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Logan - The Wolverine PDF Stampa
Azione
Scritto da Davide Sorghini   
domenica 19 febbraio 2017

Titolo: Logan - The Wolverine
Titolo originale: Logan
USA 2017 Regia di: James Mangold Genere: Azione Durata: 135'
Interpreti: Hugh Jackman, Patrick Stewart, Richard E. Grant, Boyd Holbrook, Stephen Merchant, Dafne Keen, Eriq La Salle, Elizabeth Rodriguez, Doris Morgado, Mark Ashworth, Julia Holt, Elise Neal, Dave Davis, Juan Gaspard, Lauren Gros
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 01/03/2017
Voto: 7,5
Recensione di: Davide Sorghini
L'aggettivo ideale: Potente
Scarica il Pressbook del film
Logan - The Wolverine su Facebook

logan_leggero.png2029. È un Logan invecchiato, ombra pallida di colui che fu Wolverine, quel personaggio che oramai vive solo nei sogni dei ragazzini che ne leggono le gesta a fumetti.
In questo futuro immaginato pochi sono i riferimenti ma la certezza è una: i mutanti sono scomparsi. O almeno, così pare. Logan e il Professor X vivono rintanati nel deserto, quest'ultimo addirittura dentro una sorta di cisterna, assumendo pillole per tenerne a bada i poteri. Hugh Jackman incarna la rassegnazione, il dolore di chi sa che non c'è più posto per lui, di chi è sopravvissuto a tutto e tutti tra coloro a cui teneva di più; una pesantezza che si avverte chiaramente dalle movenze del corpo, appesantito come non mai, Logan oramai non è che una carcassa.
Tutto il film di James Mangold rappresenta una staffetta, quel passaggio di testimone che conduce da un'epoca a un'altra, perché l'epilogo di una storia in fin dei conti segna sempre l'inizio di un'altra. La sua esistenza dedita per lo più a trascinarsi è però sul punto di cambiare: Gabriela (Elizabeth Rodriguez) è un'infermiera che cerca in tutti i modi di convincere Logan a farsi carico della piccola Laura, supplicandolo di condurla fino in Nord Dakota.
Malgrado di lavoro faccia l'autista, Wolverine non intende nemmeno prendere in considerazione l'idea, ma quando gli viene offerta una considerevole somma ci ripensa: con quei soldi lui e il professore potrebbero finalmente realizzare il loro sogno, ossia comprarsi una barca e vivere sull'oceano.

Di lì a poco si capisce che Laura non è una ragazzina come la stragrande maggioranza delle sue coetanee: in un centro di sperimentazione della Transigen vengono infatti allevati dei ragazzini mutanti, con l'intenzione di "addomesticarli", ossia farli diventare delle macchine da guerra al servizio del Paese o chi per lui.
Il percorso di Logan incrocia quello di questa nuova generazione di X-Men, generazione che non «non ha idea di come fosse il mondo un tempo» e che dovrà farsi strada da sé, senza maestri o tutori. Ma di certo c'è qualcosa che un attempato Wolverine può ancora fare, dev'esserci un modo in cui il suo contributo può e per certi versi "deve" rivelarsi determinante, come se in realtà quella fosse l'unica la ragione per cui è ancora in circolazione, il senso che aveva smarrito in questi anni di esilio forzato, non dal mondo ma da sé stesso.
Mangold non ci gira tanto intorno, prendendo alla lettera quanto Cicerone secoli or sono andava sostenendo, ossia che «non esiste peggior nemico di sé stessi»; infatti Logan è chiamato a questa lotta impari, prima con quella parte di sé che si sta lasciando morire, come ravvisa la piccola Laura ad un certo punto, poi con una sua copia/clone, più giovane, più in forze, ma sostanzialmente una scatola vuota.
La parabola di uno dei personaggi più iconici tra i comics non poteva che essere quintessenzialmente americana, una lotta in cui ad avere la meglio non può che essere quello dotato della volontà più ferrea. Mangold riesce a convogliare certe istanze sapendo di doversi al tempo stesso rivolgere ad un pubblico molto ampio, perciò questo dimenarsi dello spirito si manifesta in modo chiaro, accessibile, tanto che molto passa proprio dal corpo di Logan e da come va logorandosi sotto i nostri occhi.

