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La chiave di Sara |
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Drammatico1
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Scritto da Domenico Astuti
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venerdì 03 febbraio 2012 |
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La chiave di Sara
Titolo originale: Elle s'appelait Sarah
Francia: 2010. Regia di: Gilles Paquet-Brenner Genere: Drammatico Durata: 111'
Interpreti: Kristin Scott Thomas, Mélusine Mayance, Niels Arestrup,
Frédéric Pierrot, Arben Bajraktaraj, Gisèle Casadesus, Michel
Duchaussoy, Dominique Frot, Natasha Mashkevich, Aidan Quinn
Sito web ufficiale: www.sarahskey.com.au
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 13/01/2012
Voto: 6
Trailer
Recensione di: Domenico Astuti
L'aggettivo ideale: Classico
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Paquet-Brenner è un regista giovane, ha da poco superato i 35 anni, ma ha un’ idea di cinema che potrebbe collocarlo tra gli ultracentenari, di ‘stile‘ classico, passatista e senza un’idea di regia che non sfiori il già visto, l’ emotivo algido e convenzionale.
Ha già girato cinque film ma nessuno di questi è memorabile, anche se un paio in Francia hanno avuto un certo successo di pubblico.
Nel 2010 ha realizzato da un romanzo di buon successo della giornalista-scrittrice Tatiana de Rosnay questo film che si basa su un fatto veramente accaduto nella Francia del 1942 e sul quale l’autrice ha imbastito una trama di fantasia ambientata nel 2009.
Se ci dovessimo attenere alla
realizzazione e al plot politicamente corretto e ‘ borghese ‘ dovremmo usare termini come toccante storia romanzata, uno sfondo tragico per persone sensibili, realizzato con stile sobrio e incisivo.
E amenità varie.
Ma in realtà una domanda naturale si propone con evidenza: oggi come si può raccontare il disgusto e l’abiezione che deve produrre il fascismo e il razzismo ?
Forse non col politicamente corretto, forse evitando tutti gli stereotipi culturali che si aggirano intorno a questo cancro, forse pensando che è entrato in noi un po’ di quel male, di quella brutalità, di quel cinismo. E ci viene in mente l’imperfetto ma efficace ultimo film di Pasolini “ Salò o le 120 giornate di Sodoma “ del lontano 1975, anno della nascita di Gilles Paquet-Brenner. Ma lasciamo ad altro spazio un’eventuale analisi del problema “ Osceno “ come categoria politica ed estetica.
Siamo nel 2009, a Parigi, nel famoso quartiere Le Marais. Julia Jarmond ( una sempre brava e un po’ distante Kristin Scott Thomas ) è una giornalista americana quarantenne, sposata con un manager francese da vent’anni e con una figlia appena uscita dall’adolescenza. Oltre che scrivere per una piccola rivista colta francese è anche interessata e informata sulle tragedie che il periodo nazista in Francia ha creato tra i suoi cittadini.
Quando bisogna preparare in redazione un servizio sui tragici fatti del Vél' d'Hiv è su di lei che cade naturalmente l’incarico.
Nel luglio del 1942, la gendarmeria francese rastrellò su ordine tedesco circa 13.000 ebrei che vennero trascinati nel velodromo, tenuti prigioni senza nè acqua e nè cibo per alcuni giorni e poi deportati nel campo di concentramento.
Julia inizia a ricostruire i fatti ( il film è su due tempi narrativi ) ma allo stesso tempo è impegnata a ristrutturare la casa ricevuta dai suoceri e a tenere in piedi un matrimonio che oltre le formalità e la correttezza è ormai finito.
Lavorando alla ricostruzione di quei tragici fatti, conosce la storia di una bambina di dieci anni Sara e della sua famiglia, deportati in Germania; la bambina, quando era giunta la polizia a casa, aveva nascosto suo fratellino Michel nell’armadio e li lo aveva lasciato. Per Julia conoscere questa drammatica storia diventa ben presto non solo materiale per un articolo, ma diventa un fatto quasi personale nel momento in cui scopre che l’appartamento che sta ristrutturando era la casa di Sara e dei suoi genitori e che il suocero era andato ad abitarci grazie al rastrellamento.
