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Gigantic |
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Commedia
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Scritto da Denis Zordan
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venerdì 12 marzo 2010 |
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Gigantic
Titolo originale: Gigantic
USA: 2008 Regia di: Matt Aselton Genere: Commedia Durata:
98'
Interpreti: Paul Dano, Zooey Deschanel, John Goodman, Edward Asner, Jane Alexander, Robert Stanton, Ian Roberts, Ilana Levine, Matt Walton, Brian Avers, Louis Ozawa Changchien, Mary Page Keller, Frank Harts, Zachary Knower, Kenji
Sito web: www.thegiganticmovie.com
Nelle sale dal: Inedito in dvd
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Denis Zordan
L'aggettivo ideale: Equilibrato
Brian Weathersby è un 28enne single che di professione fa il venditore di letti, ma fin dall’infanzia ha il sogno di adottare un bambino cinese: la sua vita un po’ grigia e monocorde cambia il giorno in cui fa la conoscenza di Harriet Lolly, detta Happy, una ragazza che non riesce a trovare il proprio posto nel mondo. Il ricco padre di lei e la bizzarra famiglia di Brian fanno da cornice ad una storia d’amore diversa dal solito. O forse no.
Prima di tutto, crediamo che ci sia da fare una bella riflessione sulla distribuzione in Italia. Gigantic è stato presentato fuori concorso al Torino Film Festival del 2008 e ha fatto la sua bella figura in altre manifestazioni europee; la Bim lo tiene in listino da allora, ma non si decide a lanciarlo in sala: di questo passo, il rischio è che faccia la fine di altri prodotti marginali (ma interessanti) che non trovano più un pubblico di riferimento in un paese in cui la cultura del cinema d’essai è moribonda. Non per dare la croce addosso alla società di distribuzione di Valerio De Paolis, che per il cinema di qualità ha fatto molto, ma non vorremmo che si ripetesse il caso di The Saddest Music in the World di Guy Maddin, che un paio di stagioni or sono Fandango immise sul mercato dopo cinque (!) anni dalla prima mondiale, in un’unica copia e a luglio inoltrato. L’alternativa, la distribuzione in home video, sarebbe a quel punto preferibile.
Anche se avvilente, specie considerando le tonnellate di film inutili che arrivano ogni mese in sala (e quasi nessuno vede, data la politica di rigida selezione operata dai multiplex).
Detto questo, Gigantic annovera due attori protagonisti giovani ed emergenti quali Paul Dano (Il Petroliere) e Zooey Deschanel (500 Giorni Insieme, E Venne il Giorno) in una commedia che più indie di così sarebbe difficile.
L’esordiente Matt Aselton ha evidentemente gli stessi riferimenti ideali di cineasti come Noah Baumbach se il suo film, che pare a tratti solo una tenera storia d’amore tra due ragazzi schivi e un po’ introversi, allarga lo sguardo sulle rispettive famiglie, mostrandone gli elementi più dissonanti con lo scopo di tessere l’elogio della diversità e della libertà di comportamenti.
Quando nel finale Happy e la madre di Brian si ritrovano a parlare sul terrazzino durante la festa di benvenuto per la piccola Mei, la ragazza riesce a trovare comprensione nell’anziana donna per tutti i timori che la bloccano all’ingresso dell’età adulta.
Un segnale di accettazione che suggella una morale di speranza e pazienza forse semplice, ma partecipata, distante dal cinismo e dalla rassegnazione nei confronti dei drammi generati dai legami familiari.
Il che non significa che Gigantic sia da ritenersi familista: tanto che il fratello scapolone di Brian è guardato con simpatia, persino quando si erge a protagonista della scena più comica del film, la masturbazione collettiva del martedì sera (…).