Chi è l'eroe? Per anni abbiamo pensato si trattasse di colui che salva il mondo, o almeno una cospicua parte di esso, mentre altri, su altri fronti, ci hanno detto che l'eroe fosse l'uomo comune, quello che porta la pagnotta a casa e retorica cantando.
Logan sta a metà strada tra queste due possibili risposte, perché il suo di mondo oramai è andato perduto, non può più salvarlo. Cosa fare perciò quando per noi è troppo tardi? Quando il tempo ci è scivolato tra le dita e, come l'acqua di un ruscello, è andata per sempre? Trasmettere. Il concetto di tradizione sta tutto lì: nel trasmettere (dal latino tradere) tutto ciò che abbiamo acquisito, o almeno la porzione migliore, cosicché siano altri, quelli che vengono dopo di noi, a proseguire ciò che eravamo chiamati a compiere.
Non per niente il concetto di famiglia è centrale in Logan, verrebbe da dire strutturale, portante: una famiglia è tutto ciò che è mancato a Wolverine, quell'unico elemento capace di "normalizzare" persino un "anormale" come lui, come si vede in una scena che, nell'immaginario collettivo, rientra fra le due/tre americane per eccellenza: una famiglia dei sobborghi seduta a tavola che discute e sorride mentre mangia il più classico dei polpettoni con purè e fagiolino, emblema degli Stati Uniti che nel dopoguerra ha vissuto e promosso come nessun altro il proprio benessere economico, sinonimo, ça va sans dire, di felicità.

Il classicismo di Mangold però non è solo culturale ma più specificatamente cinematografico, con quegli echi à la Peckinpah che attraversano non solo le scene d'azione, truculente, incattivite, ma in generale il tono del film, a conti fatti un western distopico duro ma tutt'altro che avaro di sentimenti. Molto abile Mangold a farci vivere la prima parte del film completamente dalla parte dei mutanti senza praticamente mostrare alcunché: fino alla prima scena d'azione pura, infatti, viviamo il mondo in cui si muove Logan come una gabbia a cielo aperto, una strana sensazione che viene fatta filtrare attraverso quei canali che più attengono al cinema, ovvero l'atmosfera, i gesti, il non detto e finanche il non visto. Nella seconda parte, quando Logan deve necessariamente spostarsi su un altro livello, ecco, qualcosa in questi termini viene meno, sebbene tutto sia funzionale al rapporto tra lui e Laura, a questo punto centrale e perciò in primo piano.
Logan è un'anomalia, inaspettata, a suo modo meravigliosa, che "sconfessa" il cinecomic proprio perché oramai un genere a sé stante: se non lo fosse, un'operazione di questo tipo non attecchirebbe con uguale intensità. È come se tale fenomeno avesse abbandonato la chiassosa e spericolata adolescenza per avviarsi all'età adulta, non tanto per i temi trattati ma perché consapevole di dover dare ascolto ai «grandi», cioè a coloro che l'hanno preceduto. Un processo che si specchia nel rapporto tra Logan e Xavier, finalmente deboli, esposti come non mai, in altre parole umani. Il primo che si occupa del secondo amorevolmente, quantunque si becchino, mostrino insofferenza l'uno per l'altro, si producano in siparietti ora teneri ora comici. C'è qui l'ultima lezione che Logan deve apprendere, nonché l'unica che dovrà trasferire: l'arte di sacrificarsi.
Non dare la propria vita ma sé stesso, che è cosa ben diversa. Adesso si può (ri)cominciare.

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Calvario PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Ciro Andreotti   
domenica 19 febbraio 2017

Titolo: Calvario
Titolo originale: Calvary
USA 2014 Regia di: John Michael McDonagh Genere: Drammatico Durata: 104'
Interpreti: Brendan Gleeson, Chris O'Dowd, Kelly Reilly, Aidan Gillen, Dylan Moran, Isaach De Bankolé, M. Emmet Walsh, Marie-Josée Croze, Domhnall Gleeson, David Wilmot
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 14/05/2015
Voto: 7
Recensione di: Ciro Andreotti
L'aggettivo ideale: Vissuto
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Calvario su Facebook

calvario_leggero.pngNella piccola comunità rurale di cui è parroco James Lavelle, una domenica mattina un uomo gli si avvicina per confessarsi. L’uomo senza mostrare il viso comunica a James che lo ucciderà la domenica seguente, non certo perché il parroco abbia fatto nulla di male, ma esclusivamente per vendicarsi per le ripetute violenze subite da altri esponenti della chiesa locale nel corso dell’infanzia.

