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The Help |
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Drammatico1
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Scritto da Daria Castelfranchi
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lunedì 16 gennaio 2012 |
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The Help
Titolo originale: The Help
USA: 2011. Regia di: Tate Taylor Genere: Drammatico Durata: 137'
Interpreti: Emma Stone, Bryce Dallas Howard, Mike Vogel, Allison Janney, Chris Lowell, Anna Camp, Sissy Spacek, Viola Davis, Ahna O'Reilly, Jessica Chastain, Aunjanue Ellis, Dana Ivey, Octavia Spencer, Cicely Tyson, Brian Kerwin, Leslie Jordan, David Oyelowo, Wes Chatham, Roslyn Ruff, Shane McRae, Ritchie Montgomery, Tarra Riggs, Tiffany Brouwer, La Chanze, Carol Sutton
Sito web ufficiale: www.thehelpmovie.com
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 20/01/2012
Voto: 8,5
Trailer
Recensione di: Daria Castelfranchi
L'aggettivo ideale: Capolavoro
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Candidato a 5 Golden Globe, vincitore di tre Critics Choice Award, dal 20 Gennaio nei nostri cinema, un film da non perdere: The Help.
Se fosse possibile, sarebbe indiscutibilmente opportuno consegnare l’Oscar per la Migliore attrice protagonista all’intero cast del film scritto e diretto da Tate Taylor.
Emma Stone, Bryce Dallas-Howard, Jessica Chastain, Viola Davis, Octavia Spencer, Sissy Spacek, Ahna O’Reilly: ognuna di loro affronta magistralmente il proprio personaggio ed instilla grande autenticità nei ruoli rappresentati.
Dalla ribelle Skeeter all’algida Hilly, dalla coraggiosa Aibileen all’indomabile Minny, passando per la genuina Celia e la svampita Missus, tutte donne la cui essenza viene mostrata in profondità e i cui destini si incrociano in una sceneggiatura scritta ad arte.
Tratto dall’omonimo best-seller di Kathryn Stockett – dieci milioni di copie in tutto il mondo – The Help è un ritratto nitido e commovente del Mississippi di fine anni ’60, quando l’interrazzialità era ancora qualcosa di inconcepibile.
Per il tema e la presenza della Spacek, non può non tornare alla mente La lunga strada verso casa - storia di una donna bianca che prende le difese dei neri, intuendo la necessità dell’uguaglianza dei diritti - privo però della verve di The Help, che unisce sapientemente storia romanzata e rievocazione di un’epoca.
E’ il 1963: le ricche donne bianche sono servite da donne nere che crescono i loro figli, curano le loro case, cucinano per i loro ospiti, spesso subendo maltrattamenti e umiliazioni. E’ a questo punto che Skeeter, appena rientrata dall’università e disinteressata a matrimonio e figli - almeno per il momento - decide di scrivere un libro nel quale le domestiche raccontano i soprusi subiti.
Il manoscritto è un segreto tra la giovane, Aibileen e Minny ma ben presto, in seguito all’arresto di un’amica, molte altre donne si uniscono per mettere nero su bianco anni di angherie.
E sul libro, che ottiene un successo strepitoso, ognuna delle conoscenti di Skeeter trova un episodio che riguarda sé o la propria famiglia.
Un cast formidabile di donne dà vita ad uno spaccato della provincia americana più falsa e imbalsamata, quella in cui le giovani signore sono agghindate dal mattino alla sera, hanno capelli cotonati fino all’inverosimile, vietano ai “negri” di usare i loro bagni perché potrebbero attaccare malattie ma non esitano a far crescere i propri figli da quelle donne così temute.
L’attenta ricostruzione degli ambienti, dei costumi, degli anni ’60 in genere si nota fin nei minimi dettagli. Lo stesso regista, l’autrice del libro ed il produttore sono infatti cresciuti a Jackson, dove è ambientata la storia, e hanno saputo trasmettere l’essenza di quella cittadina e dei suoi abitanti.
