|
Hesher è stato qui |
|
|
|
Drammatico1
|
|
Scritto da Marco Aresu
|
|
giovedì 02 febbraio 2012 |
|
Hesher è stato qui
Titolo originale: Hesher
USA: 2010. Regia di: Spencer Susser Genere: Drammatico Durata: 100'
Interpreti: Joseph Gordon-Levitt, Devin Brochu, Rainn Wilson, Natalie Portman, Piper Laurie, John Carroll Lynch, Brendan Hill, Paul Bates, Frank Collison, Biff Yeager, Nicolai Dorian, Helen Slayton-Hughes, Allan Graf, Van Epperson, Ralph P. Martin, Mary Elizabeth Barrett, Milt Kogan, Brian Lally, Rafael J. Noble, Cole Hockenbury, Audrey Wasilewski, Monica Staggs, Lyle Kanouse
Sito web ufficiale: www.hesherthemovie.com
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 03/02/2012
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Marco Aresu
L'aggettivo ideale: Anarchico
Scarica il Pressbook del film
Hesher è stato qui su Facebook
Mi piace
Il piccolo T.J. (Devin Brochu) è sconvolto dalla tragica morte della madre in un incidente d’auto.
Suo padre (Rainn Wilson) si imbotte di farmaci e sembra incapace di reagire, mentre sua nonna (Piper Laurie) nonostante le buone intenzioni sente il peso dell’età che avanza.
Tra i membri della famiglia si è eretto un muro di silenzi ed incomprensioni.
Un muro che verrà letteralmente frantumato dal folle Hesher (Joseph Gordon-Levitt), una sorta di anarchico che entra di prepotenza nella vita (e nella casa) della famiglia Forney.
Un angelo custode versione “heavy metal” che aiuterà T.J. ad affrontare i suoi problemi in maniera non convenzionale.
Chi diavolo è questo Hesher? Quanti anni ha? Da dove viene?
Queste sono solo alcune delle tante domande che l’opera prima del regista Spencer Susser lascia in sospeso. Si, perché l’unica cosa importante è che “Hesher è stato qui”.
Nella vita di tutti i giorni, sarebbe preoccupante tornare a casa e trovare sdraiato sul divano un capellone dal corpo tatuato che beve birra e guarda film pornografici, ma a casa Forney il dolore è talmente insopportabile che la follia diventa normalità.
La figura di Hesher stride così tanto con l’universo che lo circonda, che all’inizio del film sembra una proiezione mentale del piccolo T.J. (e con lui fa un po’ il fratello maggiore rompiscatole).
Ma questo personaggio interagisce con tutta la famiglia, ne raccoglie i cocci e li risistema tra un rutto, una parolaccia e un incendio doloso.
Una presenza ingombrante questo Hesher, sempre al centro della scena, sempre alle prese con qualcosa di esagerato: non ci si crede che sotto quella chioma ci sia il Tom di “(500) giorni insieme”. Joseph Gordon-Levitt ci prende gusto ad interpretare questa mina vagante, e lo fa in modo così sfrontato da essere divertente, e stemperare un po’ la tematica del lutto familiare. Certo, dopo un tale casino rimane poco spazio per la sofferenza del piccolo Devin Brochu e la sua ostinata ricerca dell’auto in cui è morta la madre. Un piccolo spazio anche per la bella Natalie Portman (co-produttrice del film), qui nei panni di un’occhialuta e infelice cassiera.