Una settimana per appianare possibili dubbi, incertezze, problemi personali e spirituali ancora irrisolti; è questa la condanna, sotto forma di nemesi sui generis, alla quale è sottoposto un eccellente Brendan Gleeson, solido protagonista di pellicole ambientate sia nella natia Irlanda sia oltre oceano.
In questo caso per Gleeson il compito pare quanto mai surreale, perché il connazionale John Michael McDonagh lo cala nel ruolo di protagonista di una pellicola fra il drammatico e l’agrodolce, con un coacervo di peccati tutti localizzati in una minuscola comunità di anime, raccolte in pochi punti di aggregazione: il pub, le attività presenti in paese e le abitazioni dei singoli abitanti le quali fungono da rifugi per segreti e insicurezze personali di ognuno di loro. Gleeson aggiunge alla pellicola alcuni comportamenti che da un uomo di fede non ci si aspetta: l’attitudine all’ubriachezza molesta e la scelta di armi da fuoco, da donare a depressi della prima ora. Al tempo stesso unendo a queste abitudini il profondo interesse con il quale approccia ogni problema riguardante sia la sua comunità, sia la vita di sua figlia, impersonata dall’eccellente Kelly Reilly, avuta da un precedente matrimonio e con la quale riesce finalmente a ricucire un buon rapporto.

Un affresco, quello del regista Londinese, che pone il parroco quale protagonista di una via crucis quasi senza speranza personale, ma una via crucis della quale ci si dimentica perché quasi del tutto assorbiti dai problemi quotidiani della piccola comunità rurale. Quindi un poliziesco mascherato da ritratto sociale dell’Irlanda più profonda, perfettamente ‘fotografata’ e portata in scena da Larry Smith.

Da vedere se siete sinceramente attratti da una narrazione trasversale che possa spiegarvi cosa significhi bere birra da un boccale di qualche litro e al tempo stesso essere un perfetto, o quasi, uomo di fede.

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Paterson PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Ciro Andreotti   
martedì 14 febbraio 2017

Titolo: Paterson
Titolo originale: Paterson
USA 2016 Regia di: Jim Jarmusch Genere: Drammatico Durata: 116'
Interpreti: Adam Driver, Golshifteh Farahani, Kara Hayward, Sterling Jerins, Jared Gilman, Luis Da Silva Jr, Frank Harts, Rizwan Manji, Jorge Vega
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 29/12/2016
Voto: 7
Recensione di: Ciro Andreotti
L'aggettivo ideale: Positivo
Scarica il Pressbook del film
Paterson su Facebook

paterson_leggero.pngA Paterson, in New Jersey, abita Paterson, autista di autobus che vive con la moglie appassionata di arte e, che a sua volta, è appassionato di testi poetici e autore di poesie ispirate da chi incontra giornalmente.

Jim Jarmush confeziona l’ennesima pellicola minimalista della propria carriera.
Un inno alla provincia americana con un autista omonimo di un’ex-comunità industriale famosa per la produzione di seta e che vive placidamente adagiata fra i propri riti giornalieri, che sembra non possano scalfirne minimamente la superficie.
Anche per Paterson la vita scorre placida e calma, emblema di una città della quale non solo condivide il nome ma anche lo stile di vita minimalista. Unica valvola di sfogo per l’eccellente Adam Driver, noto al pubblico per il ruolo di vilain della saga di Star Wars, un piccolo quaderno nel quale scrivere numerose poesie che si vergogna di rendere pubbliche, il giro serale con il suo mastino Marvin, oltre le chiacchiere con chi incontra nel locale ove sosta regolarmente di fronte a un bel boccale di birra.