Questa e altre scoperte, fatte con un viaggio negli Usa e uno a Firenze, condizionano le scelte di vita di Julia fino ad avere un bambino contro il parere del marito. E questo è il prezzo che decide di pagare per avere una nuova vita, quasi come se attraverso il tempo quella Sara fosse voluta rinascere grazie a lei e a sua volta avesse fatto rinascere in Juia sopita e stanca una nuova voglia di vivere.
La trama si muove naturalmente su due binari paralleli ben integrati e coerenti, ed anche la scelta registica di fare “ due “ livelli differenti, quello contemporaneo con interni freddi, rapporti rarefatti e con una fotografia algida e asciutta, e quello del dramma nazista con colori seppiati, interni caldi e modesti e rapporti affettivi intensi fino allo spasimo resta coerente con la visione d’insieme.
Come la giovanissima Sara ( una coinvolgente Mélusine Mayance ) e sua madre ( un’intensa Natasha Mashkevich )
hanno un rapporto intenso e fisico, così la giovane Zoe ( Karina Hin ) e sua madre Julia hanno un rapporto affettuoso ma distante. Una pecca che possiamo trovare nella cifra registica è che non si discosta molto dal romanzo-romanzato e nell’insieme la ricerca di lei fa perdere sia la drammaticità dell’olocausto, sia i rapporti personali tra Julia e suo marito relegati a tre scene soltanto e troppo abbozzate ( come il tradimento di lui focalizzato da uno sguardo di una collega ).
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40 carati |
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Thriller
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Scritto da Daria Castefrachi
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venerdì 03 febbraio 2012 |
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40 carati
Titolo originale: Man on a Ledge
USA: 2012. Regia di: Asger Leth Genere: Thriller Durata: 102'
Interpreti: Sam Worthington, Elizabeth Banks, Mandy Gonzalez, Bill
Sadler, Barbara Marineau, J. Smith-Cameron, Anthony Mackie, Patrick
Collins, Jamie Bell, Genesis Rodriguez, Edward Burns, Kyra Sedgwick, Ed
Harris, Geoffrey Cantor, Titus Welliver, Jonah Falcon, Pooja Kumar,
Afton Williamson
Sito web ufficiale: www.manonaledge.com
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 10/02/2012
Voto: 8
Trailer
Recensione di: Daria Castefrachi
L'aggettivo ideale: Vertiginoso
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Un diamante di immenso valore, un magnate senza scrupoli, un poliziotto condannato ingiustamente, una negoziatrice donna non proprio gradita nell’universo maschile in cui lavora e una location d’eccezione: il 21° piano del Roosvelt Hotel di New York.
Gli ingredienti per fare di 40 carati un film ad alta tensione ci sono tutti.
Suspense allo stato puro all’inizio e alla fine, sebbene nella parte centrale il ritmo si affievolisca leggermente.
La sceneggiatura di Pablo Fenjves regala qualcosa di diverso dai soliti thriller: seguiamo la turbolenta vicenda di un tale che sale su un cornicione per dimostrare la propria innocenza e riabilitare il nome suo e della sua famiglia. Si butterà o non si butterà?
E’ colpevole o innocente? Sono tante le domande che lo spettatore si pone e ciò mantiene vivo l’interesse nei confronti della storia. Ottimi i dialoghi che alternano lo scambio di battute tra l’aspirante suicida Sam Worthington ed Elizabeth Banks, che sceglie di credere alla sua versione dei fatti, e Jamie Bell e la fidanzata Genesis Rodriguez, impegnati in un colpo ad alto rischio all’interno di un caveau praticamente inespugnabile.
Per l’ex ballerino provetto, un ruolo ancora diverso dopo The Eagle e Le avventure di TinTin ed il giovane attore inglese, mostrando una sana autoironia, delizia il pubblico con una piroetta perfettamente eseguita: segno che Billy Elliot è ancora vivo in lui. Versatile si dimostra anche Elizabeth Banks che nell’ultimo anno abbiamo visto in Zack & Miri: amore a primo sesso e The next three days, in cui veniva accusata di omicidio.
