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Thriller
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Scritto da Marzia Gandolfi
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giovedì 02 settembre 2010 |
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Black Swan
Titolo originale: Black Swan
USA: 2010. Regia di: Darren Aronofsky
Genere: Thriller
Durata: 103'
Interpreti: Mila Kunis, Natalie Portman, Christopher Gartin, Winona Ryder, Sebastian Stan, Vincent Cassel, Barbara Hershey, Janet Montgomery, Toby Hemingway, Kristina Anapau, Ksenia Solo, Adriene Couvillion, Shaun O'Hagan, Marty Krzywonos
Sito web ufficiale: www.foxsearchlight.com/blackswan
Sito web italiano:
Nelle sale
dal: Prossimamente (Venezia 2010)
Voto: 5
Trailer
Recensione di: Marzia Gandolfi
L'aggettivo ideale: Confuso
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Nina è una ballerina del New York City Ballet che sogna il ruolo della vita e un amore che spezzi l'incantesimo di un'adolescenza mai finita. Incalzata da una madre frustrata, si sottopone a un allenamento estenuante sotto lo sguardo esigente di Thomas Leroy.
Coreografo appassionato e deciso a farne una fulgida stella, Leroy le assegna la parte della protagonista nella sua versione rinnovata del “Lago dei cigni”.
Sul palcoscenico Nina sarà Odette, principessa trasformata in cigno dal sortilegio del mago Rothbard, da cui potrà scioglierla soltanto il giuramento di un eterno amore.
Eterea e piena di grazia Nina incarna alla perfezione il candore del cigno bianco e con difficoltà il suo doppio nero e tenebroso, che in una superba variazione ingannerà il suo principe e la voterà al suicidio.
La ricerca ossessiva del suo lato oscuro e della consapevolezza della propria sessualità la condurranno verso una tempesta emozionale e all'incontro con Lily, insidiosa rivale in nero.
Dietro le quinte Nina si strugge e si predispone a ‘doppiare' il suo cigno bianco.
Due anni dopo l'incarnazione radicale trovata in The Wrestler e nel campione in disarmo di Mickey Rourke, il cinema di Darren Aronofsky mette in schermo una storia speculare. Fondato sullo stesso semplice “teorema”, salire su un ring o sulle tavole del palcoscenico per esistere, Black Swan coglie questa volta la protagonista al debutto con la vita e nel ruolo della vita.
Per essere, la Nina della Portman sarà obbligata a prendere un ascensore per l'inferno e a battersi col suo doppio fino a contemplarlo e a raggiungere con lui la perfezione. In aiuto del regista newyorkese interviene il balletto per antonomasia, un classico del teatro di danza, sintesi perfetta di composizione coreografica e lunare poesia tardo romantica, di chiarezza formale e inquietanti simboli psicoanalitici, che contrappone un cigno bianco (Odette) a un cigno nero (Odile) tra arabesque e attitude, tra fremiti nervosi di braccia e straordinari movimenti del corpo.
E proprio tale prospettiva presta il fianco ad avvitamenti mentali, fluttuazioni interiori e metamorfosi corporali che mancano il segno, ostentando le smisurate ambizioni filosofiche dell'autore.
I rapporti spaziali-geometrici tra i protagonisti e l'architettura viva e in movimento creata dal Corpo di Ballo, perfetta rifrazione e moltiplicazione di Odette, ispirano Black Swan e fondano la sua storia senza limiti e confini di genere. Dramma, mélo, thriller e horror si combinano sullo spazio scenico (ri)creato da Aronofsky e diviso in poli d'attrazione positivi e negativi che si annullano al centro nel momento dell'estasi amorosa di Odette e del suo principe, di Nina e del suo coreografo.
Anche questa volta il regista mette al centro della scena un corpo, una donna alle prese con l'altro da sé, ossessione e oggetto di venerazione con cui cercare una possibile integrazione. Ma se a Mickey Rourke, saturo di carne e livido di pugni in faccia, è riuscita l'impresa del volo sul nero dell'epilogo, Natalie Portman fallisce la parabola e la verità del corpo, ricalcando la gestualità cignesca e crollando a terra.