Hesher è stato qui, e la cosa ci sta bene. Forse prima di andarsene poteva risparmiarsi di “fare la morale”: una conclusione un po’ furbetta che punta a risistemare le cose con le doti oratorie del nostro eroe. Molti nella locandina del film avranno riconosciuto il logo simile a quello dei Metallica: questo film indipendente a basso budget, vanta nella colonna sonora alcuni tra i più famosi brani di questa storica band.
|
|
|
40 carati |
|
|
|
Thriller
|
|
Scritto da Francesca Caruso
|
|
giovedì 02 febbraio 2012 |
|
40 carati
Titolo originale: Man on a Ledge
USA: 2012. Regia di: Asger Leth Genere: Thriller Durata: 102'
Interpreti: Sam Worthington, Elizabeth Banks, Mandy Gonzalez, Bill Sadler, Barbara Marineau, J. Smith-Cameron, Anthony Mackie, Patrick Collins, Jamie Bell, Genesis Rodriguez, Edward Burns, Kyra Sedgwick, Ed Harris, Geoffrey Cantor, Titus Welliver, Jonah Falcon, Pooja Kumar, Afton Williamson
Sito web ufficiale: www.manonaledge.com
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 10/02/2012
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Francesca Caruso
L'aggettivo ideale: Dinamico
Scarica il Pressbook del film
40 carati su Facebook
Mi piace
Con numerosi documentari alle spalle, il regista Asger Leth è stato scelto per dirigere “40 Carati”. Ciò che la produzione ha voluto ottenere è quel senso di vita reale che Asger sa infondere nei suoi progetti.
Nick Cassidy è un ex poliziotto, finito in prigione per un reato che lui afferma non aver commesso. Verrà a trovarsi sul cornicione del 21esimo piano di un hotel, pronto a tutto pur di far sentire la sua voce.
Nick fa una richiesta ben precisa: vuole che a parlare con lui ci sia la negoziatrice Lydia Mercer.
Col passare dei minuti Lydia comprende che le intenzioni di Nick non sono quelle che sembrano.
Quella raccontata da Leth è la storia di un uomo che escogita un modo molto particolare per dimostrare la sua innocenza e riscattare il suo nome.
Man mano che i pezzi che compongono l’intera storia vanno al loro posto, lo spettatore viene attirato sempre di più in questa ragnatela, che come la folla, radunatasi davanti all’hotel, attende trepidante ogni minimo sviluppo.
La direzione del racconto cambia e con esso il profilo di alcuni personaggi.
È un film sul riscatto di un uomo ed è un film d’azione, nonostante buona parte avvenga sul cornicione di un grattacielo. Sam Worthington riesce a conferire l’ansia, lo stare sulle spine e una certa dose di paura che pervade Nick Cassidy, ma anche determinazione e sicurezza nei suoi mezzi.
Asger Leth riesce a dare attenzione a quei dettagli, sia delle inquadrature che del racconto, risolutivi per l’esito finale, realizzando un film ben congegnato. Il cast non è da meno: tutti gli attori contribuiscono egregiamente a creare l’atmosfera del film.
A Jamie Bell (Joey Cassidy) e Genesis Rodriguez (la ragazza di Joey) è stata affidata la parte più scanzonata, con le loro battute, per stemperarne i toni nei momenti di maggior tensione. Jamie Bell conferisce intensità al suo personaggio, stabilendo un’alchimia non scontata col partner di turno, come precedentemente in “The Eagle” con Channing Tatum, qui con Sam Worthington.
Entrambi dimostrano un legame fraterno credibile, che rende partecipi delle loro emozioni.
Per quanto riguarda l’ambientazione, le riprese sono state effettuate in parte su un cornicione reale a 78 metri di altezza.
L’intento della produzione è stato quello di portare lo spettatore a percepire l’autenticità delle scene.
Per poter finire le riprese sono stati costruiti tre diversi set che rappresentavano lo stesso cornicione, in più si è deciso di mettere il protagonista ad un’altezza che non fosse troppo elevata, così da farlo interagire con la folla sottostante, dando modo al regista di raccontare anche storie accennate di persone comuni, che si stringono intorno a Nick.
Per Worthington è stata la prima volta e nonostante la paura dell’altezza è riuscito a esprimere pienamente le sensazioni di Nick, o forse proprio per questo è riuscito a catturare l’essenza del suo personaggio.
