aspetterebbe, il film è un’amalgama della comicità di Verdone e della predilezione di Muccino per i problemi familiari e affettivi. Un progetto sulla carta interessante, ma penalizzato da una soggetto superficiale e trascurato, che nella prima parte mette in risalto il lato più macchiettistico della comicità dell’attore romano, accostato a svolte drammatiche spesso pretenziose e poco riuscite. Se Verdone è bravo come al solito nel mettere alla berlina le labili sicurezze di un quarantenne dell’alta società, ricordandoci che bisogna perdere tutto per accorgerci di quello che ci manca davvero, un po’ meno bravi sono stati gli sceneggiatori (ben quattro!) a sviluppare questo tema; la sceneggiatura è approssimativa e si sfalda nell’ultima parte, togliendo credibilità e serietà all’idea di partenza. Tuttavia il film propone anche spunti interessanti come l’evolversi del rapporto tra i due protagonisti, che sfocia in una compensazione, dal lato di Orfeo del padre che non ha mai avuto, dal lato di Achille della paternità che ha sempre trascurato. E nel finale spunta pure una teoria interessante: la famiglia è un qualcosa di necessario, che non ha legami di sangue ma di affetto e di compensazione. In conclusione "Il mio miglior nemico" risulta un film superficiale, che talvolta scade nel banale, e dalla comicità discontinua, affidata principalmente all’innegabile appeal dialettico di Verdone, e all’ancor più innegabile feeling tra i due protagonisti, molto ben caratterizzati. Difatti la coppia Verdone-Muccino sulla scena funziona e, alla fine, la pellicola strappa qualche risata e nel complesso risulta divertente quanto basta per accontentare la maggior parte del pubblico. Il buono spunto iniziale é in parte sprecato, ma almeno si ride.

 
Il diavolo veste Prada PDF Stampa
Commedia
Scritto da Monica Cabras   
lunedì 15 gennaio 2007

Il diavolo veste Prada
USA: 2006. Regia di: David Frankel Genere: Commedia Durata: 116'
Interpreti: Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci, Adrian Grenier, Tracie Thoms
Recensione di: Monica Cabras

ildiavolovesteprada_us.jpg Divertente, frivolo, straordinario. Il film di David Frankel ha tutte le carte in regola per diventare un vero cult della commedia americana. A cominciare dagli interpreti tra i quali emerge una strabiliante Meryl Streep, che dimostrando ancora una volta la sua grandezza, si cimenta nell'elegantissimo ruolo del direttore di una rivista newyorchese, autentico dittatore e guru della moda. Ma andiamo per ordine... In una New York sempre più frenetica, Andy (AnneHathaway, "Pretty Princess", "I Segreti di Bokeback Mountain"), una giovane appena uscita dall'università sogna di far carriera come giornalista ma l'unica possibilità che le si presenta davanti è un lavoro come assistente in una rivista di moda: Runway. Andy è la tipica ragazza impegnata non frivola e non certo interessata al superficiale mondo della moda, e si vede! A capo della Runway, il magazine più esclusivo del mondo che decide cosa fa tendenza e cosa no, Miranda Priestly (Meryl Streep), la donna più potente del mondo della moda con un enorme senso dell'estetica e della perfezione, e soprattutto precisa e dura con i propri collaboratori, che al più piccolo errore perdono il lavoro. Il film è quasi una rivisitazione della favola di Cenerentola, dove la protagonista più che un principe azzurro trova una mai posseduta eleganza e una maggiore consapevolezza di se. Anne, infatti, è come un pesce fuor d'acqua nella redazione di RunWay: malvestita e sciatta non è proprio all'altezza delle sue colleghe e men che meno del suo capo, soprannominato la donna-drago. Ma Anne, oltre che di un curriculum di tutto rispetto, è dotata di una determinazione che in qualche modo attrae Miranda. La trasformazione di Anne da stracciona in una elegantissima cenerentola è merito del più stretto collaboratore e amico di Miranda, Nigel interpretato da un esilarante e divino Stanley Tucci a suo agio tra Chanel e Dior. Protagonista indiscussa del film, comunque, è la moda. Tra Meryl Streep e Anne Hathaway, infatti, pare di assistere ad una infinita sfilata, una lunga passerella nella quale apprezziamo cappelli, scarpe, borse, giacche e chi più ne ha più ne metta…e tutto rigorosamente uscito da qualche famosa casa di moda, Chanel, Donna Karam, Galliano, Prada e Valentino, che per la prima volta appare anche nei titoli di coda come attore, nel ruolo di se stesso. Ma il film è anche più profondo di come appare, esattamente come scopre Andy. Due sono i messaggi che il regista ha voluto mandare con "Il Diavolo veste Prada" tratto dall'omonimo best-sellers di Lauren Weisberger. La prima lezione che Andy impara è che l'industria della moda, che lei guarda con intellettuale presunzione, è meno superficiale di come s'immagini, dietro a quello che vediamo nelle vetrine o nelle copertine delle riviste, c'è il lavoro di migliaia di persone fatto duramente e con passione. L'altra cosa che il personaggio interpretato dalla Hathaway impara riguarda l'ambizione e la carriera, e quale prezzo si è disposti a pagare pur di raggiungere il successo: sacrificare valori e amici vale il raggiungimento di un obiettivo professionale? In conclusione, nonostante la storia possa sembrare banale è stata sapientemente confezionata per il Cinema dal regista che ha realizzato un opera piacevole da vedere, e per citare le parole di Miranda Priestly: "è tutto".

 

 
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