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Capodanno a New York PDF Stampa
Commedia
Scritto da Daria Castelfranchi   
giovedì 22 dicembre 2011

Capodanno a New York
Titolo originale: New Year's Eve
USA: 2011. Regia di: Garry Marshall Genere: Commedia Durata:118'
Interpreti: Robert De Niro, Ashton Kutcher, Zac Efron, Katherine Heigl, Jessica Biel, Sofía Vergara, Carla Gugino, Sarah Jessica Parker, Sara Paxton, Michelle Pfeiffer, Abigail Breslin, Hilary Swank, Josh Duhamel, Alyssa Milano, Lea Michele
Sito web ufficiale: www.newyearsevemovie.warnerbros.com/index.html
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 23/12/2011
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Daria Castelfranchi
L'aggettivo ideale: Corale
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capodannoanewyork_leggero.pngSi potrà dire che il film di Garry Marshall trabocca di buoni sentimenti e che sembra un grande spot commerciale – Josh Duhamel che prende un Disaronno, il cartellone di Sherlock Holmes – gioco di ombre in Times Square ed altro – ma per chi ama i film corali, quelli zeppi di attori famosi, ambientati in una città fantasmagorica, affascinante e romantica come New York, in cui possibilmente ci sia qualche bell’attore a catturare la scena – ovvero Josh Duhamel, Zac Efron e Ashton Kutcher – e viceversa spicchi un cast di bellezze femminili tra cui Halle Berry, Jessica Biel e Katherine Heigl, ecco, Capodanno a New York è il film perfetto.

Un cinepanettone made in Hollywood decisamente più piacevole dei nostri, con qualche spunto di riflessione, seppur banale, e una serie di storie che si intrecciano, facendoci adorare ogni singolo personaggio.
Dalla riservata e apatica Michelle Pfiffer - decisamente invecchiata - al moribondo Robert De Niro, pieno di rimpianti: dal ribelle Ashton Kutcher all’intensa Halle Berry, passando per Sarah Jessica Parker, Josh Duhamel, Zac Efron, Jessica Biel, Hillary Swank, Katherine Heigl, Jon Bon Jovi, Jim Belushi.
Per quest’ultimo solo un cammeo, per molti una parte di pochi minuti, vedi Hector Elizondo: il risultato è un film che sorprende di continuo per l’apparizione di questo o quell’altro mostro sacro di Hollywood.

Strappalacrime l’episodio con Robert De Niro e Hillary Swank, ottimista quello con Zac Efron e Michelle Pfiffer, divertente quello con Jessica Biel, romantico quello con Ashton Kutcher e Lea Michele: ce n’è davvero per tutti i gusti in quello che sembra un trattato sull’amore che svela le varie facce del sentimento, durante la serata più entusiasmante della Grande Mela.

Spesso intuibile, fin troppo patinato ma comunque godibile: un toccasana per chi è giù di morale o per chi vuole solo divertirsi e rilassarsi. Perché, signori, il cinema nasce principalmente per questo: per intrattenere e, come spettacolo d’intrattenimento, Capodanno a New York è impeccabile, fosse anche solo perché mette in scena la magia dell’ultima notte dell’anno, tra le mille luci di Times Square e la sfera che scende a mezzanotte in punto.

Divertenti i bloopers finali, in cui gli attori cambiano il finale della storia o si scambiano di ruolo.
Dialoghi e sceneggiatura funzionano seppur prevedibili e a tratti stucchevoli ma a fare da padroni, questa volta, sono la location e i protagonisti: ognuno scelga la sua storia, si prenda un bel bicchierone di pop corn e si goda la fine del 2011.

