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The Iron Lady PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Nicola Picchi   
giovedì 26 gennaio 2012

The Iron Lady
Titolo originale: The Iron Lady
Gran Bretagna: 2011. Regia di: Phyllida Lloyd Genere: Drammatico Durata: 105'
Interpreti: Meryl Streep, Jim Broadbent, Olivia Colman, Roger Allam, Susan Brown, Nick Dunning, Nicholas Farrell, Iain Glen, Richard E. Grant, Anthony Head, Harry Lloyd, Michael Maloney, Alexandra Roach, Pip Torrens, Julian Wadham, Angus Wright
Sito web ufficiale: www.theironladymovie.co.uk
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 27/01/2012
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Apolitico
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theironlady_leggero.pngL’anziana Magaret Tatcher, confinata nella sua casa londinese di Chester Square e affetta da demenza senile, conversa amabilmente con il marito, scomparso da otto anni.
All’arrivo della figlia Carol, che la esorta a disfarsi degli effetti personali di Denis, Margaret inizia a rievocare episodi del suo passato.
E’ possibile costruire un biopic su una personalità politica di primo piano senza assumere una posizione? Apparentemente sì, a giudicare da “The Iron Lady”.
La regista Phyllida Lloyd e la sceneggiatrice Abi Morgan (Shame) ci offrono infatti quella che si potrebbe definire, con buona pace di Mordecai Richler, “La versione di Margaret”, scegliendo di assumere la prospettiva dell’ingombrante protagonista.
Ben poco viene raccontato delle controverse decisioni politiche adottate in tre mandati consecutivi, da colei che fu il più celebrato e insieme il più vituperato Primo Ministro britannico del dopoguerra.
momenti più drammatici e cruciali dei suoi 11 anni di governo (1979-90) sono relegati in filmati di repertorio, la cui unica funzione è quella di scandire cronologicamente gli eventi, ma che non chiariscono le ragioni di tanta avversione.

Eppure non si può dire che mancassero argomenti di discussione: le privatizzazioni selvagge, la chiusura di gran parte dell’industria mineraria inglese e gli scontri con il sindacato di Arthur Scargill, la brutale repressione del dissenso, la linea dura adottata verso l’IRA e la revoca dello status di prigioniero politico ai suoi militanti (ricordate Bobby Sands?), l’insensata guerra delle Falkland e l’iniqua poll-tax.
E, più di tutto, una politica economica liberista, di concerto con la Reaganomics d’oltreoceano, che aumentò la disoccupazione e la diseguaglianza tra le classi sociali, i cui frutti sono ancora oggi visibili nell’instabilità economica attuale.
Iniziò allora l’abbraccio fatale del Regno Unito con gli Stati Uniti e l’indiscriminato sostegno alla politica estera americana, proseguito poi immutato negli anni di governo di Tony Blair, che portò alle mistificazioni della seconda guerra del Golfo. Ironicamente, quegli anni videro una rinascita del cinema inglese, che non era mai stato così vitale dai tempi del Free Cinema degli anni ’60.
Film in chiave rigorosamente antitatcheriana, diretti da registi quali Mike Leigh, Ken Loach, Stephen Frears e Richard Eyre, che diedero nuovo lustro a una cinematografia ormai in declino.
Neanche la scena musicale inglese fu da meno; i “The Specials” rispolverarono per l’occasione la dylaniana “Maggie’s Farm”, mentre gli Smiths e Morrissey scrissero “Margaret On The Guillotine”.

Di carne al fuoco ce n’era insomma a sufficienza, ma “The Iron Lady” preferisce evitare polemiche, accentrando l’attenzione sulla Tatcher privata, sull’essere umano e non sull’animale politico. Quello che resta dopo tante amputazioni, è un biopic dal sapore tradizionale, con i consueti flashbacks dalla cronologia scompaginata.
Se “Il Discorso del Re” e “The Queen” si focalizzavano su due episodi storici ben definiti, qui si opta per una più tradizionale panoramica a volo d’uccello.
Lo spettatore assisterà così alla vicenda di un’eroina femminista della “working class”: la modesta figlia di un droghiere di Grantham la quale, contro tutte le avversità, riuscirà a farsi strada in un’ambiente maschilista e classista fino ad ascendere alla guida del Partito Conservatore, e poi alla carica di Primo Ministro.
Nonostante la protagonista spieghi, in una scena chiave, che per lei le idee sono più importanti dei sentimenti, tali “idee” e la loro messa in pratica rimangono oscure a chi non sia già informato dei fatti. Nell’esposizione narrativa, carriera e matrimonio vengono prima delle decisioni politiche.
Lo spettatore si trova quindi davanti all’ammirato ritratto di un’anziana signora non più in possesso delle proprie facoltà mentali, a cui non è possibile far mancare un’affettuosa solidarietà.