“40 Carati” è un film dinamico, in cui l’azione si mescola al racconto personale dell’uomo sul cornicione del titolo originale, che paventa fin da subito un ventaglio di possibilità, che portano tutte all’intrattenimento.
|
|
|
The Woman in Black |
|
|
|
Horror
|
|
Scritto da Nicola Picchi
|
|
martedì 31 gennaio 2012 |
|
The Woman in Black
Titolo originale: The Woman in Black
Regno Unito, Canada, Svezia: 2011. Regia di: James Watkins Genere: Horror Durata: 95'
Interpreti: Daniel Radcliffe, Ciarán Hinds, Janet McTeer, Shaun Dooley, Roger Allam, Sophie Stuckey, Alisa Khazanova, Liz White, David Burke, Aoife Doherty
Sito web ufficiale: www.womaninblack.com
Sito web italiano: www.thewomaninblack.it
Nelle sale dal: 02/03/2012
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Vittoriano
Scarica il Pressbook del film
The Woman in Black su Facebook
Mi piace
L’avvocato Arthur Kipps, rimasto vedovo dopo che la moglie è morta di parto dando alla luce il piccolo Joseph, viene inviato nel villaggio di Crythin Gifford per sbrigare alcuni affari legali.
Il suo compito è quello di occuparsi del lascito testamentario di Mrs. Drablow, defunta proprietaria di Eel Marsh House, una villa che sorge in mezzo alle paludi.
Una volta giunto sul posto, Kipps scoprirà che gli abitanti del villaggio nascondono oscuri segreti, legati alle sinistre apparizioni di una donna vestita di nero.
Seconda prova di James Watkins dopo il pregevole “Eden Lake”, “The Woman in Black” è il primo adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Susan Hill, che già ebbe l’onore di una trasposizione televisiva, di due versioni radiofoniche realizzate dalla BBC, e persino di una riduzione teatrale, che va in scena da oltre vent’anni sui palcoscenici londinesi.
E’ anche la prima produzione che possa vantare un discreto budget della Hammer Film, risorta a nuova vita dopo i fasti degli anni’60, che finora si era barcamenata con opere di altalenante riuscita, tra cui si segnala l’ottimo “Wake Wood” di David Keating.
L’incontro tra la nuova Hammer e “The Woman in Black”, era però in qualche modo già scritto, considerando che l’autore dell’adattamento televisivo del 1989 fu quel Nigel Kneale che fece la fortuna della vecchia Hammer con la serie di Quatermass
Il libro è una ghost-story tradizionale, un consapevole omaggio al genere con qualche citazione dalle opere di M.R.James, rettore del King’s College e maestro della letteratura fantastica, e dal più illustre Henry James, e anche la versione cinematografica non si discosta da questa impostazione.
Del resto, sul versante cinematografico strettamente “hammeriano”, il gotico vittoriano era il prediletto campo da gioco dei classici di Terence Fisher, dei suoi Dracula, dei suoi Frankenstein e dei suoi Sherlock Holmes.
Non sorprende dunque che il viaggio del sofferente Arthur Kipps rammenti quello di Jonathan Harker verso il castello di Dracula, né che gli abitanti di Crythin Gifford non vedano l’ora di sbarazzarsi di lui, proprio come accadeva ad Harker a Borgo Pass.
La luttuosa e fatiscente Eel Marsh House, completamente isolata tra le paludi al levarsi dell’alta marea, non ha nulla da invidiare ad altre celebri case infestate, quali la Hill House di Shirley Jackson o la Casa Belasco di Richard Matheson.
Al suo interno vagolano fantasmatiche apparizioni di dame in gramaglie, pallidi infanti che paiono usciti da “Cuori strappati” (sempre M.R.James), polverose orchestrine di automi che scrutano l’intruso con occhi vitrei. Sulla casa e su Crythin Gifford aleggia una maledizione, legata alle fugaci manifestazioni della donna in nero.