 
Il principe del deserto PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Francesca Caruso   
mercoledì 21 dicembre 2011

Il principe del deserto
Titolo originale: Black Gold
Francia, Italia: 2011. Regia di: Jean-Jacques Annaud Genere: Drammatico Durata: 130'
Interpreti: Tahar Rahim, Antonio Banderas, Mark Strong, Freida Pinto, Riz Ahmed., Akin Gazi, Liya Kebede, Corey Johnson, Eriq Ebouaney, Jan Uddin, Driss Roukhe, Ziad Ghaoui
Sito web ufficiale: www.blackgold-themovie.com
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 23/12/2011
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Francesca Caruso
L'aggettivo ideale: Mutevole
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ilprincipedeldeserto_leggero.pngJean-Jacques Annaud torna nuovamente dietro la macchina da presa per realizzare un film epico ambientato in una terra ancora troppo poco battuta dal cinema.
Annaud è da sempre affascinato dal mondo arabo e avrebbe voluto da tempo esplorare quelle regioni con l’occhio della cinepresa.
Oggi quel desiderio si è concretizzato con “Il Principe del Deserto”. Tratto dal romanzo “South of the Heart” di Hans Ruesch (edito in Italia col titolo ‘Paese dalle ombre corte’), il regista non ha preso spunto dal “Lawrence d’Arabia”(1962) di David Lean.
La proposta è venuta dal produttore Tarak Ben Ammar, il quale da tempo voleva dare vita a un film che desse “una visione positiva del mondo arabo e dell’Islam”.

In Arabia, all’inizio del ventesimo secolo, l’emiro di Hobeika, Nesib, stabilisce che la Striscia Gialla è da considerarsi terra di nessuno e impone allo sconfitto Amar, sultano di Salmaah di lasciargli i due figli maschi, Saleeh e Auda, sotto la sua custodia, adottandoli.
Dopo alcuni anni Nesib riceve la visita di un petroliere texano, che gli prospetta immense ricchezze grazie al petrolio che giace sotto la Striscia Gialla.
L’emiro invia Auda a parlare con Amar e convincerlo dell’enorme opportunità di guadagno per il suo popolo. Diversi sono gli aspetti del mondo arabo messi in evidenza da Jean-Jacques Annaud, c’è molto della cultura araba, dei suoi usi e costumi. L’intento del regista è stato quello di conferire al film una visione onesta di questo mondo, “mi sono documentato molto e ho interpellato degli esperti per raccontare questa cultura” ha dichiarato il suddetto, raccontandola dal punto di vista arabo e non, come farebbe un occidentale, dal punto di vista di uno straniero che osserva questo popolo.
Ciò, però, che gli è premuto di più fare è narrare la trasformazione a cui va incontro il protagonista durante lo svolgimento della storia. Quando Annaud sceglie una storia da realizzare è interessato alla presenza di personaggi che cambiano, diventano qualcosa di diverso rispetto all’inizio del film.

“Tutti i miei personaggi hanno un fondo comune, sono tutti individui che subiscono una trasformazione, una crescita, durante l’arco del film” ha spiegato Annaud (durante la conferenza stampa romana).
In effetti quando incontriamo il principe Auda per la prima volta lo vediamo assorto nei suoi libri, vivere in un mondo a parte, un ragazzo timido e introverso, che non ha mai tenuto un’arma in pugno, disinteressato alla guerra e ai problemi che lo circondano.
È un individuo combattuto tra gli opposti punti di vista dei suoi due padri e il loro modo di essere.
Quando però verrà messo con le spalle al muro e sarà costretto a guardare in faccia ciò che gli accade intorno, perderà la sua ingenuità e si scoprirà un leader carismatico, un uomo che saprà usare l’intelletto come una spada affilata e diventare re.
Il tema che sta alla base de “Il Principe del Deserto” è quello dello scontro generazionale riguardo il progresso e la modernità. Se da un lato il giovane Auda ed anche la principessa Leyla comprendono quanto sia importante modernizzarsi, dall’altro il sultano Amar, come i membri del suo Consiglio, credono nel conservatorismo.
Persino la medicina moderna è bandita e il petrolio viene visto come un demonio.