Regista e sceneggiatrice spiegano che “The Iron Lady” vuole essere un’opera di fiction (e si era capito), che anela niente meno che al “Re Lear” shakespeariano: una riflessione sulla follia, sulla vecchiaia e sulla perdita del potere.
Ambizioni alte, che però andrebbero ridimensionate.
Margaret Tatcher non ha la la tempra dell’eroina tragica, e non vale, in una sequenza dal kitsch insostenibile, farle abbandonare il numero 10 di Downing Street sulle note di “Casta Diva” ad elevarne la statura. Abi Morgan fa dire alla Tatcher di aver sopportato l’odio per il bene delle generazioni future, che un giorno la ringrazieranno.
Ebbene, tali ringraziamenti non sembrano essere pervenuti.
“The Iron Lady” è interamente fagocitato dalla mostruosa bravura, dalla classe e dal carisma di una monumentale Meryl Streep, che deborda da ogni fotogramma anche sotto le pesanti acconciature di J.Roy Helland e le protesi escogitate da Mark Coullier. La sua interpretazione, giustamente premiata con un Golden Globe, costituisce infatti l’unica valida ragione per vedere il film, e probabilmente anche la motivazione principale per cui quest’ultimo è stato realizzato.

La Streep coglie perfettamente l’essenza del personaggio, pur senza negarsi qualche accento impercettibilmente ironico (se non apertamente comico), nella descrizione degli anni dell’ascesa al potere. La giovane Tatcher è interpretata con severa convinzione dalla debuttante Alexandra Roach, ed ugualmente perfetti sono Jim Broadbent (Denis Tatcher), Olivia Colman (Carol) e Anthony Head (Geoffrey Howe).
La fotografia di Elliot Davis, i costumi di Consolata Boyle e la scenografia di Simon Elliott utilizzano con intelligenza una palette monocromatica per le scene che si svolgono al tempo presente, rimarcando il progressivo estraniamento dalle cose del mondo dell’anziana protagonista, riservando toni più accesi per i flashbacks.
Non che ci si attendesse dalla regista di “Mamma Mia” chissà quale rigorosa disamina del tatcherismo o una verve polemica alla Oliver Stone, ma così com’è “The Iron Lady” rimane un modesto biopic dalle ambizioni mal riposte, spesso irritante per il suo ostinato rifiuto ad esprimere un’opinione, illuminato da una straordinaria attrice che da sola vale il prezzo del biglietto.

 
Paradiso amaro PDF Stampa
Commedia1
Scritto da Daria Castelfranchi   
mercoledì 25 gennaio 2012

Paradiso amaro
Titolo originale: The Descendants
USA: 2011. Regia di: Alexander Payne Genere: Commedia Durata: 110'
Interpreti: George Clooney, Shailene Woodley, Amara Miller, Nick Krause, Patricia Hastie, Grace A. Cruz, Kim Gennaula, Karen Kuioka Hironaga, Carmen Kaichi, Kaui Hart Hemmings, Beau Bridges, Matt Corboy
Sito web ufficiale: www.foxsearchlight.com/thedescendants
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 17/02/2012
Voto: 7,5
Trailer
Recensione di: Daria Castelfranchi
L'aggettivo ideale: Autentico
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paradisoamaro_leggero.pngVincitore del Golden Globe come migliore attore in un film drammatico, George Clooney è il protagonista del bel film di Alexander Payne, The descendants, tradotto in italiano con Paradiso Amaro. Titolo che questa volta non stona come certe traduzioni insulse e insensate.
Il paradiso in questione è un immenso terreno su un’isola delle Hawaii: un terreno ereditato da Matthew e dai suoi cugini, i descendants dell’originale.
Un terreno che vale fior di quattrini e che la famiglia conta di vendere al miglior offerente per spartirsi il ricavato. Ma il paradiso è anche e soprattutto quello di Honolulu, dove vivono Matt e la sua famiglia: un paradiso solo apparente che in realtà nasconde molte insidie.