Ed Harris, invecchiato e smagrito, dà il volto ad un perfido uomo d’affari che ha cercato di incastrare Nick e la sua famiglia pur di non dichiarare bancarotta.
Sam Worthington infine, è Nick Cassidy, criminale evaso che escogita un piano per svelare al mondo la propria innocenza. Un’interpretazione che dovrebbe valergli qualche riconoscimento: l’attore soffre infatti di acrofobia ma non si è tirato indietro ed è salito realmente sul cornicione dell’albergo, a 70 metri da terra.
La maggior parte delle sequenze sono state successivamente girate in studio, a solo 1 metro dal suolo, ma Worthington ha dato prova di coraggio e validità: il risultato è che il suo terrore appare tangibile.
Opera prima di Asger Leth, affermato documentarista, 40 carati, titolo originale A man on the ledge – frase che i poliziotti usano quando è in corso un tentativo di suicidio - è un film ad alto tasso adrenalinico che unisce il tema della rapina, di sicura presa sul pubblico, a quello del riscatto e della rivendicazione della propria innocenza. Lorenzo di Bonaventura, produttore del film, ha visto da subito qualcosa di buono nella sceneggiatura e fino alla fine ha cercato di accaparrarsela. Risultato?
Due ore da passare con un plot brillante: perfetto esempio di cinema d’intrattenimento che lascia da parte gli effetti speciali più esagerati per concentrarsi su un piano organizzato da un anno ed un gruppo di personaggi che suscitano immediata empatia e simpatia. Dal 10 Febbraio al cinema.
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Hesher è stato qui |
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Drammatico1
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Scritto da Marco Aresu
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giovedì 02 febbraio 2012 |
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Hesher è stato qui
Titolo originale: Hesher
USA: 2010. Regia di: Spencer Susser Genere: Drammatico Durata: 100'
Interpreti: Joseph Gordon-Levitt, Devin Brochu, Rainn Wilson, Natalie Portman, Piper Laurie, John Carroll Lynch, Brendan Hill, Paul Bates, Frank Collison, Biff Yeager, Nicolai Dorian, Helen Slayton-Hughes, Allan Graf, Van Epperson, Ralph P. Martin, Mary Elizabeth Barrett, Milt Kogan, Brian Lally, Rafael J. Noble, Cole Hockenbury, Audrey Wasilewski, Monica Staggs, Lyle Kanouse
Sito web ufficiale: www.hesherthemovie.com
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 03/02/2012
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Marco Aresu
L'aggettivo ideale: Anarchico
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Il piccolo T.J. (Devin Brochu) è sconvolto dalla tragica morte della madre in un incidente d’auto.
Suo padre (Rainn Wilson) si imbotte di farmaci e sembra incapace di reagire, mentre sua nonna (Piper Laurie) nonostante le buone intenzioni sente il peso dell’età che avanza.
Tra i membri della famiglia si è eretto un muro di silenzi ed incomprensioni.
Un muro che verrà letteralmente frantumato dal folle Hesher (Joseph Gordon-Levitt), una sorta di anarchico che entra di prepotenza nella vita (e nella casa) della famiglia Forney.
Un angelo custode versione “heavy metal” che aiuterà T.J. ad affrontare i suoi problemi in maniera non convenzionale.
Chi diavolo è questo Hesher? Quanti anni ha? Da dove viene?
Queste sono solo alcune delle tante domande che l’opera prima del regista Spencer Susser lascia in sospeso. Si, perché l’unica cosa importante è che “Hesher è stato qui”.
Nella vita di tutti i giorni, sarebbe preoccupante tornare a casa e trovare sdraiato sul divano un capellone dal corpo tatuato che beve birra e guarda film pornografici, ma a casa Forney il dolore è talmente insopportabile che la follia diventa normalità.