Repentina come la Mrs. Jessel di “Giro di Vite”, a ogni apparizione la misteriosa figura carpisce la vita di un bambino, e toccherà al povero Kipps sbrogliare il bandolo della matassa.
Approcciarsi a un genere così codificato costringe James Watkins a una regia di repertorio, con qualche citazione dal J-Horror per modernizzare un po’ le cose.
Con un intreccio che aspira allo statuto di classico (ma scritto nel 1982) e una sceneggiatura convenzionale, è arduo costruire una suspense degna di questo nome, e così il regista ripropone le apparizioni liminari tanto care all’horror nipponico, in cui il “revenant” s’intravede fugacemente riflesso in uno specchio, o ai margini estremi dell’inquadratura.
La scenografa Kave Quinn si richiama agli ambienti sovraccarichi immaginati da Bernard Robinson, storico scenografo della Hammer, ai Bray Studios o nella famosa villa di Oakley Court.
Gli interni di Eel Marsh House sono l’incarnazione esemplare dell’horror vacui dei vittoriani: bibelot impolverati, ritratti funerei e mobilia da brocanteur, essenziali, con l’ausilio della fotografia di Tim Maurice-Jones, nel costruire un’atmosfera lugubre.
Anche la palette cromatica, fatta di nero, viola, cremisi e verde marcio, avrebbe fatto piangere a Poe lacrime di commozione.
Purtroppo, in tanta reverenziale adesione ai codici del genere, si tralascia quello che rende una ghost story immortale.
Quello che faceva la grandezza di capolavori quali “Suspense” (1961) di Jack Clayton o “Gli Invasati” (1963) di Robert Wise, ovvero l’ambiguità dell’assunto, è infatti del tutto latitante, a detrimento dell’incisività dell’opera.
Rispetto al romanzo, la sceneggiatrice Jane Goldman decide di rendere Kipps vedovo prima del tempo, per motivarne maggiormente le azioni. Egli non si risolve ad abbandonare Crythin Gifford perché è in apprensione per le sorti del figlio, ma anche perché, in linea con le ossessioni spiritualistiche vittoriane, confida di trovare prove certe dell’esistenza della vita oltre la morte, nella speranza di ricongiungersi un giorno alla moglie scomparsa.
Al contempo si eleva il body count delle vittime, ma stavolta per tener desta l’attenzione dello spettatore, abituato a ritmi cinematografici ben più convulsi di quelli della ghost story.
Daniel Radcliffe sarà ormai troppo stagionato per Harry Potter, ma non lo è abbastanza per essere credibile nel ruolo del padre in ambasce. Per fortuna è supportato da un manipolo di ottimi caratteristi, tra cui svetta l’irlandese Ciaran Hinds (La Talpa, The Debt), nel ruolo dello scettico Mr. Daily.
Un buon risultato che piacerà agli estimatori del genere, con l’avvertenza che da un pastiche letterario non può che nascerne uno cinematografico.
|
|
|
I Muppet |
|
|
|
Commedia1
|
|
Scritto da Francesca Caruso
|
|
martedì 31 gennaio 2012 |
|
I Muppet
Titolo originale: The Muppets
USA: 2011. Regia di: James Bobin Genere: Commedia Durata: 103'
Interpreti: Mila Kunis, Emily Blunt, Amy Adams, Zach Galifianakis, Jason Segel, Rashida Jones, Chris Cooper, Selena Gomez, John Krasinski, Neil Patrick Harris, Jack Black, Danny Trejo, Rashida Jones, Katy Perry, Billy Crystal, Ricky Gervais, Chris Cooper
Sito web ufficiale: www.disney.go.com/muppets
Sito web italiano: www.disney.it/muppet
Nelle sale dal: 03/02/2012
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Francesca Caruso
L'aggettivo ideale: Nostalgico
Scarica il Pressbook del film
I Muppet su Facebook
Mi piace
I Muppet. con Kermit la rana in testa. tornano più sfolgoranti che mai sul grande schermo a far divertire ancora una volta i vecchi fan nostalgici e le nuove generazioni di bambini, che avranno modo di conoscere il loro humour molto personale.