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Thriller
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Scritto da Francesco Manca
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mercoledì 01 settembre 2010 |
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Sotto il vestito niente
Titolo originale: Sotto il vestito niente
Italia: 1985. Regia di: Carlo Vanzina
Genere: Thriller
Durata: 88'
Interpreti: Renée Simonsen, Tom Schanley, Donald Pleasence, Nicola Perring, Cyrus Elias, Anna Galiena, Maria McDonald, Catherine Noyes, Sonia Raule, Mimmo Sepe
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale
dal: 1986
Voto: 6
Trailer
Recensione di: Francesco Manca
L'aggettivo ideale: Citazionista
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Sotto il vestito niente su Facebookk
Jessica e Bob Crane sono fratelli gemelli e hanno in comune una particolare telepatia che consente ad entrambi di avvertire le sensazioni dell’altro quando questo si trova in pericolo.
Lei fa la modella a Milano e lui è un ranger nel rinomato Yellowstone National Park in Wyoming.
Quando Jessica scompare misteriosamente, Bob, che è convinto che sia stata uccisa, si precipita in Italia nel tentativo di scoprire cosa sia successo, ma in breve tempo una serie di omicidi ai danni di altre modelle cominciano a susseguirsi a raffica.
Un tentativo rischioso e azzardato, questo dei fratelli Vanzina, che si cimentano, qui per la prima volta nella propria carriera, nel genere thriller, accantonando momentaneamente le commedie farsesche di cui, allora come oggi, sono considerati gli ineguagliabili ‘paladini’.
Tutto parte dall’omonimo romanzo di successo di Paolo Pietroni, che ha firmato con lo pseudonimo di Marco Parma, da cui, però, la sceneggiatura, scritta a sei mani dagli stessi Vanzina bros. in collaborazione con l’esperto Franco Ferrini, prende le debite distanze, ispirandosi invece in maniera piuttosto ostentata e plateale ad uno dei maestri del genere quale Brian De Palma, in particolar modo al suo “Omicidio a luci rosse” (1984).
L’intero canovaccio su cui si regge la pellicola è visibilmente scarno e raffazzonato e non mancano certo diverse incongruenze narrative, comunque tipiche della maggior parte delle opere di genere realizzate a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 (Dario Argento ne ha fatto una sorta di marchio di fabbrica).
Ma nonostante ciò, ai Vanzina non interessa raccontare una storia che sia oltremodo realistica e che goda di estrema coerenza, ma dirigono, anche piuttosto prevedibilmente, la loro attenzione verso il patinato mondo della moda milanese tracciandone un ritratto tutto sommato veritiero che pone in risalto non solo le mirabili forme femminili di cui sono ampiamente fornite le modelle che vediamo nel film, ma ne evidenzia soprattutto le contraddizioni e gli eccessi che, oggi, sono ormai cose risapute.
Tuttavia, all’epoca dell’uscita nelle sale, la pellicola venne ampiamente criticata proprio per questo suo aspetto, e il fatto che in diverse scene si vedessero giovani e bellissime ragazze che sniffano cocaina e che si concedono facilmente a uomini di potere provocò un notevole e burrascoso impatto tra le più note case di moda del capoluogo lombardo e i numerosi stilisti, che si dichiararono del tutto estranei a ciò che si vede nel film. Oggigiorno, abbiamo comunque le varie Naomi Campbell e Kate Moss a confermare, loro malgrado, le varie teorie avanzate nell’opera in questione.
E sullo sfondo di tutto ciò, c’è ovviamente il sangue e la crime story, che pur risentendo della notevole inesperienza nel campo da parte del regista Carlo e dello sceneggiatore Enrico, risultano nel complesso accattivanti e quantomeno coinvolgenti, non certo degni dei risaputi modelli a cui si ispirano ma non per questo sgradevoli.
La regia di Carlo Vanzina tenta, riuscendoci però solo in parte, di sopperire alle lacune di scrittura adottando sporadici virtuosismi della macchina da presa che riecheggiano lo stile ‘voyeristicamente glamour’ tipico del miglior De Palma, e lo fa in particolar modo nel finale, girato in ralenti, che deve indubbiamente molto a quello dell’Argentiano “Quattro mosche di velluto grigio” (1971), realizzato ai tempi con una cinepresa speciale denominata Pentazet.
Una significativa pecca è senz’altro rappresentata dalla recitazione di quasi tutti gli interpreti, con una (spiacevole ma doverosa) nota di demerito ai due protagonisti: Tom Schanley e Renée Simonsen. Come può essere credibile un ragazzotto tipicamente da provincia americana che fa il ranger nel parco di Yellowstone e che non sa nemmeno fumare?
E come può esserlo una modella, bella oltre ogni ragionevole dubbio, ma che mantiene dalla prima all’ultima inquadratura la stessa espressione da triglia surgelata? Fortuna che c’è almeno il sempre grande Donald Pleasence, che fornisce anche in questa occasione l’ennesima eccelsa caratterizzazione del detective non più giovanissimo ma ancora scaltro e determinato.