La figura di Hesher stride così tanto con l’universo che lo circonda, che all’inizio del film sembra una proiezione mentale del piccolo T.J. (e con lui fa un po’ il fratello maggiore rompiscatole).
Ma questo personaggio interagisce con tutta la famiglia, ne raccoglie i cocci e li risistema tra un rutto, una parolaccia e un incendio doloso.
Una presenza ingombrante questo Hesher, sempre al centro della scena, sempre alle prese con qualcosa di esagerato: non ci si crede che sotto quella chioma ci sia il Tom di “(500) giorni insieme”. Joseph Gordon-Levitt ci prende gusto ad interpretare questa mina vagante, e lo fa in modo così sfrontato da essere divertente, e stemperare un po’ la tematica del lutto familiare. Certo, dopo un tale casino rimane poco spazio per la sofferenza del piccolo Devin Brochu e la sua ostinata ricerca dell’auto in cui è morta la madre. Un piccolo spazio anche per la bella Natalie Portman (co-produttrice del film), qui nei panni di un’occhialuta e infelice cassiera.
Hesher è stato qui, e la cosa ci sta bene. Forse prima di andarsene poteva risparmiarsi di “fare la morale”: una conclusione un po’ furbetta che punta a risistemare le cose con le doti oratorie del nostro eroe. Molti nella locandina del film avranno riconosciuto il logo simile a quello dei Metallica: questo film indipendente a basso budget, vanta nella colonna sonora alcuni tra i più famosi brani di questa storica band.
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40 carati |
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Thriller
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Scritto da Francesca Caruso
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giovedì 02 febbraio 2012 |
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40 carati
Titolo originale: Man on a Ledge
USA: 2012. Regia di: Asger Leth Genere: Thriller Durata: 102'
Interpreti: Sam Worthington, Elizabeth Banks, Mandy Gonzalez, Bill Sadler, Barbara Marineau, J. Smith-Cameron, Anthony Mackie, Patrick Collins, Jamie Bell, Genesis Rodriguez, Edward Burns, Kyra Sedgwick, Ed Harris, Geoffrey Cantor, Titus Welliver, Jonah Falcon, Pooja Kumar, Afton Williamson
Sito web ufficiale: www.manonaledge.com
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 10/02/2012
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Francesca Caruso
L'aggettivo ideale: Dinamico
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Con numerosi documentari alle spalle, il regista Asger Leth è stato scelto per dirigere “40 Carati”. Ciò che la produzione ha voluto ottenere è quel senso di vita reale che Asger sa infondere nei suoi progetti.
Nick Cassidy è un ex poliziotto, finito in prigione per un reato che lui afferma non aver commesso. Verrà a trovarsi sul cornicione del 21esimo piano di un hotel, pronto a tutto pur di far sentire la sua voce.
Nick fa una richiesta ben precisa: vuole che a parlare con lui ci sia la negoziatrice Lydia Mercer.
Col passare dei minuti Lydia comprende che le intenzioni di Nick non sono quelle che sembrano.
Quella raccontata da Leth è la storia di un uomo che escogita un modo molto particolare per dimostrare la sua innocenza e riscattare il suo nome.
Man mano che i pezzi che compongono l’intera storia vanno al loro posto, lo spettatore viene attirato sempre di più in questa ragnatela, che come la folla, radunatasi davanti all’hotel, attende trepidante ogni minimo sviluppo.
La direzione del racconto cambia e con esso il profilo di alcuni personaggi.
È un film sul riscatto di un uomo ed è un film d’azione, nonostante buona parte avvenga sul cornicione di un grattacielo. Sam Worthington riesce a conferire l’ansia, lo stare sulle spine e una certa dose di paura che pervade Nick Cassidy, ma anche determinazione e sicurezza nei suoi mezzi.
Asger Leth riesce a dare attenzione a quei dettagli, sia delle inquadrature che del racconto, risolutivi per l’esito finale, realizzando un film ben congegnato. Il cast non è da meno: tutti gli attori contribuiscono egregiamente a creare l’atmosfera del film.