Il film racconta la storia di Walter, un fan sfegatato di Kermit, che insieme al fratello Gary e alla sua fidanzata Mary, vanno in vacanza a Los Angeles per visitare i Muppet Studios.
Per caso Walter viene a scoprire che il petroliere Tex Richman vuole radere al suolo gli Studios per estrarre il petrolio situato nel terreno sottostante. Si dovrà riunire la vecchia banda dei Muppet per scongiurare il pericolo.
È stato Jason Segel a proporre l’idea originale del film, oltre a dare il suo apporto come scrittore. Ne è passata di acqua sotto i ponti dall’ultimo film dei Muppet e ancor di più da quel successo planetario che è stato “The Muppet Show” (andato in onda sulla CBS dal 1976 al 1981).
Cinque stagioni televisive e ben 122 episodi, compreso l’episodio pilota del 1974 e il successivo del 1975. Trasmesso in cento paesi, questo spettacolo ha cambiato e innovato il modo di fare comicità per intrattenere i bambini e non solo. Dopo sei film realizzati tra il 1979 e il 1999, “I Muppet” segna un altro fiore all’occhiello targato Disney. Il film diretto da James Bobin vanta molteplici numeri musicali, con l’intento di proseguire la tradizione dello storico varietà.
Le canzoni del Muppet Show hanno fatto epoca, tanto che ancora oggi sono presenti nella vita di tutti i giorni. Come non ricordare ‘Mah Na Mah Na’, che è stata utilizzata per pubblicizzare una famosa acqua in TV, riproducendo lo sketch originale.
L’ambiente creato dallo scenografo e dalla costumista per dare vita a Smalltown, la cittadina dove vivono i nostri, ci riporta agli anni ’50 e a quelle commedie musicali in cui si ballava e cantava per le strade, sui marciapiedi, tutti felici e sorridenti. Bobin fa anche della gioviale ironia di quei film, in maniera palese nel primo numero musicale ‘Life’s a Happy Song’.
Amy Adams, nel ruolo di Mary, Jason Segel, nei panni di Gary, e persino Chris Cooper (Tex Richman) cantano e ballano come fossero anch’essi su un palcoscenico di fronte ad un pubblico, che aspetta solo di essere intrattenuto.
I tre attori non sono gli unici ad aver partecipato al film, vi si aggiungono Jack Black e Rashida Jones e diversi sono i cammei di star che ricoprono i ruoli più disparati. Ci sono Whoopi Goldberg, Zach Galifianakis, Emily Blunt e Neil Patrick Harris, solo per citarne alcuni.
“I Muppet” è un film variopinto, divertente, nostalgico quanto basta e con la classica morale buonista e piena di sentimenti positivi che tanto furoreggia nei progetti disneyani.
Tematica centrale del film è l’importanza di affrontare le difficoltà insieme, sottolineando che si è sconfitti dalla vita solo quando noi decidiamo di buttare la spugna e arrenderci.
Il successo dei Muppet è dovuto anche a ciò che rappresentano.
Quale bambino non ha desiderato avere un peluche che prende vita e giochi con lui?
È un film per tutta la famiglia. In più parte dell'incasso andrà a Telethon per la ricerca sulle malattie genetiche.