Non è un capolavoro, questo è un dato di fatto.
Come denuncia sociale funziona, come thriller un po’ meno, ma pur risentendo il peso dei suoi 25 anni, risulta ancora oggi una pellicola interessante, ampiamente consigliata agli amanti del cinema nostrano di genere alla ‘vecchia maniera’.
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Thriller
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Scritto da Federico Paolo Cirillo
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mercoledì 01 settembre 2010 |
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Giustizia privata
Titolo originale: Law Abiding Citizen
USA: 2009. Regia di: F. Gary Gray
Genere: Thriller
Durata: 108'
Interpreti: Jamie Foxx, Gerard Butler, Leslie Bibb, Bruce McGill, Colm
Meaney, Viola Davis, Michael Irby, Regina Hall, Gregory Itzin, Michael
Kelly, Christian Stolte, Josh Stewart, Annie Corley, Richard Portnow,
Dan Bittner, Brooke Stacy Mills, Damien Colletti, Ryan Woodle,
Emerald-Angel Young
Sito web: www.lawabidingcitizenfilm.com
Nelle sale
dal: 25/08/2010
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Federico Paolo Cirillo
L'aggettivo ideale: Double Face
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Giustizia privata su Facebook
Capitano delle volte in cui ti presenti davanti al grande schermo senza aspettative.
E invece delle volte in cui di aspettative ne hai eccome.
Ma d'altronde, si sa, è meglio non aspettarsi mai nulla da niente e da nessuno.
Questo è il caso di Clyde Shelton (Gerard Butler), ingegnere di Philadelphia, che dopo aver perso moglie e figlia, barbaramente assassinate , vede il procuratore distrettuale Nick Rice (Jamie Foxx) scendere a patti con uno dei due criminali per non rischiare di perdere del tutto la causa.
“Un po' di giustizia è meglio di niente” senza nemmeno provare a richiedere la pena di morte per entrambi i colpevoli. Senza nemmeno cercare di fare giustizia completamente.
Fa confessare uno dei due accusati, ottenendo così la pena capitale per uno e per l'altro tre anni di reclusione. Un trofeo in più sulla sua bacheca. Una vittoria in più sul suo curriculum.
Non curandosi del resto. Una piccola goccia che farà traboccare un vaso chiamato Clyde Shelton, un padre ferito davanti a questa mancanza di giustizia. Così, dieci anni dopo, si aprirà il sipario.
Una sceneggiatura ben scritta differenzia sostanzialmente questa pellicola dalle altre in circolazione.
Un montaggio astuto (azzarderei) punta gli occhi dello spettatore subito sul nocciolo della questione.
Si parte subito in quarta. Dopo pochi minuti sappiamo già che piega prenderà la storia e chi terrà in mano le redini del film: il protagonista Clyde Shelton. Si, lui. Ma non il regista Gary Grey.
Per alcuni tratti sembra di rivedere un remake, più strutturato, di Man On Fire di Tony Scott ma, purtroppo, così non è.
Il soggetto è geniale e tutta la trama fa rimanere a bocca aperta ma ciò nonostante manca qualcosa.
Grey non riesce a risvegliare i propri attori dal torpore della Pennsylvania. Jamie Foxx sembra aver girato tutte le scene alle cinque del mattino. Amorfo, privo di carattere. Non da tono alle sue battute. Si diverte a prendere a pugni Gerard Butler ma niente di più.
Così quest'ultimo decide di prendere in mano il controllo del film.
Butler alterna stati d'animo come se nulla fosse, dimostrandosi un attore pronto a pellicole più importanti, entra perfettamente nel personaggio rendendo questo film degno di una sufficienza.
Una lotta senza fine contro un sistema giudiziario corrotto, un uomo solo capace di mettere in ginocchio l'intera città.
Qualcosa di epico.
O forse dovrei dire di “biblico”.
Uscito nelle sale il 25 d'agosto, Law Abiding Citizen (Giustizia Privata) rimane uno dei film degni di nota da andare a vedere.
Senza fretta ovviamente. Con molta calma.
E, soprattutto, senza aspettative.
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Horror
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Scritto da Nicola Picchi
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lunedì 30 agosto 2010 |
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A Serbian Film
Titolo originale: Srpski Film
Serbia: 2010. Regia di: Srdjan Spasojevic
Genere: Horror
Durata: 99'
Interpreti: Sergej Trifunovic, Srdjan Todorovic, Katarina Zutic, Ana Sakic, Lena Bogdanovic, Jelena Gavrilovic
Sito web ufficiale: www.contrafilm.net
Sito web italiano:
Nelle sale
dal: Prossimamente... Forse..