La splendida fotografia cattura la luce che si affievolisce nel corso della giornata, rischiarando e oscurando le strade e le case, mentre gli intensi primi piani incorniciano i volti delle protagoniste e i loro stati d’animo angosciati e tormentati.
Un dramma commovente e ironico, che alterna sequenze fortemente drammatiche ad altre comiche: fiore all’occhiello di queste ultime, la scena in cui Minny si vendica di Hilly preparandole una torta assai insolita.
La storia di una donna e del suo popolo viene raccontata con infinita delicatezza: dalle parole di Aibileen scaturisce un racconto lungo due ore che scorre tra lacrime di commozione e risate catartiche.
Un film impedibile, di grande bellezza, che riserverà sicuramente diverse sorprese alla prossima Notte degli Oscar.
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La talpa |
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Thriller
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Scritto da Marco Fiorillo
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lunedì 16 gennaio 2012 |
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La talpa
Titolo originale: Tinker Tailor Soldier Spy
Gran Bretagna, Francia, Germania: 2011. Regia di: Tomas Alfredson Genere: Thriller Durata: 127'
Interpreti: Gary Oldman, Kathy Burke, Benedict Cumberbatch, David Dencik, Colin Firth, Stephen Graham, Tom Hardy, Ciarán Hinds, John Hurt, Toby Jones, Svetlana Khodchenko, Simon McBurney, Mark Strong, Jared Harris
Sito web ufficiale: www.tinker-tailor-soldier-spy.com
Sito web italiano: www.cinema.yahoo.com/la-talpa
Nelle sale dal: 13/01/2012
Voto: 8
Trailer
Recensione di: Marco Fiorillo
L'aggettivo ideale: Talentuoso
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Londra, 1973. L’agente Prideaux (Mark Strong), inviato a Budapest dal capo del Circus Control (John Hurt), rimane ucciso durante l’operazione.
Un anno dopo il vertice del Circus è cambiato: Control e Smiley (Gary Oldman) sono stati dimessi insieme a molti altri colleghi, in favore della nuova conduzione di Alleline (Toby Jones), affiancato da Haydon (Colin Firth), Bland (Ciaràn Hinds), ed Esterhase (David Dencik).
Il nuovo organico dell’agenzia governativa deve però fare i conti con la minaccia d’una spia all’intero dell’organizzazione, la cui presenza potrebbe minare le attività della neo “Compagnia delle Streghe” di Alleline e Co., alle prese con una “collaborazione” con russi e statunitensi. Sulle tracce della presunta spia si mette proprio Smiley, in tandem con Peter Guillam (Benedict Cumberbatch). I sospettosi movimenti che si registrano presso l’abitazione del russo Polyakov, il rientro in Britannia dell’agente Ricki Tarr (Tom Hardy) e le nuove riguardanti la morte di Prideaux renderanno le acque più torbide per Smiley.
“Tinker, Taylor, Soldier, Spy” ,questo il titolo originale della pellicola, è tratta dall’omonimo romanzo dell’inglese John le Carrè. Professore al prestigioso Eaton College, funzionario del Foreign Office, consigliere politico ed agente del Secret Intelligence Service, le Carrè ha trovato anche il tempo di redigere una vasta collezione di romanzi di spionaggio, di cui “La Talpa”occupa il filone più recente, responsabile della sua definitiva consacrazione a scrittore. Si tratta della serie “ispirata” proprio alla sua militanza nei servizi segreti britannici, interrotta da Kim Philby, doppiogiochista del KGB che fece saltare le coperture di moltissimi agenti.
A raccogliere l’eredità cartacea di John le Carrè per farne celluloide di estrema qualità, il regista svedese Tomas Alfredson.
Il risultato è una storia raccontata con impeccabile bravura e vividezza, sia alle spalle dell’obiettivo che sul set.