Naturalmente non è che sia un lavoro già maturo o privo di difetti, questo di Aselton; ma giudicare con severità eccessiva i limiti della sceneggiatura (per dirne uno, il personaggio metaforico che aggredisce ripetutamente Brian si poteva pacificamente sopprimere senza cambiare il senso del film) vorrebbe dire non dare valore agli sforzi di raccontare con lucidità la crisi dell’istituzione famiglia e una possibile, incipiente, nuova declinazione di essa.
Gigantic è in fondo nient’altro che un piccolo film che riesce a mantenersi in equilibrio senza scadere nel drammone familiare o nella carineria fine a se stessa, e a restituirci un John Goodman ironico e misurato (lui, il corpacciuto per eccellenza di certo cinema americano) come raramente si è visto. Non è così poco.
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Five Senses of Eros |
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Commedia
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Scritto da Anna Maria Pelella
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giovedì 11 marzo 2010 |
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Five Senses of Eros
Titolo originale: Ogamdo
Corea del Sud: 2009 Regia di: Byun Hyuk, Hur Jin-ho, Min Kyu-Dong, Oh Ki-hwan, Yu Yong-sik Genere: Commedia Durata: 130'
Interpreti: Bae Chong-ok, Cha Su-yeon, Eom Jeong-hwa, Hwang Jung Mi, Jang Hyuk, Kim Dong-wuk, Kim Hyo-jin, John D. Kim, Kim Kang-woo, Kim Min-seon, Kim Nan-hwi, Kim Su-ro, Lee Hwi-Hyang, Lee Seong-min, Park Jin-taek, Shin Se-Kyeong, Song Jung-ki
Sito web:
Nelle sale dal: Inedito in dvd
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Anna Maria Pelella
L'aggettivo ideale: Sensuale
Cinque storie di registi diversi e tutti accomunati da un grande talento il cui centro è il concetto di eros.
L'eros è solitamente al centro di molte storie, ma in questo caso si può dire che diviene il centro dell'universo dei personaggi. Un modo di filtrare le loro esperienze e di svelare a mano a mano il mistero dell'altro.
Eros inteso in modi piuttosto originali, come in "33rd Man" di Yu Yeong-sik, in cui una bellissima attrice svela i segreti del suo successo a una giovane esordiente.
Tramite questa acquisita conoscenza la ragazza potrà conquistare le scene e il cuore del regista Bong. Ma questo sarà soltanto il primo passo di un'ascesa inarrestabile. La due donne hanno una visione interessante del concetto di seduzione e spesso questo creerà intorno a loro l'aura che distingue le dive dalle persone comuni.
Eros come permanenza attraverso gli oggetti, come in "Me, I'm here"di Hur Jin-ho, già regista dell'acclamato Happiness (Hængbok 2007) e di April Snow (Oechul 2005), che qui ci racconta nel suo stile poetico la storia di un vuoto emotivo colmato dal ricordo. Un vuoto la cui esistenza viene dapprima insinuata, poi lentamente preannunciata e infine vissuta con l'ausilio di immagini e oggetti attraverso i quali richiamare alla mente il passato. Poi ancora eros come scoperta in "His Concern" di Byun Hyuk, regista di quel piccolo gioiello di The Scarlet Letter (Juhong geulshi 2004), che immagina una relazione incominciata col semplice incrociarsi di sguardi su un treno. E qui il racconto diviene semplice scoperta e nel contempo schermo di proiezioni dell'immagine di sé che ciascuno desidera dare in fase di corteggiamento, ma che viene presto vanificata dalla realtà stessa dell'incontro.
E poi eros inteso in maniera decisamente atipica, come in "The End is my Beginning", di Min Kyu-Dong , regista del notevole Antique (Sayangkoldong yangkwajajeom aentikeu 2008) dove una donna annientata dalla morte del marito viene lentamente riportata alla vita dall'amante di lui.Le due donne hanno in comune un amore, ma l'amante vive con colpa la sua posizione dal momento che era presente alla morte di lui. Soltanto tramite l'incontro tra le loro storie e la lenta imposizione da parte dell'amante nella vita della moglie, sarà possibile alla fine un pietoso oblio, attraverso il quale lasciar scivolare il ricordo e il passato, nella speranza di un futuro meno doloroso.