Gli attori scelti da Annaud provengono da tutto il mondo al fine di rappresentare meglio le diverse etnie della Penisola Arabica.
I tratti somatici si differenziano per le influenze fornite da diverse parti del mondo: dall’India alla Spagna, dal Pakistan alla Turchia. “Il Principe del Deserto” è un film ambizioso, intervallato dall’azione degli scontri nel deserto e da momenti che si avvicinano alle ‘Mille e una notte’, c’è chi amerà di più l’atmosfera creata dalla prima e chi, invece, la seconda. A volte ci si trova di fronte ad alcuni dialoghi un po’ stereotipati e poco pertinenti al momento delineato, questo, però, lo ha voluto lo stesso regista intenzionato a far scaturire la risata nello spettatore.
Ciò lo si riscontra soprattutto nel personaggio di Nesib, un ironico Antonio Banderas, che è riuscito a bilanciare bene i volti del suo personaggio. “Il Principe del Deserto” ha in sé gli elementi per soddisfare un pubblico variegato: avventura, epicità, azione, romanticismo, conflitti filiali, tutto questo amalgamato quanto basta per ammaliare l’occhio di chi guarda.

 
Le idi di Marzo PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Francesca Caruso   
mercoledì 21 dicembre 2011

Le idi di Marzo
Titolo originale: The Ides of March
USA: 2011. Regia di: George Clooney Genere: Drammatico Durata: 98'
Interpreti: George Clooney, Ryan Gosling, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Jeffrey Wright, Max Minghella, Danny Mooney, Lauren Mae Shafer, Wendy Aaron, Hayley Madison
Sito web ufficiale: www.theidesofmarch.com
Sito web italiano: www.ididimarzoilfilm.it
Nelle sale dal: 16/12/2011
Voto: 7,5
Trailer
Recensione di: Francesca Caruso
L'aggettivo ideale: Spiazzante
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leididimarzo_leggero.png“Le idi di marzo” è il nuovo film di George Clooney, impegnatosi a scriverlo, interpretarlo, dirigerlo e produrlo. Tratto dall’opera teatrale “Farragut North” di Beau Willimon, che ha scritto la sceneggiatura del film insieme a Clooney, il film racconta la storia di un giovane idealista, Stephen Meyers, che lavora come addetto stampa del governatore Mike Morris.
Stephen crede nel suo candidato alle presidenziali, ma alcuni avvenimenti destabilizzeranno tutti i suoi valori, portandolo a perdere ciò che di più prezioso possiede: l’integrità.

Quello di fronte al quale ci si trova non è un film politico sulla politica, ma piuttosto un thriller politico, in cui man mano che la storia si sviluppa diventa sempre più avvincente e ricco di suspense.
È un film che sembra portare su una strada, ma ha un cambio di registro diretto con maestria, che spiazza lo spettatore e lo fa assistere alla trasformazione etica e morale del protagonista.
Il cinismo, i complotti di potere e le manipolazioni che Stephen aveva tenuto a distanza, perché fermamente convinto che ci possa essere ancora oggi un politico onesto, lo inghiottono.

L’intento di Clooney è stato quello di mostrare il dietro le quinte della polita e che questa facesse da sfondo a ciò che gli premeva di più sottolineare: la trasformazione del personaggio principale e le motivazioni che lo portano a cambiare. Tutto ruota intorno a Stephen, al suo percorso lavorativo ed emotivo. Con lui si apre e si chiude il film, la macchina da presa segue tutti i suoi passi, senza mai abbandonarlo.
Diversi sono stati i cambiamenti effettuati rispetto al testo teatrale. Il governatore Morris, per esempio, non compare mai a teatro. Clooney ha voluto creare un personaggio forte, di cui tutti si fidano ciecamente, compreso lo spettatore, e per il quale simpatizzano, per poi lasciarli di stucco. Il regista sembra aver assimilato bene le regole di Alfred Hitchcock, un maestro nello stupire il pubblico come nel suo celeberrimo Psycho e in tutta la sua filmografia. Hitchcock è riuscito sempre a creare qualcosa di inaspettato e imprevisto che rende ancora oggi i suoi film dei capolavori assoluti.