Voto: 6
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Virulento
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A Serbian Film su Facebook
Milos è un attore porno che si è ritirato dalla professione. Un giorno riceve una proposta da un’ex collega: tornare sul set per interpretare un porno di nuova concezione, in cambio di una somma considerevole. Con famiglia a carico e in difficoltà economiche, Milos accetta.
Quando si renderà conto del vero obiettivo di Vukmir, il regista del film, sarà troppo tardi per tirarsi indietro.
Non sempre la strada dell’eccesso a tutti i costi è sinonimo di riuscita, ma è comunque un buon viatico per sollevare polveroni mediatici. E’ il caso di “A Serbian Film”, esordio del regista Srdjan Spasojevic, che ha suscitato in rete vivaci polemiche. Da una parte abbiamo le levate di scudi dei detrattori, spesso scandalizzati a priori, dall’altra l’adesione incondizionata di chi grida al capolavoro.
Come spesso accade, la verità sta nel mezzo.
“A Serbian Film” è ben lontano dall’essere una pietra miliare del cinema, ma non è neanche il pozzo di nequizie prospettato da certi indignati moralisti, rivelandosi un prodotto ben confezionato che gioca abilmente con la provocazione più virulenta.
Pur interpretando in maniera letterale il concetto di torture-porn, il film non è ascrivibile alla categoria degli “Hostel” e dei “Saw”, di cui gli manca la dimensione essenzialmente ludica, e non può essere considerato neanche un film sugli snuff, alla stregua dell’esecrabile “8 mm.” di Joel Schumacher.
Tralasciando le considerazioni metacinematografiche eventualmente suscitate dalla struttura del film, che oramai dovrebbero far sbadigliare anche chi le scrive, è palese come lo scopo sia quello di propinarci una trasparente allegoria, la cui validità è tutta da dimostrare: la Serbia, al pari di Saturno, divora i suoi stessi figli, brutalizzandoli dalla culla alla tomba (e anche oltre) ed educandoli alla violenza e allo stupro.
Far indossare ai cameramen uniformi paramilitari, alludere agli orfani di guerra o al Tribunale dell’Aja, tirare in ballo i supposti eroi di guerra della Grande Serbia nazionalista di Milošević, serve a chiarire le idee anche ai più disattenti. Necessario preludio alla morte è lo stupro, inteso non tanto come espressione della libido, quanto come un atto che simboleggia la violazione dei limiti. Milos, drogato di “Viagra per tori” (sic), diventa una figura assimilabile al berserk delle leggende norrene, un automa guidato dall’istinto di morte e dalle direttive imposte dalla classe dirigente (il regista, il fratello poliziotto). Completamente ottenebrato, non gli resta che perpetuare ancora una volta il ciclo della violenza. Tutto bene, se non fosse che l’atteggiarsi a vittime incolpevoli di una classe politica criminale dopo gli innumerevoli mattatoi balcanici (Sarajevo, Vukovar, Srebrenica, il Kosovo) appare alquanto strumentale ed autoassolutorio. Vittime o volenterosi carnefici?
La swiftiana e compiaciuta “modesta proposta” di Spasojevic, nonostante un finale di raro cinismo, si rivela, appunto, modesta. Stritolato come puro e semplice film di genere dall’aspirazione al teorema granguignolesco, “A Serbian Film” sbanda verso la satira grottesca, depotenziando l’esibita crudeltà delle efferatezze rappresentate. Più che sulla violenza in sè, il regista punta sulla violazione dei tabù, certo di risultare sufficientemente malsano e disturbante.
Tali scene, “newborn porn” incluso, non coinvolgono emotivamente, non turbano, lasciano indifferenti, e questo non per stolida assefuazione all’orrore, ma perché vedono protagonisti astratte marionette i cui comportamenti sono puramente dimostrativi. Nonostante il diffuso chiacchericcio sulla presunta insostenibilità dell’insieme, Spasojevic non sembra aver realizzato che non importa tanto ciò che si mostra, quanto il modo di rappresentarlo.
A titolo esemplificativo, basti notare che “A Serbian Film” non possiede un grammo della sadica sgradevolezza dell’Haneke di “Funny Games”, del nichilismo allucinato del “Kichicu” di Kumakiri Kazuyoshi, della profetica lucidità del “Salò” pasoliniano e neanche, per restare in tempi più recenti, della cupezza del “Martyrs” di Pascal Laugier.