Infine eros come gioco, nel tentativo di risvegliare in alcune giovani coppie il senso dei loro rapporti attraverso lo scambio dei compagni, in "Believe in the Moment" di Oh Ki-hwan, regista della riuscita commedia Art of Seduction (Jakeob-ui jeongseok 2005) e di Someone behind you (Du saram-yida 2007) Con lo stile di una giocosa commedia si racconta di scambi e esperienze di scoperta dell'altro in un campus universitario. Il tutto avrà la durata di ventiquattr'ore, scadute le quali le coppie ritorneranno allo stato precedente. Frizzante e gradevole il racconto insinua una leggerezza e una sottile tensione alla scoperta di cui tutte le relazioni dovrebbero esser provviste.
Il filo conduttore delle storie è lanciato attraverso i singoli racconti e intessuto nella trama complessiva, la quale si srotola fluida davanti all'occhio intrigato dello spettatore.
Gli stili di regia sono differenti, certo ma tutti ugualmente provvisti di uno sguardo fresco e attento al senso globale del concetto di eros, alla base del quale si celano i segreti dell'incontro e della permanenza di ciascuno all'interno della vita dell'altro. Il senso comune a tutte le storie è che nulla può essere lasciato cadere, nella più classica delle tradizioni della narrazione ogni filo verrà ripreso e inserito nella trama, il cui senso sarà visibile soltanto a lavoro ultimato.
Come spesso accade con la vita delle persone e coi loro apparentemente casuali incontri.
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A Blood Pledge |
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Horror
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Scritto da Nicola Picchi
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giovedì 11 marzo 2010 |
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A Blood Pledge
Titolo originale: Yeogo goedam 5: Dongban Djasal
Corea: 2009 Regia di: Lee Jong-yong Genere: Horror Durata: 88'
Interpreti: Oh Yeon-seo, Jang Gyeong-ah, Son Eun-seo, Song Min-jeong, Yu Shin-ae, Choi Min-seong
Sito web:
Nelle sale dal: Inedito in dvd
Voto: 5,5
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Dignitoso
Quattro ragazze, studentesse in una scuola cattolica, fanno un patto di sangue pianificando un suicidio collettivo, ma nella notte designata solamente una, Eon-ju, salterà dal tetto dell’edificio.
Il suo corpo verrà scoperto dalla sorella Jeong-eon, mentre nei giorni successivi le superstiti del gruppo inizieranno ad avvertire la presenza della ragazza morta.
Fino ad oggi la fortunata serie dei “Whispering Corridors” annoverava il riuscito capostipite, appunto “Whispering Corridors”(1998), “Memento Mori” (1999), lirica storia di omosessualità femminile, il mediocre “Wishing Stairs” (2003) e l’elegante e calligrafico “Voice” (2005).
Quattro anni dopo “Voice”, la serie prosegue con “A Blood Pledge”, tentativo di rianimazione in extremis che, a conti fatti, risulta il più convenzionale dei cinque. L’elemento comune ai “Whispering Corridors” è l’usare l’horror come un grimaldello per affrontare temi di rilevanza sociale, quali il conformismo, l’autoritarismo e la soffocante struttura del sistema scolastico coreano, costruito per sopprimere l’individualità e per incoraggiare una competizione dissennata. L’ambientazione è invariabilmente in una scuola femminile (le scuole divise per generi sono un retaggio del periodo dell’occupazione giapponese), luogo ideale per occuparsi di fenomeni universali come l’emarginazione del diverso, il bullismo o l’omosessualità femminile, che però in quel contesto, raffigurato sempre in maniera opprimente, assumono una valenza ancor più esasperata.
L’horror diventa allora un efficace escamotage narrativo per impaginare pamphlet di blanda critica sociale in un contesto, quello della ghost story, che sia riconoscibile e rassicurante per lo spettatore. Non casualmente, i “Whispering Corridors” non inquietano né fanno paura, pur usando come canovaccio la sintassi e i sussulti del genere di riferimento, al più immalinconiscono o fanno riflettere.