Quello tratteggiato da Clooney è un film sulla moralità, sull’etica e su cosa si è disposti a fare per ottenere ciò che si vuole, dichiarando apertamente, attraverso i suoi personaggi, quanto sia irrealistico pensare di raggiungere una posizione di potere rispettando le regole. Dalla posizione più bassa alla presidenza i compromessi e gli atteggiamenti sleali sono all’ordine del giorno.
In un mondo perfetto le cose non dovrebbero andare così, ma questo è il mondo in cui viviamo. Nessun personaggio è pulito. Tutti in un modo o in un altro piegano le regole al proprio interesse personale, tradiscono, manipolano e seducono senza pensare minimamente alle conseguenze e a chi hanno di fronte.
Per ciò che riguarda le scelte attoriali, il talento messo insieme per “Le idi di marzo” è strepitoso, ad iniziare da Ryan Gosling in un’interpretazione superba. Riesce a passare con disinvoltura nei vari stati d’animo in cui Stephen si viene a trovare, facendoci identificare col suo conflitto interiore.

Le riprese sono state effettuate in location realmente esistenti a Cincinnati e nel Kentucky settentrionale, per gli interni ci si è spostati a Detroit.
“Le idi di marzo” è un film che saprà coinvolgere e stupire, non bisogna essere esperti di politica per rimanere catturati dalla narrazione. Clooney è riuscito a dar vita ad una pellicola di ottima fattura sotto tutti i punti di vista.

 
La Cosa (2011) PDF Stampa
Fantascienza
Scritto da Dario Carta   
martedì 20 dicembre 2011

La Cosa (2011)
Titolo originale: The Thing
USA, Canada: 2011. Regia di: Matthijs van Heijningen Jr Genere: Fantascienza Durata: 103'
Interpreti: Mary Elizabeth Winstead, Joel Edgerton, Jonathan Walker, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Eric Christian Olsen, Ulrich Thomsen, Kim Bubbs, Stig Henrik Hoff, Trond Espen Seim, Jørgen Langhelle, Kristofer Hivju, Jan Gunnar Røise, Jo Adrian Haavind, Henrik Hoff, Dan Cristofori, Joe Vercillo
Sito web ufficiale: www.thethingmovie.net
Sito web italiano: www.cinema.universalpictures.it/website/lacosa
Nelle sale dal: 04/05/2012
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Dario Carta
L'aggettivo ideale: Promosso!
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lacosa2011_leggero.pngAntartide,inverno 1982. Un cingolato avanza fra i ghiacci accecanti. A bordo ci sono tre persone.
Un uomo racconta una barzelletta sconcia,un altro ride,il terzo è intento ad ascoltare i segnali della radio di bordo. In sottofondo ritma il battito monotonico,simile al pulsare di un cuore,che 30 anni fa chiudeva un film dallo stesso titolo.
L'uomo alla radio rompe l'atmosfera goliardica e chiede silenzio;dalla radio gli arriva un segnale troppo particolare per essere ignorato. Trent'anni fa "La Cosa" di Carpenter apriva sullo stesso biancore infinito. Sulla distesa gelata,al posto del veicolo,correva un cane.
Da un cielo molto vicino,un elicottero gli piombava addosso con a bordo degli uomini armati di fucile. Urlando,gli uomini sparano al cane. Ma il cane riesce a fuggire e trova riparo in un centro di ricerca americano.

Sono le immagini in apertura di un cult reso capace di superare qualsiasi tempo senza ferirsi dei segni dell'età,icona di un cinema per ogni epoca e ogni pubblico che allora,piombato nel buio delle sale,sgranava gli occhi su queste immagini,trattenendo un respiro smorzato e domandandosi all'unisono del perchè nel mezzo del Polo Sud,un cane venisse braccato in quel modo.