Matthew è un marito, un padre e un avvocato. Ha due figlie, una piccola e una adolescente ed una moglie in coma in seguito a un incidente in barca. La sua vita è sconvolta e per la prima volta si trova a dover essere un padre in tutto e per tutto per le ragazze che conosce ben poco: la piccola, Scottie, che usa un linguaggio assai colorito ed è amica di una bambina che guarda film pornografici. La grande, Alexandra, che non parla con la madre da mesi in seguito ad un feroce litigio e si porta appresso un amico ingombrante e spesso inopportuno.

Quando le condizioni di Elizabeth si aggravano, Matthew va a prendere Alex al college e la riporta a casa per affrontare insieme gli ultimi giorni di vita della madre, da quando le macchine sono state staccate. E’ allora che la ragazza gli svela il motivo della lite: la scoperta di un amante. Un’altra incudine sulla vita di Matthew che parte alla ricerca dell’uomo.
Un po’ per curiosità, un po’ per concedergli l’opportunità di dare l’ultimo saluto ad Elizabeth. Da qui il viaggio in un’altra isola delle Hawaii, alla scoperta di sé, del proprio compito di genitore e di marito, del proprio ruolo nella famiglia e nella società.

Tratto dall’omonimo romanzo d’esordio di Kaui Hart Hemmings, The descendants è un ritratto vivido, realistico e toccante di un uomo giunto a un bivio, che deve ricomporre la propria vita e darle un senso. E’ uno come tanti, con i suoi problemi, i suoi conflitti interiori, la difficoltà nel gestire carriera e famiglia.
E’ un personaggio vicino a quelli che Alexander Payne ha descritto nei suoi precedenti film, vedi Paul Giamatti in Sideways, o Jack Nicholson in A proposito di Schmidt. Ed è una storia ricca di emozioni ambientata in un luogo esotico, elemento che ha colpito da subito il regista. Splendida, a questo proposito, la colonna sonora che propone brani tipici hawaiani dal sapore malinconico e nostalgico.

Il racconto è costellato di riprese aeree del paesaggio incontaminato delle Hawaii, con la sua vegetazione rigogliosa, l’acqua cristallina, le ville circondate da fiori dai mille colori e mille profumi. Un vero paradiso, ma un paradiso amaro, appunto.
E lui, Matt King, ovvero George Clooney, è così vero e autentico, così ingenuo e inadeguato: è un personaggio che si fa amare e che l’attore ha interpretato in maniera eccellente, tanto da battere gli avversari ai Golden Globe e da guadagnarsi una nomination agli Oscar. The descendants – Paradiso amaro: sceneggiatura fluida, dialoghi brillanti e acuti, personaggi intimamente delineati e approfonditi.
Un film che oscilla tra commedia e dramma e che regala un’ottima prova di regia e di recitazione. Dal 17 febbraio al cinema.

 
ACAB - All Cops Are Bastards PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Daria Castelfranchi   
mercoledì 25 gennaio 2012

ACAB - All Cops Are Bastards
Titolo originale: ACAB - All Cops Are Bastards
Italia: 2011. Regia di: Stefano Sollima Genere: Drammatico Durata: 112'
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro, Marco Giallini, Andrea Sartoretti, Roberta Spagnuolo, Domenico Diele
Sito web ufficiale: www.acabilfilm.it
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 27/01/2012
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Daria Castelfranchi
L'aggettivo ideale: Disincantato
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acab_leggero.pngSulla scia di Black Block e Diaz, dal 27 Gennaio nelle sale italiane arriva ACAB, acronimo per All cops are bastards: motto degli anni ’70 che rivive nell’Italia dell’ultimo decennio e nei celerini, quei poliziotti così odiati, protagonisti del G8 di Genova, degli scontri allo stadio e di tanti fatti di cronaca nera.
Di certo quel che emerge dall’opera prima di Stefano Sollima non è un bel ritratto della polizia, o meglio del reparto mobile delle forze dell’ordine: persone istigate dall’odio, che compiono violenze spesso gratuite e inaudite ai danni non certo di santi ma neanche di bestie da macello. Ma questo era proprio l’intento del regista e dello sceneggiatore: mettere in scena l’odio che attanaglia la nostra società.
Un odio dovuto spesso alla solitudine e a una vita senza sbocchi.