Fin dall’inizio la serie è stata pensata come una palestra per registi ed attrici esordienti, e “A Blood Pledge” non fa eccezione alla regola facendo esordire alla regia Lee Jong-yong, il quale aveva già lavorato con Park Chan-wook come sceneggiatore in “Sympathy for Mr. Vengeance”.
La sceneggiatura, dello stesso regista, si basa sostanzialmente sulla progressiva rivelazione di elementi tenuti nascosti nella fase iniziale. Se l’omissione deliberata è espediente alquanto meccanico e prevedibile, svolge egregiamente il suo lavoro: “A Blood Pledge”, con il suo inestricabile viluppo di amori, amicizie, odii e tradimenti, s’inserisce a pieno titolo nella serie dei “Whispering Corridors”, rispettandone perfettamente le tematiche.
E’ però l’anello debole del quintetto, colpa da addebitare ad una regia di mestiere ma alquanto impersonale, che risulta derivativa anche nei momenti prettamente horror.
Unico punto d’interesse, la scelta di Lee di scompaginare il flusso temporale senza offrire allo spettatore alcun chiarimento narrativo o visivo: i numerosi flashback s’inseriscono fluidamente nel racconto, condividendone costumi, luci ed ambientazioni, così da creare un costante senso d’incertezza.
La seconda annotazione da fare è invece di tipo iconografico. Lee sembra infatti coltivare una certa vocazione retrò, richiamandosi alla tradizione del gotico. Contrariamente a quanto fatto dai suoi predecessori, il regista mette in campo tutti i paraphernalia della religione cattolica riciclati in chiave orrorifica.
Tutto inizia e finisce nella cappella della scuola, dipinta in stile Hammer, creando una bizzarra sensazione di spaesamento culturale, un po’ come se Terence Fisher si fosse concesso una vacanza in terra di Corea.
Un manipolo di agguerritissime attrici (nota di merito per Oh Yeon-seo) gestisce con competenza questo inestricabile groviglio di odii e gelosie, mentre sono del tutto escluse le figure genitoriali (famiglia e insegnanti), a delineare un universo esclusivamente adolescenziale.
Pur se privo della densità tematica degli altri film della serie, “A Blood Pledge” è un prodotto dignitoso, tenendo conto che si tratta di un horror estivo orientato ad un pubblico di adolescenti.
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Happiness |
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Drammatico
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Scritto da Anna Maria Pelella
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giovedì 11 marzo 2010 |
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Happiness
Titolo originale: Hængbok
Corea del Sud: 2007 Regia di: Hur Jin-ho Genere: Drammatico Durata: 124'
Interpreti: Hwang Jeong-min, Im Soo-jeong, Kim Gi-cheon, Yoo Seung-mok, Lee Jae-hoon, Kim Jin-goo
Sito web:
Nelle sale dal: Inedito in dvd
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Anna Maria Pelella
L'aggettivo ideale: Disperato
Young-su lavora in un night club. Quando gli viene diagnosticata una grave forma di cirrosi decide di rititrarsi in un centro salute fuori città. Là incontra Eun-hee di cui si innamora. I due decidono di lasciare il centro per andare a vivere insieme. Ma le vecchie abitudini intralceranno presto tutti i loro buoni propositi.
La felicità, o il tentativo di raggiungerla sono spesso al centro delle romantiche storie di Hur Jin-ho.
Regista dotato di un occhio decisamente orientato al melodramma, Hur Jin-ho costruisce storie il cui centro è sempre una felicità, perduta e di rado ritrovata, nel qual caso sarà solo per breve tempo.
I suoi protagonisti, come in questo struggente Happiness, non hanno mai la forza di volontà, né il reale spessore morale di opporsi al destino di distruzione che spesso scrivono con le proprie mani.