A Jamie Bell (Joey Cassidy) e Genesis Rodriguez (la ragazza di Joey) è stata affidata la parte più scanzonata, con le loro battute, per stemperarne i toni nei momenti di maggior tensione. Jamie Bell conferisce intensità al suo personaggio, stabilendo un’alchimia non scontata col partner di turno, come precedentemente in “The Eagle” con Channing Tatum, qui con Sam Worthington.
Entrambi dimostrano un legame fraterno credibile, che rende partecipi delle loro emozioni.
Per quanto riguarda l’ambientazione, le riprese sono state effettuate in parte su un cornicione reale a 78 metri di altezza.
L’intento della produzione è stato quello di portare lo spettatore a percepire l’autenticità delle scene.
Per poter finire le riprese sono stati costruiti tre diversi set che rappresentavano lo stesso cornicione, in più si è deciso di mettere il protagonista ad un’altezza che non fosse troppo elevata, così da farlo interagire con la folla sottostante, dando modo al regista di raccontare anche storie accennate di persone comuni, che si stringono intorno a Nick.
Per Worthington è stata la prima volta e nonostante la paura dell’altezza è riuscito a esprimere pienamente le sensazioni di Nick, o forse proprio per questo è riuscito a catturare l’essenza del suo personaggio.
“40 Carati” è un film dinamico, in cui l’azione si mescola al racconto personale dell’uomo sul cornicione del titolo originale, che paventa fin da subito un ventaglio di possibilità, che portano tutte all’intrattenimento.
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The Woman in Black |
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Horror
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Scritto da Nicola Picchi
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martedì 31 gennaio 2012 |
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The Woman in Black
Titolo originale: The Woman in Black
Regno Unito, Canada, Svezia: 2011. Regia di: James Watkins Genere: Horror Durata: 95'
Interpreti: Daniel Radcliffe, Ciarán Hinds, Janet McTeer, Shaun Dooley, Roger Allam, Sophie Stuckey, Alisa Khazanova, Liz White, David Burke, Aoife Doherty
Sito web ufficiale: www.womaninblack.com
Sito web italiano: www.thewomaninblack.it
Nelle sale dal: 02/03/2012
Voto: 6,5
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Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Vittoriano
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L’avvocato Arthur Kipps, rimasto vedovo dopo che la moglie è morta di parto dando alla luce il piccolo Joseph, viene inviato nel villaggio di Crythin Gifford per sbrigare alcuni affari legali.
Il suo compito è quello di occuparsi del lascito testamentario di Mrs. Drablow, defunta proprietaria di Eel Marsh House, una villa che sorge in mezzo alle paludi.
Una volta giunto sul posto, Kipps scoprirà che gli abitanti del villaggio nascondono oscuri segreti, legati alle sinistre apparizioni di una donna vestita di nero.
Seconda prova di James Watkins dopo il pregevole “Eden Lake”, “The Woman in Black” è il primo adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Susan Hill, che già ebbe l’onore di una trasposizione televisiva, di due versioni radiofoniche realizzate dalla BBC, e persino di una riduzione teatrale, che va in scena da oltre vent’anni sui palcoscenici londinesi.
E’ anche la prima produzione che possa vantare un discreto budget della Hammer Film, risorta a nuova vita dopo i fasti degli anni’60, che finora si era barcamenata con opere di altalenante riuscita, tra cui si segnala l’ottimo “Wake Wood” di David Keating.
L’incontro tra la nuova Hammer e “The Woman in Black”, era però in qualche modo già scritto, considerando che l’autore dell’adattamento televisivo del 1989 fu quel Nigel Kneale che fece la fortuna della vecchia Hammer con la serie di Quatermass
Il libro è una ghost-story tradizionale, un consapevole omaggio al genere con qualche citazione dalle opere di M.R.James, rettore del King’s College e maestro della letteratura fantastica, e dal più illustre Henry James, e anche la versione cinematografica non si discosta da questa impostazione.