I protagonisti sono fondamentalmente dei perdenti: Cobra è un uomo solo e solitario, che ha fatto dello stato e della sua difesa il suo ideale. Negro è separato ed ha una figlia, Carolina: in seguito alle percosse alla ex moglie cubana, gli viene vietato di incontrarla e questo accresce la sua già comprovata instabilità.
Mazinga ha un figlio adolescente che si è unito ad un gruppo di neofascisti. Carletto ha abbandonato la squadra e fa il guardiano in una scuola privata di élite. Per finire c’è Adriano, giunto al reparto mobile perché è quello che paga meglio: la madre sta per essere sfrattata e la casa popolare che il comune le ha assegnato è stata occupata abusivamente da una famiglia tunisina.

Altro motivo di rancore, altro fattore che scatena il razzismo insito in ognuna di queste persone che vede l’Italia come la propria casa invasa dagli stranieri. Che siano albanesi, rumeni o tunisini, non hanno diritto di stare nel nostro paese, togliendo la casa e il lavoro a chi ne ha bisogno, andando in giro a sporcare, stuprare, uccidere.
E fin qui, come ha detto l’autore del libro da cui è tratto il film, chiunque, nel profondo del suo io, potrebbe pensare che questi celerini, tutti i torti non li hanno. “Rischio morale? Sì, ma bisogna liberarsi di questo ricatto, altrimenti non si racconta più niente”.

Un film che, almeno finora, non ha sollevato proteste né critiche ma che è stato mantenuto a distanza dalle forze dell’ordine. Molto intenso e molto realistico, ACAB accenna, tenendole sullo sfondo, ad alcune pagine infamanti della storia italiana dell’ultimo decennio tra cui il G8 di Genova, la morte dell’ispettore Raciti, l’assassinio di Giovanna Reggiani, l’omicidio di Gabriele Sandri.
Il ritratto della società odierna è vivido e attuale: la regia di Sollima è coinvolgente e il montaggio sincopato trasporta lo spettatore all’interno delle vicende. I brani rock dei Clash, dei Chemical Brothers e dei White Stripes sottolineano la violenza e l’urgenza di alcune sequenze. Tratto dall’omonima opera di Carlo Bonini, il film è uno spaccato dell’Italia dal punto di vista dei celerini.

ACAB offre infatti una prospettiva diversa: non di chi subisce le violenze ma di chi le fa. E offre una visione nuova di questa gente che riceve sputi, insulti, contro cui vengono tirati oggetti. Come ha detto Favino: “l’esperienza di stare dietro a uno scudo provoca un’aggressività naturale nell’uomo. Ora capisco meglio come si sta da quella parte”.
Non bene, in effetti. L’intento di criminalizzare non c’era, c’era solo quello di raccontare dei fatti realmente accaduti.
Il risultato è buono ma non lascia ben sperare sulle condizioni del nostro paese.

 
Trê - Sé - Shalosh PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Dario Carta   
martedì 24 gennaio 2012