Young-su ha un carattere debole e il suo tentativo di risollevarsi passa attraverso la dipendenza emotiva dalla sua storia d'amore con Eun-hee, la quala a sua volta è una persona ferita dalla vita e tristemente rassegnata all'imminenza della morte.
I due hanno una fugace possibilità di migliorare le loro condizioni di salute, costruita sul precario equilibrio di una ritrovata serenità emotiva. Ma la debolezza e la scarsa volontà di cambiare di Young-su faranno da detonatore alla tragedia, che spesso accompagna i destini dei personaggi di Hur Jin-ho.
Girato con mano determinata a sottolineare l'imminenza della tragedia e con una fotografia che accentua il contrasto tra la solare vita di campagna e le insidie della città notturna, Happiness è uno dei più bei drammi degli ultimi anni.
La caratterizzazione accurata dei personaggi, che ci vengono mostrati nella realtà delle loro debolezze, è il punto forte della rappresentazione la quale, scevra da ogni compromesso, lascia cadere qua e là pesanti insinuazioni sulle responsabilità di ciascuno circa il proprio stato fisico e mentale.
Young-su è l'archetipo della debolezza di fronte al proprio desiderio di autodistruzione.
E l'immagine di Eun-hee, pallida e rassegnata, viene esaltata dal solo contrasto con questa figura tragica di cui lei, centrata sugli altri prima ancora che su se stessa, non può fare a meno di prendersi cura. Ma sarà la sua disponibilità all'aiuto infine a decretare l'assoluta impossibilità di cambiamento del suo compagno.
Perfetto e impietoso nella rappresentazione Happiness è il punto più toccante dell'intera filmografia di un regista che non si è mai sottratto all'idea di una rappresentazione poetica, certo ma assolutamente realistica.
Una rappresentazione che in nessun caso addolcisce le reali potenzialità autodistruttive di chi, deluso dalla vita o semplicemente sprovvisto della forza necessaria a superarne le difficoltà, sceglie semplicemente di soccombere ad essa.
Hur Jin-ho accompagna per mano i suoi protagonisti fino a toccare da vicino il nucleo della loro reale paura di vivere e con modalità rarefatte e poetiche illustra semplicemente il mancato riconoscimento del potenziale di superamente degli ostacoli, che si intravede di tanto in tanto dietro il dolore dei suoi sfortunati amanti.
E tutto questo senza che neanche per un attimo lo spettatore si possa illudere che la felicità casualmente incontrata dai due, al capolinea di una vita non vissuta affatto o vissuta troppo e male, possa essere il loro destino ultimo. Un destino cui tendono tanto disperatamente quanto inutilmente, inseguendo qualcosa di cui hanno volontariamente e inconsapevolemte cercato per tutta la vita di disfarsi, e cioè il lacerante peso dell'insostenibile leggerezza dell'essere.
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Mine Vaganti |
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Commedia
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Scritto da Piergiorgio Ravasio
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giovedì 11 marzo 2010 |
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Mine Vaganti
Titolo originale: Mine Vaganti
Italia: 2010 Regia di: Ferzan Ozpetek Genere: Commedia Durata: 110'
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Nicole Grimaudo, Alessandro Preziosi, Ennio Fantastichini, Lunetta Savino, Elena Sofia Ricci, Ilaria Occhini, Bianca Nappi, Massimiliano Gallo, Paola Minaccioni, Emanuela Gabrieli, Carolina Crescentini, Giorgio Marchesi, Gianluca De Marchi
Sito web: www.minevaganti.net
Nelle sale dal: 12/03/2010
Voto: 8
Trailer
Recensione di: Piergiorgio Ravasio
L'aggettivo ideale: Attuale
Avvezzi ormai da anni allo stile cinematografico del regista Ozpetek, non ci stupiranno sicuramente i contesti tipici del suo far cinema: i ritrovi familiari a base di piacevoli chiacchierate condite da cibi succulenti, i segreti più o meno nascosti tra le mura domestiche di quelle famiglie apparentemente normali, l'affrontare in maniera drammatica o ironica quelli che sono i valori alla base di qualunque esistenza.