Il regista sceglie una linea estremamente pulita ma non priva di talentuosissimi tecnicismi: alcune scelte, come la lunga sequenza iniziale tutta musica e immagini e le svariate soggettive irreali, hanno solamente impreziosito una direzione già ottima. Ciò che costituisce il valore aggiunto è l’implicito romanticismo che fa da sfondo alla vicenda: i lunghi silenzi di Smiley/Oldman, la scelta di non inquadrare mai il volto della sua perduta compagna, la disperazione negli occhi di Prideaux/Strong. Il tutto, riportando con leggerezza e fedeltà il composto e taciturno stile britannico: non è un caso che ogni membro del cast sia di origini britanniche, eccetto lo svedese David Dencik.
La sottile sceneggiatura di Bridget O’Connor, cui Alfredson dedica la pellicola, la fotografia d’autore di Von Hoytema e le musiche del compositore spagnolo Alberto Iglesias ribadiscono solamente l’elevato standard qualitativo del girato.
Discorso a parte lo merita il ricchissimo cast che da solo potrebbe far inneggiare al capolavoro.
Su tutti il talento sempreverde di Gary Oldman che con poche parole e molta recitazioni riesce ad emozionare come pochi.
Al suo fianco, attori rodati come Colin Firth e Mark Strong, i giovani volti di Tom Hardy, che cavalca nel migliore dei modi il successo riscosso con l’interpretazione in “The Warrior”, e Benedict Cumberbath, noto ai più nelle vesti di Sherlock Holmes nell’ultima versione seriale, e un padrino d’eccezione come John Hurt. Probabilmente, si tratta del gruppo di caratteristi più ricercati del Cinema moderno.
“Tomas è uno specialista dell’arte cinematografica, quella di poche parole. Qualcuno dice qualcosa e qualcun altro muove la mano o il piede. È lo sguardo tra due persone al posto di pagine di dialoghi. Quella è l’eloquenza di cui abbiamo bisogno”.
Alle parole di Colin Firth va aggiunto solo che siamo di sicuro dinanzi ad uno dei film protagonisti dell’assegnazione dei prossimi Oscar.
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Non avere paura del buio |
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Horror
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Scritto da Marco Fiorillo
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lunedì 16 gennaio 2012 |
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Non avere paura del buio
Titolo originale: Don't Be Afraid of the Dark
USA, Australia: 2011. Regia di: Troy Nixey Genere: Horror Durata: 99'
Interpreti: Katie Holmes, Guy Pearce, Bailee Madison, Alan Dale, Jack
Thompson, Eliza Taylor-Cotter, Julia Blake, Edwina Ritchard, Dylan
Young, Emelia Burns, Nicholas Bell, Garry McDonald, Lisa N Edwards,
James Mackay, Gabriela Iturrizaga, Ande Orbach
Sito web ufficiale: www.dontbeafraidofthedark.com
Sito web italiano: www.everyeye.it/nonaverepauradelbuio/index.php
Nelle sale dal: 13/01/2012
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Marco Fiorillo
L'aggettivo ideale: Rigoroso
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Nella sua sontuosa dimora, il pittore Emerson Blackwood mette disperatamente insieme la macabra ricompensa per il riscatto del figlio di otto anni, rapito da strane creature che abitano la villa: l’artista uccide una domestica e ne asporta i denti.
Molti anni dopo, la piccola Sally (Bailee Madison) lascia la madre a Los Angeles per raggiungere il padre Alex (Guy Pearce) nel Rhode Island. Alex si è da poco trasferito proprio nella tenuta Blackwood insieme alla nuova campagna Kim (Katie Holmes), con cui l’ha restaurata e preparata alla vendita. L’arrivo di Sally risveglia, però, le creature abitanti della dimora.
La pellicola rispolvera l’omonimo film per la televisione diretto nel 1973 da John Newland, di cui riadatta gli schemi tecnici alla migliore sistemazione sul Grande Schermo e rimaneggia la storia a favore dei tempi che cambiano. Il risultato è un horror dalle venature popolar-religiose perfettamente mischiato ad una vicenda familiare.