Eccellente la fotografia molto ben curata da Frederick Elmes. Eccellente anche il ruolo dell’attrice Iraniana: Golshifteh Farahani, nella parte di Laura, la moglie appassionata d’arte di Paterson. Jarmusch riesce quindi a rendere ancora una volta gli Stati uniti, un luogo bucolico, dove si possa anche pensare di risiedere, ben lontani da stress e problemi, e dove una mano può tendersi in tuo aiuto e le gioie della vita famigliare possono unirsi alle tue passioni, e anche qualora arrivasse qualche piccolo fulmine a ciel sereno a funestare la tua vita, questo non potrà di certo impedirti di trovare comunque una tua stabilità.

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Lion - La strada verso casa PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Domenico Astuti   
martedì 14 febbraio 2017

Titolo: Lion - La strada verso casa
Titolo originale: Lion
USA, Australia, Gran Bretagna  2016 Regia di: Garth Davis Genere: Drammatico Durata: 129'
Interpreti: Dev Patel, Rooney Mara, Nicole Kidman, David Wenham, Nawazuddin Siddiqui, Benjamin Rigby, Eamon Farren, Pallavi Sharda, Menik Gooneratne, Tannishtha Chatterjee, Anna Samson, Priyanka Bose, Emilie Cocquerel
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 22/12/2016
Voto: 6
Recensione di: Domenico Astuti
L'aggettivo ideale: Convenzionale
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Lion - La strada verso casa su Facebook

lion_la_strada_verso_casa_leggero.pngLion è tratto dal libro La lunga strada per tornare a casa, scritto da Saroo Brierleye e Larry Buttrose. Un memoir autobiografico che in Australia ha avuto un grande successo.
Lo hanno affidato a un regista televisivo esordiente Garth Davis e ne è uscito un film natalizio gradevole, corretto registicamente, ma che non aggiunge nulla di più a quello che si è visto tante altre volte al Cinema. Una prima parte girata nell’esotica India, tutta miseria, polvere e povertà e una seconda invece in una Tasmania, ordinata, pulita e un po’ asettica.

A questo aggiungete il bisogno del bambino indiano protagonista che cresciuto sente il bisogno di ritrovare la sua famiglia d’origine- dopo qualche compiacimento naturalistico della prima parte e un po’ approssimativo della seconda anche un po’ noiosa nella statica sofferenza identitaria del ragazzo – ed ecco il ricongiungimento e l’happy and.
Fortuna che il bambino protagonista è veramente simpatico e perfetto per questo tipo di film, come il fratello maggiore; mentre quando è cresciuto ( l’attore inglese Dev Patel, già visto in The Millionaire e Marigold Hotel ) è un po’ troppo glamour e piacione.

Il tutto rende il film una bella favola per famiglie e la sofferenza che prova si addomestica facilmente. Insomma un film con una storia forte ma che è resa debole da un regista che ha svolto un compitino senza trovare una giusta chiave di lettura tra la povertà di un Terzo Mondo e la ricchezza asettica di una società civilizzata, senza approfondire i temi, ma raccontando solo una cronaca di un bambino che dagli inferi rischia di finire nell’inferno più nero e invece casualmente finisce in un eden. Anche la partecipazione di Nicole Kidman ( unica e forse sprecata star ) rende ancora più ibrido il progetto finale.

Siamo nel 1986 in India, nel distretto di Khandwa, qui vive nella povertà più nera una madre con tre figli, il secondo nato si chiama Saroo e ha cinque anni. Vivono raccogliendo pietre o rubacchiando del carbone sui treni, ma tra loro c’è un affetto e un amore come pochi. Una sera Saroo vuole seguire e aiutare l’amato fratello più grande che va a trasportare delle balle di fieno, ma giunti alla stazione il piccolo ha troppo sonno e viene lasciato su una panchina a dormire con la richiesta del fratello di non muoversi da lì. Ma il tempo passa, Saroo si sveglia, aspetta, annoiandosi sale su un treno fermo e vuoto, ma il mezzo parte e percorre ben 1600 chilometri fino a fermarsi nella stazione di Calcutta. Saroo diventa subito uno dei tanti bambini di strada che rischiano ogni sera la fine più atroce, tra trafficanti, pedofili e poliziotti corrotti.
Ma ha la fortuna di salvarsi e finisce in un orfanotrofio pericoloso ma non come la strada. Per sua fortuna viene scelto per essere adottato da una famiglia della Tasmania. Addio alla povertà e ai pericoli e si ritrova in una casa così organizzata e asettica da sembrare una clinica. I suoi nuovi genitori sono affettuosi, comprensivi e felici di questo bambino buono e ne adottano anche un altro che però risulterà talmente messo male psicologicamente che creerà difficoltà ai tre.