Del resto, sul versante cinematografico strettamente “hammeriano”, il gotico vittoriano era il prediletto campo da gioco dei classici di Terence Fisher, dei suoi Dracula, dei suoi Frankenstein e dei suoi Sherlock Holmes.
Non sorprende dunque che il viaggio del sofferente Arthur Kipps rammenti quello di Jonathan Harker verso il castello di Dracula, né che gli abitanti di Crythin Gifford non vedano l’ora di sbarazzarsi di lui, proprio come accadeva ad Harker a Borgo Pass.
La luttuosa e fatiscente Eel Marsh House, completamente isolata tra le paludi al levarsi dell’alta marea, non ha nulla da invidiare ad altre celebri case infestate, quali la Hill House di Shirley Jackson o la Casa Belasco di Richard Matheson.
Al suo interno vagolano fantasmatiche apparizioni di dame in gramaglie, pallidi infanti che paiono usciti da “Cuori strappati” (sempre M.R.James), polverose orchestrine di automi che scrutano l’intruso con occhi vitrei. Sulla casa e su Crythin Gifford aleggia una maledizione, legata alle fugaci manifestazioni della donna in nero.
Repentina come la Mrs. Jessel di “Giro di Vite”, a ogni apparizione la misteriosa figura carpisce la vita di un bambino, e toccherà al povero Kipps sbrogliare il bandolo della matassa.
Approcciarsi a un genere così codificato costringe James Watkins a una regia di repertorio, con qualche citazione dal J-Horror per modernizzare un po’ le cose.
Con un intreccio che aspira allo statuto di classico (ma scritto nel 1982) e una sceneggiatura convenzionale, è arduo costruire una suspense degna di questo nome, e così il regista ripropone le apparizioni liminari tanto care all’horror nipponico, in cui il “revenant” s’intravede fugacemente riflesso in uno specchio, o ai margini estremi dell’inquadratura.
La scenografa Kave Quinn si richiama agli ambienti sovraccarichi immaginati da Bernard Robinson, storico scenografo della Hammer, ai Bray Studios o nella famosa villa di Oakley Court.
Gli interni di Eel Marsh House sono l’incarnazione esemplare dell’horror vacui dei vittoriani: bibelot impolverati, ritratti funerei e mobilia da brocanteur, essenziali, con l’ausilio della fotografia di Tim Maurice-Jones, nel costruire un’atmosfera lugubre.
Anche la palette cromatica, fatta di nero, viola, cremisi e verde marcio, avrebbe fatto piangere a Poe lacrime di commozione.
Purtroppo, in tanta reverenziale adesione ai codici del genere, si tralascia quello che rende una ghost story immortale.
Quello che faceva la grandezza di capolavori quali “Suspense” (1961) di Jack Clayton o “Gli Invasati” (1963) di Robert Wise, ovvero l’ambiguità dell’assunto, è infatti del tutto latitante, a detrimento dell’incisività dell’opera.
Rispetto al romanzo, la sceneggiatrice Jane Goldman decide di rendere Kipps vedovo prima del tempo, per motivarne maggiormente le azioni. Egli non si risolve ad abbandonare Crythin Gifford perché è in apprensione per le sorti del figlio, ma anche perché, in linea con le ossessioni spiritualistiche vittoriane, confida di trovare prove certe dell’esistenza della vita oltre la morte, nella speranza di ricongiungersi un giorno alla moglie scomparsa.
Al contempo si eleva il body count delle vittime, ma stavolta per tener desta l’attenzione dello spettatore, abituato a ritmi cinematografici ben più convulsi di quelli della ghost story.
Daniel Radcliffe sarà ormai troppo stagionato per Harry Potter, ma non lo è abbastanza per essere credibile nel ruolo del padre in ambasce. Per fortuna è supportato da un manipolo di ottimi caratteristi, tra cui svetta l’irlandese Ciaran Hinds (La Talpa, The Debt), nel ruolo dello scettico Mr. Daily.
Un buon risultato che piacerà agli estimatori del genere, con l’avvertenza che da un pastiche letterario non può che nascerne uno cinematografico.
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