Trê - Sé - Shalosh
Titolo originale: Trê - Sé - Shalosh
Italia: 2011. Regia di: Elisabetta Minen, Yassine Marco Marroccu Genere: Drammatico Durata: 99'
Interpreti: Vivianne Treschow, Alberto Torquati, Massimiliano Grazioli, Werner Di Donato, Chiara Pavoni, Saverio Indrio, Alejandro, Omar Edoardo Sguazzin, Ivan Senine, Caterina Zampieri
Sito web ufficiale: www.film3.it
Sito web italiano:
Nelle sale dal: In Streaming online
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Dario Carta
L'aggettivo ideale: Generoso
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tre_se_shalosh_leggero.pngIl cinema si fa subito spazio,nello splendido soffio di immagini in apertura di un film che celebra l'uomo. E lo celebra sul palcoscenico della vita,l'esistenza concreta,reale e sofferta che è teatro di vicende tanto sottili e segrete quanto proclamate nel vibrante inno allo spettacolo di una Comèdie Humaine di ogni tempo e luogo.
Tre persone sembrano prepararsi per l'ingresso sul palco,pronti per una narrazione che li unirà in un intenso canto umano composto dalle note simboliche che ne orchestrano la melodia,terzine e sonorità di suggestioni e messaggi.
Le tre figure entrano in scena e oltre il sipario che si apre sulla storia i tre personaggi iniziano a raccontarsi,intrecciandosi sullo sfondo di Udine,città prossima ai confini,tre anch'essi ed è subito fotografia umana e indagine interiore. Irene è cristiana,di origine carnica.
In Monsignor Angelo trova il consiglio per il suo spirito in ricerca e in Pavel,ebreo ucraino provvisorio in una città che non fa sua,un amore insoddisfatto e deluso. Mehdi,musulmano dell'Iran,condivide con Pavel irrequietezza e alloggio ai margini e si carica di un'angoscia esistenziale che lo disarma alle porte di ogni iniziativa sociale,dalla comunicazione ai fallimentari rapporti di lavoro.

Tre fili intrecciano una trama che si fa tessuto sociale. Udine,città protagonista e sentita ostile,raccoglie i dialoghi di tre storie e ne fa un monologo di emozioni di uomini e vite. I registi,Elisabetta Minen e Yassine Marco Maroccu,entrano in punta di piedi in una fiaba reale e costruiscono con pazienza l'incredibile fecondità dell'ordinario quotidiano.
E come in un'opera di teatro,si materializzano in scena le comparse,comprimari sostanziali di protagonisti sospesi.
Un vecchio cieco,figura onnipresente,è arbiter super partes di vicende in preda al vento. I suoi occhi non vedono,ma chi vive nel buio vede meglio di chi guarda il sole. Un angelo del silenzio vigila senza verbo e la figura opposta è lo spirito del cattivo consiglio,il Male che integra il dualismo.

La simbologia è ovunque numerica ("...l'Uno ha generato il Due,il Due ha generato il Tre,il Tre tutte le creature... Ieri,oggi,domani,...Essere,Conoscenza,Beatitudine,...Padre,Figlio,Spirito Santo..."),nell'ossessività del Tre - tre i protagonisti,tre le religioni monoteistiche come riprese in una piccola Gerusalemme - e concettuale - la dualità,la scelta,la contraddizione.
Di Irene e Pavel,il cieco parla in termini di "grandezza e misericordia,orgoglio e umiltà,come facce di una stessa medaglia",come un cammino scandito dalla sofferenza e dalla speranza,un itinerario lacerato da lampi di luce e oscurità,come l'eterna domanda dell' uomo sulla verità e su dove questa possa essere trovata,dentro o fuori di un Credo che è sempre in stato di veglia.

Il vecchio,cieco negli occhi ma veggente delle sorti,non è attento a quanto prossimo sia ad un'oscurità ben peggiore di una vista malata e il suo sguardo sulla Speranza e Fede è preda di una sofferta controversia.
Mehdi si tormenta con fantasmi lontani e ostili ("...libera il tuo senso di colpa"- gli intima il vecchio - "...che ti imprigiona in una struttura arcaica,riscattati da un destino che non ti appartiene..."). Pavel cade nella trappola tesa fra egoismo e presunzione di amore,ferendo Irene e la sua fiducia in lui ("...tu rendi infelice la sua anima e non hai il diritto di farlo!","...che ne sai tu dell'amore?").

Fiducia tradita,errore,contraddizione,incoerenza,ovunque dualismi e significazioni ambigue spiccano fra le righe di dialoghi sottili e citazioni sornione che animano il racconto (il cane che accompagne il vecchio cieco è un biblico Tobia,divenuto cieco in seguito ad un atto di carità). Angeli e demoni,luci e ombre,Fede e sospetto danzano come sogni eleganti e trasposizioni surreali nelle suggestive immagini di un film delicato e generoso che privilegia il respiro aperto della ricerca interiore e si fa cinema silenzioso e indagatore sull'individuo,la società che lo accoglie e la realtà da cui è nutrito.
In chiusure,tre personaggi restano seduti sulle poltrone di una sala,sono vicine e nel buio assistono allo spettacolo della vita.