Sally/Madison si trova a fare i conti, prima che con una villa stregata, con due genitori lontani geograficamente e emotivamente: come un pacco da consegnare viene catapultata nel nuovo mondo del padre e della sua compagna Kim/Holmes, con cui stabilisce, almeno nelle prime battute, un rapporto conflittuale, come testimoniato da alcune scelte registiche (vedi le sequenze in aeroporto e le battute riguardanti la spilla di Kim). Corre sugli stessi binari la vicenda orrorifica, che trova buona realizzazione nell’intreccio di leggenda, cultura popolare e sindromi psicologiche: tematiche “modaiole”, affrontate, però, con originalità, come dimostra l’inaspettato finale.
La sapiente conduzione registica, la voglia di indagare il mondo dell’infanzia nelle sue svariate sfaccettature ed il particolare richiamo alle opere di Arthur Machen, farebbero giustamente pensare alla firma di Guillermo del Toro a fine pellicola. Stupisce, e non poco, che il maestro messicano si sia interessato solo della sceneggiatura, insieme al collega Matthew Robbins, e della produzione, affiancando Mark Johnson.
Un ambivalenza stilistico- tematica, questa, giustificata dalla scelta del direttore dei lavori: Troy Nixey, comic book artist posto da qualche tempo sotto l’alta protettiva di del Toro, che gli affida un progetto in cui ha, volente o nolente, infuso parte della proprio cultura cinematografica e del proprio animo.
Ad un’analisi più accurata, ciò che allontana Nixey dal suo mentore è la maggiore attenzione dimostrata per la resa sensoriale, esulando da quella interiorizzazione del male che tanto impreziosisce le opere di del Toro.
Dietro le telecamere, il talento della coppia protagonista, Nixey- del Toro appunto, si affianca la più che mai adatta direzione fotografica del britannico Oliver Stapleton e il commento musicale di Marco Beltrami, l’allievo di Jerry Goldsmith singolo rappresentante italiano nell’Olimpo hollywoodiano.
Davanti le telecamere, una giovane conferma assai gradita e due ritorni altrettanti piacevoli. Ai beniamini Katie Holmes e Guy Perce si aggiunge, infatti, la piccola Bailee Madison: apparsa per la prima in “Un Ponte per Terabithia”, Bailee diede sfoggio di tutto il suo talento in “Brothers”, con un’interpretazione forte ed emozionante.
L’età ed i già numerosi premi vinti fanno sperare in una carriera più che rosea.
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L'incredibile storia di Winter il delfino |
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Drammatico1
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Scritto da Marco Fiorillo
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lunedì 16 gennaio 2012 |
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L'incredibile storia di Winter il delfino
Titolo originale: Dolphin Tale
USA: 2011. Regia di: Charles Martin Smith Genere: Drammatico Durata: 113'
Interpreti: Harry Connick jr., Ashley Judd, Nathan Gamble, Kris Kristofferson, Cozi Zuehlsdorff, Morgan Freeman, Austin Stowell, Austin Highsmith, Betsy Landin, Juliana Harkavy, Megan Lozicki, Jim Fitzpatrick, Kim Ostrenko, Michael Roark, Richard Libertini, Ray McKinnon, Frances Sternhagen
Sito web ufficiale: www.dolphintalemovie.warnerbros.com
Sito web italiano: wwws.warnerbros.it
Nelle sale dal: 13/01/2012
Voto: 6
Trailer
Recensione di: Marco Fiorillo
L'aggettivo ideale: Buonista
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Persi i contatti col padre, Sawyer (Nathan Gamble), vede allontanarsi anche l’affezionato cugino Kyle (Austin Stowell), in partenza per l’Iraq.
La noia d’un’estate trascorsa tra i banchi di scuola viene stravolta dal ritrovamento di un esemplare di delfino, arenatosi in spiaggia e immediatamente trasportato all’Ospedale Marino di Clearwater, dove riceve le prime cure del dott. Clay (Harry Connick Jr.) e di sua figlia Hazel (Cori Zuehlsdorff). Col passare del tempo, Sawyer, pienamente accolto nello staff dell’ospedale, stringe un saldo rapporto col cetaceo, Winter, che intanto ha dovuto subire l’amputazione della coda e la conseguente malformazione del midollo spinale.