|
|
|
Paradiso amaro |
|
|
|
Commedia1
|
|
Scritto da Francesca Caruso
|
|
martedì 31 gennaio 2012 |
|
Paradiso amaro
Titolo originale: The Descendants
USA: 2011. Regia di: Alexander Payne Genere: Commedia Durata: 110'
Interpreti: George Clooney, Shailene Woodley, Amara Miller, Nick Krause,
Patricia Hastie, Grace A. Cruz, Kim Gennaula, Karen Kuioka Hironaga,
Carmen Kaichi, Kaui Hart Hemmings, Beau Bridges, Matt Corboy
Sito web ufficiale: www.foxsearchlight.com/thedescendants
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 17/02/2012
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Francesca Caruso
L'aggettivo ideale: Riflessivo
Scarica il Pressbook del film
Paradiso amaro su Facebook
Mi piace
“Paradiso Amaro”, vincitore agli scorsi Golden Globe 2012, è diretto dal regista e sceneggiatore Alexander Payne, che ha realizzato la trasposizione cinematografica del romanzo d’esordio di Kaui Hart Hemmings, “The Descendants”.
Pubblicato nel 2009, il libro ha ottenuto un successo immediato.
Vi si racconta la storia di Matt King, avvocato di Honolulu, trovatosi improvvisamente a dover affrontare una tragica situazione familiare, che lo vede alle prese con la giovane figlia ribelle Alexandra e con la piccola e sveglia Scottie.
Tutti e tre si trovano a fare i conti con l’assenza della madre/moglie, a cui possono solo dire addio. Quando, però, Matt scopre che la moglie lo tradiva il corso degli eventi prende un’altra direzione.
Quella che Alexander Payne racconta è una storia che racchiude in sé diversi aspetti, posti tutto sullo stesso piano e che il regista analizza e sviscera durante tutto il film.
Aspetti come la famiglia, la terra, il passato e l’eredità sono temi cari all’autrice del romanzo, che Payne ha saputo sottolineare. Il film mescola amore, rabbia, incomprensioni, mai odio.
Il sentimento che Payne ha voluto far prevalere su tutti è stato l’amore che tutti i personaggi nutrono per questa moglie e madre, mettendo da parte ogni impulso egoistico e facendo la cosa giusta.
Effettivamente sono in pochi i mariti che agirebbero come Matt King, certamente è un comportamento auspicabile, data la situazione in cui si trova la moglie, difficilmente, però, si concretizza nella realtà della vita.
Ciò a cui il regista si è dedicato particolarmente è stato mettere in evidenza il contrasto tra la vita problematica di Matt King e il suggestivo ambiente naturale in cui vive. Le Hawaii sono state una scelta ben precisa e ponderata, al regista piacciono quei film che vengono caratterizzati dal luogo in cui si svolge la storia, divenendone parte integrante. Il direttore della fotografia Phedon Papamichael ha catturato la bellezza e la natura dell’ambiente in cui Matt è immerso, così tanto da far capire il conflitto interiore riguardo alla vendita della terra.
È prima di tutto la storia di un uomo e della sua maturazione riguardo ad alcuni aspetti della propria vita con cui finora non aveva fatto i conti. Se inizialmente lo si vede un uomo di mezza età confuso e in crisi con se stesso e con i suoi cari, in seguito riesce a fare chiarezza nel suo cuore e nella sua vita.
Non ha il tempo di piangere sua moglie, deve essere forte e padrone di sé per le sue due figlie e non perde la sua auto-ironia neanche nei momenti difficili.
Agli sceneggiatori è stato chiesto di fondere umorismo e pathos. Entrambi sono ben coniugati nel protagonista. Si può dire che il film poggia tutto sulle spalle del bravo George Clooney. In effetti laddove la storia appare comune e i personaggi di contorno sono perlopiù accennati, la performance di Clooney fa la differenza.
Si ha la sensazione che regista e sceneggiatori si siano dedicati in particolar modo ad approfondire il personaggio di Matt, il suo spettro interiore e il rapporto con i suoi avi, tutto il resto contribuisce, ma non è determinante, all’esito finale.
“Paradiso Amaro” non sarà percepito da tutti nello stesso modo: ci sarà colui che si identificherà con alcuni comportamenti messi in atto e chi non li riterrà credibili, anzi criticabili, ma rimane un film che farà discutere, confrontarsi e riflettere su argomenti che si tende a non considerare.
|
|
|