 
Benvenuti al Nord PDF Stampa
Commedia1
Scritto da Marco Fiorillo   
martedì 24 gennaio 2012

Benvenuti al Nord
Titolo originale: Benvenuti al Nord
Italia: 2011. Regia di: Luca Miniero Genere: Commedia Durata: 110'
Interpreti: Claudio Bisio, Alessandro Siani, Angela Finocchiaro, Valentina Lodovini, Nando Paone, Giacomo Rizzo, Nunzia Schiano, Fulvio Falzarano, Salvatore Misticone, Paolo Rossi, Ippolita Baldini, Francesco Brandi, Francesco Migliaccio, Alessandro Vighi, Gianmarco Pozzoli
Sito web ufficiale: www.medusa.it
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 18/01/2012
Voto: 6
Trailer
Recensione di: Marco Fiorillo
L'aggettivo ideale: Sincero
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benvenutialnord_leggero.pngAlle prese con il lavoro part-time dell’ufficio postale di Castellabate, con la scontenta moglie Maria (Valentina Lodovini) e con il figlio Edinson, Mattia (Alessandro Siani) riceve il trasferimento alle poste di Milano.
Qui, viene accolto dall’amico e direttore Alberto (Claudio Bisio), conosciuto anni prima proprio durante il trasferimento del milanese a Castellabate. Anche Alberto è in rotta con la moglie Silvia (Angela Finocchiaro), stanca dei troppi impegni lavorativi del marito.
Forti della loro amicizia e dei proprio valori regionali, i due dovranno riportare le loro vite sui binari giusti.

Spontaneo sequel della quasi omonima pellicola del 2010 “Benvenuti al Sud”, il nuovo “Benvenuti al Nord” riprende vicende e personaggi a tre anni dall’ultimo incontro con il grande pubblico. Mattia/Siani e Maria/Lodovini si trovano ad affrontare la vita familiare insieme al piccolo Edinson mentre Alberto/Bisio ha fatto ritorno a Milano per essere subito impegnato in un innovativo ed impegnativo progetto pilota.
Tracciate le nuove dinamiche narrative, i due protagonisti, accomunati dai problemi coniugali, vengono catapultati dalla marittima Castellabate alla nebbiosa Milano: nel capoluogo lombardo il napoletano dovrà fare i conti con agende stracolme d’impegni, pasti frugali consumati con precisa cadenza, ordine e lavoro duro. Come il Sud aveva accolto, seppure dopo varie ritrosie, il settentrionale, così il Nord ha infine accolto il meridionale, in un esplosione di ironici cliché e comici caratteri, sempre infusi in un buon andamento narrativo ben articolato dietro e davanti le telecamere. Un successo di critica e pubblico, come dimostrato dall’ottima accoglienza dei botteghini: con 1.3 milioni di euro raccolto solo nel primo giorno di programmazione, “Benvenuti al Nord” si aggiudica il terzo posto nella classifica dei migliori debutti italiani, dopo “Che Bella Giornata” e “Ho Voglia di Te”.

Che un progetto del genere sia stato assegnato a Luca Miniero sembra più che scontato: napoletano d’origine ma milanese d’adozione lavorativa, il regista ha militato a lungo nel campo pubblicitario prima di approdare al Grande Schermo, dove ha raggiunto il maggior successo proprio con “Benvenuti al Sud”. Associatosi l’unico volto nuovo, Fabio Bonifacci, Miniero riconferma in toto il cast del primo episodio.
Al fianco della fortunatissima coppia comica Siani- Bisio, le loro controparti femminili, l’ormai lanciatissima Valentina Lodovini e Angela Finocchiaro, veterana del cabaret milanese e interprete anche della divertente macchietta “Erminia”. Completano il cast comici e cabarettisti, da Katia Follesta a Carlo Giuseppe Gabardini, da Nando Paone a Nunzi Schiano.

Se la comicità fa da sottofondo alla pellicola, il vera protagonista della vicenda è il delicato bilanciamento delle due anime dello stivale. L’incontro/scontro viene risolto da Miniero e Co. nel migliore dei modi: la milanese doc Erminia e il cilentano signor Scapece usano i rispettivi dialetti per impostare la loro conoscenza, come a voler rappresentare diverse tradizioni unite in un'unica storia. Un bel messaggio articolato con leggerezza e ironia.

 
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