Carpenter aveva già raggiunto il suo obiettivo in pochi secondi di pellicola. Il regista Matthijs van Heiningen Jr. apre "The Thing",suo lavoro d'esordio per il grande schermo,sviluppando un equivalente senso di stridente disarmonia fra due situazioni in conflitto fra loro,una ilare e grottesca - la barzelletta - e la successiva allarmante e montata su due componenti che violentano la quieta apparenza,trasformandola nell'atmosfera innaturale del mistero e del pericolo.
Nel film di Carpenter,al primo movimento - il cane - fa seguito la tragedia consumata in fretta alla base americana,con l'uccisione dei norvegesi. Con la loro morte,il motivo della caccia al cane non potrà essere spiegato. Dopo la premessa,il film comincia a narrare la sua storia. A nemmeno 4 minuti dall'inizio di "The Thing",van Heijningen spezza i respiri del pubblico frantumando la crosta di ghiaccio e facendo precipitare il cingolato nel ventre della tundra.
Anche qui,il film inizia il suo racconto. Quello che segue è la storia di quanto successe prima dei fatti narrati da Carpenter.

Terzo adattamento per il cinema del romanzo di John W. Campbell "Who Goes There?",cui Howard Hawks si ispirò per produrre il suo "La Cosa da un altro mondo" ("The Thing From Another World"),diretto da Christian Nyby,classico della Scince Fiction con abbondanti dosi di un orrore che allora fu forte allegoria dei pericoli d'oltrecortina e alla minaccia marxista (cfr. "L'invasione degli ultracorpi"). Van Heijningen resta fedele allo schema del suo predecessore del 1982,esamina a fondo il linguaggio del film di Carpenter e lo elabora in un lavoro con identità e personalità proprie,pur nei fitti richiami ai titoli del catalogo del fanta-horror di cui l' "Alien" di Scott aveva aperto la pagina di un nuovo capitolo solo tre anni prima del lavoro di Carpenter (si veda la sequenza dell'astronave aliena sepolta nei ghiacci da 100.000 anni e,per confronto,la sequenza della scoperta dell'astronave madre aliena nel lavoro di Scott,o l'analogia fra i due film nelle sequenze in cui le creature irrompono nella realtà rispettivamente dell'equipaggio e degli scienziati,esplodendo da un corpo umano e dalla nave spaziale,rendendosi libero pericolo invisibile e inafferrabile.

Come in "Alien" e in "La Cosa",qui il protagonista è la paura,elemento senza linguaggio,che parla attraverso i silenzi dell'ignoto,pescando nel profondo delle ansie e dell'inquietudine e beneficiando di un ritmo narrativo intenso e vibrante e di un impianto scenografico fortemente condizionante l'immaginario.
Van Heijningen imposta una sottrotrama sociale,ponendo un accento particolare sul confronto fra le squadre americane e norvegesi,qui raccontato quasi nei termini di un conflitto culturale che a sua volta va ad alimentare il clima di sospetto e ambiguità che innerva la narrazione. Nessuno dei personaggi della storia è messo in particolare risalto sulla scena.
Il protagonismo qui è situazionale e beneficia l'atmosfera di tensione e di ansia che si viene a creare per un pericolo senza una forma e un'identità propria. Dopo lo scontro iniziale fra lo scienziato norvegese Sander (Ulrich Thomsen) e Kate (Mary Elisabeth Winstead),paleontologa reclutata dal ricercatore per studiare la formazione dei ghiacci che custodiscono la nave aliena,il clima di tensione fra i due gruppi si inasprisce,la figura caratteriale di Kate cambia aspetto nel contesto del racconto e le posizioni dei personaggi retrocedono,per lasciar posto alla suspence che pervade il racconto,diversamente dal lavoro di Carpenter,dove le attenzioni sono costantemente rivolte alla figura di Kurt Russell.