Più che dalle parti di Sade, ci troviamo da quelle del Grand Guignol o dei tardoromantici sdoganati dai surrealisti, che andavano in brodo di giuggiole per pittoresche truculenze da cronaca nera.
Anche se il regista non riesce ad aggiudicarsi l’Oscar della Trasgressione 2010, ha comunque realizzato un film tecnicamente ineccepibile; servito da buoni attori (in particolare il Milos di Srdjan Todorovic) e da un’ottima fotografia di Nemanja Jovanov, “A Serbian Film” merita una visione, possibilmente scevra da partigianerie o reazioni isteriche.
Si astengano spettatori sensibili e anime belle.
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Azione
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Scritto da Dario Carta
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lunedì 30 agosto 2010 |
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The Losers
Titolo originale: The Losers
USA: 2010. Regia di: Sylvain White
Genere: Azione
Durata: 98'
Interpreti: Zoe Saldana, Jeffrey Dean Morgan, Chris Evans, Idris Elba, Columbus Short, Óscar Jaenada, Jason Patric, Peter Macdissi, Gunner Wright, Tanee McCall, Peter Francis James, Holt McCallany
Sito web ufficiale: www.the-losers.com
Sito web italiano: wwws.warnerbros.it/thelosers
Nelle sale
dal: 23/07/2010
Voto: 5
Trailer
Recensione di: Dario Carta
L'aggettivo ideale: Insipido
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Pressbook del film
The Losers su Facebook
"The Losers","A Team" e "I mercenari" sugli schermi in poco più di un mese,possono essere il gradiente dell'orientamento preso dalle produzioni per affrontare l'intrattenimento del pubblico estivo,nonostante possa restare un'incognita quale di questi titoli possa rimanere nella memoria post vacanze. "The Losers",diretto da Sylvain White sulla sceneggiatura di Peter Berg e James Vanderbilt,trae le sue origini dal fumetto della Dell creato negli anni '40 che narra le vicende di un gruppo di militari della seconda guerra mondiale,che a sua volta ispirò le avventure sulle strisce della DC per la Vertigo Comics,degli artisti Diggle e Jock,che nel 2003 resuscitarono il comic book originale ambientandolo ai nostri giorni.
Un gruppo di militari della CIA in missione in Bolivia viene tradito e dato per spacciato in un bombardamento organizzato dall'Agenzia per eliminare degli elementi appartenenti ad un cartello,sacrificando nell'operazione le vite di alcuni bambini.
I cinque della squadra intendono riscattare il loro nome e si imbarcano in una nuova missione per scovare ed affrontare il traditore,il potente Max (Jason Patric).
"The Losers" è il tipico esempio di film di stampo televisivo che si pone di fronte ad una audience in visibile difficoltà nel processo di simpatizzazione con i protagonisti della storia.
I cast di gruppo sono l'anima delle serie TV e ne scansionano il ritmo,da Mary Tyler Moore Show a CSI,da M*A*S*H a Criminal Intent,ma le Produzioni godono del beneficio della possibilità di una esposizione diluita in più episodi e distribuita nell'arco di mesi o anni,cosa di cui un film a soggetto non può avvalersi.
Ne segue che resta difficile,a meno di grande capacità di sintesi registica e forte esperienza artistica nelle sceneggiature,favorire l'approccio conoscitivo con un gruppo di personaggi che hanno il compito ingrato di raccontare in meno di due ore sè stessi e una storia.
Il lavoro di White fallisce l'intento empatico e tratteggia i contorni di un lungo telefilm d'azione con molto movimento e poca emozione.
Clay (Jeffrey Dean Martin,"Watchmen"),Pooch (Columbus Short,"Cadillac Records"),Roque (Idris Elba "Obsessed"),Cougar (Oscar Jaenada "Che - parte 2"),Jensen (Chris Evans "Fantastic Four"),restano personaggi disegnati sulle pagine di un comic book che non diventa cinema,non ne cattura il senso e non ne sviluppa il linguaggio,restando chiuso nello schema stereotipato e abituale di un ibrido dove nè fumetto nè cinema pongono la firma.
L'impianto narrativo espone in modalità ordinaria un trancio di avventura con rari spunti e molta bonaccia,nella completa assenza di ogni traccia di sottotrame o indagini psicologiche.
Queste ultime,certamente non richieste dai film di genere,ma necessarie quantomeno in minima misura per non confinare una pellicola alla banalità e all'eccedente disimpegno.
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