Intanto una tempesta si abbatte sulle coste della Florida, rovinando parte delle attrezzature della struttura, già prossima alla chiusura, e Kyle viene coinvolto in un’esplosione, riportando la perdita dell’utilizzo della gamba destra.
L’incidente permette a Sawyer di fare la conoscenza dello strambo dott. McCarthy (Morgan Freeman), a cui il piccolo chiederà la costruzione d’una protesi che possa sostituire la coda di Winter. Quando la chiusura dell’ospedale è ormai prossima, il miracolo scatenato dal delfino consumerà il suo ultimo atto.
La pellicola si ispira alla storia vera di Winter, una femmina di delfino salvata nel Dicembre del 2005 in Florida.
L’animale era stata trasportata dalle onde fino alla spiaggia dopo essersi impigliata in una trappola per granchi; le lesioni riportate le fecero perdere l’uso della coda, sostituita da una particolare protesi, successivamente usata anche in interventi sugli umani. Tutt’oggi, Winter vive felice al Clearwater Marine Aquarium.
Si fa testimone di questa incredibile vicenda il regista statunitense Charles Martin Smith, sottoponendola ad un ampio rimaneggiamento cinematografico che non ne viola l’anima. Il risultato è una storia d’amicizia, quell’amicizia pura e disinteressata che solo un bambino può e sa concedere.
È il ritorno ad un tipo di cinema che da un po’ mancava all’appello, di quello tra il fanciullesco e l’impegnato che riunisce la famiglia intera sul divano la domenica pomeriggio.
Il tutto indirizzato alla narrazione del profondo rispetto per tutti coloro che ogni giorno devono fare i conti con una disabilità, siano essi animali feriti dall’uomo, soldati di ritorno dal fronte o bambini che con la propria “diversità” ci convivono dalla nascita.
“E’ questo il vero messaggio, non rinunciare alla speranza”: non potevano essere più giuste le parole del piccolo Gamble.
Quando le premesse sono di questo genere, evidenziare errori di conduzione registica o recitative sembra superfluo.
Ci limiteremo a condannare gli evidenti e numerosi cliché di genere e l’uso, del tutto inutile, del 3D.
Al suo ritorno dietro le telecamere, Charles Martin mette in insieme un cast che bilancia ebne interpreti consumati e volti nuovi.
Domina lo schermo il giovanissimo Nathan Gamble: dopo le prime apparizioni in “Babel” e “Il Cavaliere Oscuro”, arriva la definitiva affermazione nell’horror disneyano “The Hole”.
Al suo fianco, un’altra giovanissima, Cozi Zuehlsdorff, i rodati Harry Connick Jr, anch’egli di ritorno sui set dopo una lunga assenza, e Ashley Judd, e il patrocinato di Kris Kristofferson e del senatore hollywoodiano Morgan Freeman.
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Hindsight |
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Thriller
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Scritto da Nicola Picchi
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domenica 15 gennaio 2012 |
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Hindsight
Titolo originale: Pureun Sogeum
Corea: 2011. Regia di: Lee Hyun-seung Hitoshi
Genere: Thriller
Durata: 121'
Interpreti: Song Kang-ho, Shin Se-kyung, Yoon Yeo-jeong, Chun Jung-myung, Kim Min-jun
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 5
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Caramellato
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Il leggendario gangster Yoon Doo-hun si è ritirato a vita privata a Busan, e sogna di aprire un ristorante. Frequentando la scuola di cucina, incontra la giovane Se-bin, senza sapere che la ragazza ha il compito di sorvegliarlo.
Ritorno alla regia di Lee Hyun-seung a undici anni dagli slittamenti temporali de “Il Mare”, mélò che meritò il dubbio onore di un remake americano, “Hindsight” si è rivelato un flop sia di critica che di pubblico, nonostante la presenza di un grande attore come Song Kang-ho.
Neanche lui, infatti, è in grado di operare miracoli, avendo a disposizione una sceneggiatura (dello stesso regista) improbabile, con dialoghi risibili e personaggi monodimensionali.