Kate resta al timone come nuova Ripley,personaggio chiave rimasto solo a dare la forma al rapporto fra uomo e pericolo. Il regista tesse il suo racconto ricorrendo spesso agli stilemi visivi del film di Carpenter,inquadrature di corridoi vuoti,prospettive quasi deformate,desaturazioni cromatiche,disturbanti contrasti fra interni soffocanti ed esterni lacerati dalle intemperie,cadute di suoni e rumori. E,un po' dovunque,un cane.
Van Heijningen supera il pericolo del deja vu,risolvendo il problema di un'emozione per uno stupore già raccontato trent'anni fa con gli stessi effetti e lo stesso linguaggio,allora competenti a quel periodo,oggi più digitali ed elaborati.
La discriminante è generazionale. Chi avesse visto Carpenter,potrebbe avere in sofferenza il senso di sorpresa per qualcosa di già raccontato. Chi incontrasse la storia per la prima volta con Van Heijningen,potrebbe privilegiare di una verifica con un confronto con il cult che gli fa da sequel.
"The Thing" è benvenuto testimone del cinema dello spettacolo,lavoro di questa epoca ,felice coniugazione fra horror e fantascienza e riuscito capitolo nuovo di un'avventura con così tanti anni addosso,ripresa e declinata per questi tempi e pervasa da una tensione mai allentata dall'incipit all'epilogo mixato con i titoli di coda. Da qui ricomincerà Carpenter.

 
Il Gatto con gli Stivali PDF Stampa
Animazione
Scritto da Marco Fiorillo & Pier Lorenzo Pisano   
martedì 20 dicembre 2011

Il Gatto con gli Stivali
Titolo originale: Sherlock Holmes: A Game of Shadows
USA: 2011. Regia di: Chris Miller Genere: Animazione Durata: 90'
Interpreti: (Voci) Antonio Banderas, Salma Hayek, Billy Bob Thornton, Zach Galifianakis, Amy Sedaris, Walt Dohrn, Zeus Mendoza
Sito web ufficiale: www.pussinbootsthemovie.com
Sito web italiano: www.ilgattoconglistivali-ilfilm.it
Nelle sale dal: 16/12/2011
Voto: 6
Trailer
Recensione di: Marco Fiorillo & Pier Lorenzo Pisano
L'aggettivo ideale: Scontato
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ilgattoconglistivali_leggero.pngDopo sette anni di peripezie, il Gatto con gli Stivali, ritrova Humpty, amico fraterno da cui si era allontanato quando lo aveva costretto con l’inganno a compiere una rapina.
Nonostante i dissapori passati i due decidono di fare nuovamente squadra, insieme alla gattina Kitty Zampe di Velluto, per realizzare il sogno d’infanzia: trovare i fagioli magici e raggiungere il Castello che custodisce l’Oca dalle uova d’oro.

Un po’ Danny Ocean, un po’ “C’era una volta in Messico”, un po’ Zorro, Il Gatto con gli Stivali viene presentato come un donnaiolo spaccone veloce di spada e di mano.
Un’inedita versione del personaggio fiabesco creato generazioni or sono, che rientra in quel progetto di rivisitazione tanto appoggiato dall’animazione moderna, e di cui è stato partecipe proprio Chris Miller, approdato alla regia de “Il Gatto con gli Stivali” dopo aver diretto tre episodi di “Shrek” e due di “Madagascar”.

Nonostante il buon utilizzo di canovacci passati (“Jack e il fagiolo magico”) e di recenti suggestioni (le simpatiche citazioni di “Fight Club” e “Prison Break”), è proprio questa costante voglia di rivisitare e stupire che sembra aver fatto il suo corso in casa DreamWorks. Di sicuro, il lavoro di Miller e la caratterizzazione del personaggio, amplificata dal doppiaggio di Banderas (il quale, oltre la versione spagnola, ha doppiato anche quella inglese e italiana), permettono la realizzazione di un prodotto godibile e divertente, seppur scontato per narrazione e trovate.

 
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