Questa volta il cineasta dalla origini turche ci sorprende subito con un pizzico di novità. Prima della proiezione è lo stesso Ozpetek che ci racconta di aver voluto narrare la vicenda (per la prima volta) non più nella sua capitale, ma nella città di Lecce. E subito, dalle poche parole espresse anche dal cast presente in sala, percepiamo pure che il velo di drammaticità (a volte pesante come nel suo “Saturno contro”), lascia il posto ad un’insolita, ma piacevole, vena di comicità, che a tratti sconfina in quel divertimento e umorismo - mai fini a se stessi - ma sempre forieri di riflessioni, discussioni e insegnamenti.
Molti i personaggi (con le relative loro vicende) che occupano la scena: la nonna, fulcro dell’intera vicenda, con la sua saggezza e il suo costante ricordo dell’amore che fu, che ha le fattezze di una brava Ilaria Occhini (e Carolina Crescentini, da giovane); i severi, rigorosi e tradizionalisti genitori, impersonati rispettivamente da un grande Ennio Fantastichini e da una divertentissima Lunetta Savino; la zia dal bicchiere sempre in mano (e sempre pieno) Elena Sofia Ricci, in un ruolo a dir poco spassosissimo; il nuovo manager, chiamato in famiglia per dirigere l’azienda del padre (Nicole Grimaudo); i due fratelli protagonisti sopra tutti: Tommaso (l’uomo perfetto Riccardo Scamarcio diventato, nel frattempo, un attore di buon calibro) e Antonio, con il volto noto di Alessandro Preziosi, preso in prestito dal teatro e dalle fiction televisive dove siamo più abituati a vederlo.
Radunata la famiglia attorno al banchetto imbandito, per una riorganizzazione dell’azienda del padre, l’aspirante scrittore Tommaso (Scamarcio) sta per annunciare a tutti che la sua vera laurea non è stata conseguita in Economia e Commercio, che il lavoro nell’azienda di famiglia non sarà il suo futuro e che la sua vita sentimentale non rispecchia sicuramente i canoni di quanto i genitori si immaginano.
Ma un imprevisto del tutto inatteso non gli consente di rivelare all'intera famiglia il suo vero volto.
Qualcun’altro sta per fare una sorprendente confessione che sconvolgerà gli equilibri familiari, oltre a quelli aziendali.
Fedele, come sempre, alla sua concezione della vita, Ozpetek, pur dando un’energica sterzata al suo solito registro narrativo, non manca di mettere a duro confronto i due vocaboli dai confini molto labili: normalità e diversità.
E lo fa giocando con alcune situazioni grottesche e comiche (esilaranti sono le gag degli amici di Tommaso, quando arrivano nella casa patriarcale per qualche giorno, combinandone di tutti i colori), altre volte in modo più pacato e riflessivo, ma sempre facendo scorrere il dramma e la commedia sul binario della frivolezza, del divertimento e con un occhio di tutto riguardo al concetto di famiglia (soprattutto di quelle che, nel 2010, sembrano, per certi versi, voler vivere ancora nel Medioevo).
“Cosa conta realmente nella tua vita?”, sembra volerci interrogare Ozpetek per tutto il tempo del film.
“Come sei tu realmente, o come gli altri vorrebbero che tu fossi?”.
Le mine vaganti prima o poi sono destinate ad esplodere. A volte lo fanno troppo tardi, magari quando la morte è già sopraggiunta; ma sempre ci lasciano un profondo insegnamento: come quello che “la terra non potrà mai voler male all'albero che ha generato”.
L'importante è rendersene conto presto, senza dover aspettare (come nell'ultima, stupenda, scena del film) che sia la morte ad unirci tutti quanti, superando barriere e incomprensioni e permettendoci, finalmente, di poter condividere tutti quanti la vera felicità.
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