Un fallimento di alto profilo visti i nomi coinvolti, ma senza dubbio meritato.
Caramellato nella fotografia ai limiti dell’intollerabilità, alla maniera di alcune commedie coreane, “Hindsight” soffre di una sceneggiatura farraginosa, inutilmente complicata e densa di clichè, che si accumulano l’uno sull’altro senza costrutto.
La miscela di generi (mélò, commedia, gangster movie) operata da Lee è auspicabile se si è in grado di assicurare un certo grado di coerenza all’insieme, altrimenti c’è il rischio di inabissarsi nel velleitario, come infatti è accaduto al regista.
L’incipit è ridicolmente esasperato: Se-bin spara a Doo-hun, che precipita in slow-motion in una salina. A questo punto parte il provvidenziale flashback, che ci svela i retroscena della vicenda. In punto di morte il boss Man-gil, investito da un’auto, ha designato Yoon come suo successore. Accade però che non tutti condividano questa sua decisione, e che il malcapitato Yoon venga prima posto sotto sorveglianza, e poi condannato a morte.
Le inevitabili complicazioni coinvolgono una gang di Busan con cui Eun-jung, amica di Se-bin, è pesantemente indebitata, e la mafia di Seoul, che affida il contratto a un’agenzia di hitman, guidata con pugno di ferro dalla venerabile Yoon Yeo-jeong di “The Housemaid”, la quale, occhialoni anni ’60 compresi, nel ruolo di Madame Kang non avrebbe sfigurato nella parodia “Dachimawa Lee di Ryoo Seung-wan.
Il nocciolo della questione è che Doo-hun e Se-bin s’innamorano, e la ragazza è alquanto riluttante a portare a termine l’incarico.
Tutto è glamour in maniera fastidiosamente artificiosa, dalle ambientazioni alla stucchevole fotografia di Kim Byeong-seo, fino alle oleografiche inquadrature dei panorami e della spiaggia di Busan, che non stonerebbero in un calendario dell’ente del turismo.
Lo stile eccessivo, glassato e stucchevole contrasta in maniera stridente con la materia del film, e non valgono due sequenze ottimamente costruite, quali l’aggressione a Doon-ho nell’appartamento o l’inseguimento in auto nella campagna, a risollevare le cose. Un confuso plot secondario che coinvolge Eun-jung, Se-bin e una partita d’eroina si accredita tra le divagazioni non necessarie, mentre il finale, assurdo e imbarazzante, affonda definitivamente “Hindsight”.
Tra l’altro il titolo internazionale è immotivato, mentre quello originale (sale blu) ha a che fare con le ossessioni culinarie di Doo-hun, con la salina in cui si ambienta il sottofinale, e con un escamotage conclusivo che è meglio non svelare.
Viene voglia di raccomandare a Lee Hyun-seong di attendere altri undici anni prima di proporre la sua prossima opera, e magari di affidarsi nel frattempo a uno sceneggiatore professionista.
L’inconsistenza dei caratteri è infatti, assieme allo stile fine a se stesso, l’altro grande problema del film.
Né Se-bin, ex promessa del tiro al bersaglio la cui carriera è stata stroncata da un incidente stradale, né il serafico Doo-hun sono minimamente credibili, e non valgono le scandalizzate osservazioni di One-Eye sulla differenza d’età della coppia, nè il fatto che i due piccioncini trascorrano una serata al karaoke o andando a vedere “Sunny”, a farci credere nemmeno per un attimo alle loro schermaglie amorose.
Song Kang-ho se la cava con la consueta professionalità e un impegno degno di miglior causa, sopravvivendo con dignità all’insipienza dello script, e anche Shin Se-kyung (Se-bin) è discretamente brava nel ruolo della killer controvoglia.
Sostanzialmente una storia d’amore tra un’assassina e il suo bersaglio, “Hindsight” si può raccomandare solo ai fan di Song Kang-ho, mentre gli altri possono tranquillamente astenersi.
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