Saroo cresce, ha venticinque anni, studia all’università, si fidanza con una bella ragazza australiana e ci va a convivere. Ma in sé c’è il bisogno di ritrovare la sua famiglia d’origine e scatta la necessità quasi impellente una sera a cena a casa di amici, quando mangiando cibi indiani e lui deve usare il pane nan al posto del cucchiaio e in cucina trova delle frittelle colorate che da piccolo erano la sua passione.
E’ come se tutto quel breve passato e l’angoscia della sua perdita diventino d’un tratto fondamentale. Diventa ben presto scorbutico con tutti, si isola dalla famiglia, lascia la sua ragazza e con l’aiuto di Google Earth e con lo sforzo della memoria dopo parecchio tempo riesce casualmente a ritrovare la città in cui viveva. Parte per l’India, ritrova la strada di casa e parte della sua famiglia.

Un film scomposto in due parti, la prima più concreta e piacevole, grazie ai luoghi, ai due ragazzini protagonisti e a una bella fotografia, la seconda invece ( probabilmente la più originale e importante ) risulta inconcludente, senza un reale sviluppo, senza alcun pathos e anche inespressa narrativamente.
I temi importanti e profondi come la disparità economica nel mondo, l’irrilevanza del singolo nella vastità di una nazione come l’India e l’importanza del singolo in una realtà poco popolosa come la Tasmania, l’adozione casuale e l’avere due madri, il bisogno di identità e di ritrovare le origini, sono argomenti fondamentali ma qui trattati in modo assai superficiale.

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Il medico di campagna PDF Stampa
Commedia1
Scritto da Domenico Astuti   
martedì 14 febbraio 2017

Titolo: Il medico di campagna
Titolo originale: Médecin de campagne
Francia 2016 Regia di: Thomas Lilti Genere: Commedia Durata: 102'
Interpreti: François Cluzet, Marianne Denicourt, Christophe Odent, Patrick Descamps, Guy Faucher, Margaux Fabre, Julien Lucas, Yohann Goetzmann, Josée Laprun, Philippe Bertin, Géraldine Schitter, Isabelle Sadoyan, Félix Moati, Michel Charrel, Lismène Joseph, Merwan Baghdadi
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 22/12/2016
Voto: 6,5
Recensione di: Domenico Astuti
L'aggettivo ideale: Naturalistico
Scarica il Pressbook del film
Il medico di campagna su Facebook

il_medico_di_campagna_leggero.pngThomas Lilti è un regista e sceneggiatore francese, in Italia non lo si conosce quasi perché i suoi due film precedenti non sono mai arrivati nonostante il buon esito in Francia e nei vari festival ( Les yeux bandés – 2007, e Hippocrate – 2014 ).
Ma è anche stato un medico e la sua cinematografia è intinta di questo suo passato, sia col film precedente che con questo Il medico di campagna. Anche se non è un regista che resterà nella storia del Cinema, è un director solido che si rifà a quella narrazione tipicamente francese di stampo naturalistico che ha come padri il Renoir e il Carnè degli Anni Trenta fino a giungere a Rohmer degli Anni Ottanta.

Un Cinema minimalista che racconta la realtà quotidiana di piccoli avvenimenti solo in parte senza importanza e che fanno amare questo tipo di cinematografia così lontana da quella nostrana. Un film realizzato con lievità e naturale delicatezza ed è supportato da una ottima recitazione di un attore dall’ incredibile capacità trasformista e di immedesimazione del personaggio come François Cluzet ma anche tutto il resto del cast risulta all’altezza ( con la convincente e affascinante Marianne Denicourt, vista in tanti film da L’Argent a La bella scontrosa ). Se una critica si può fare a un film del genere è sulla sceneggiatura, l’autore non ha mai approfondito i ‘ conflitti ‘ del film, tantomeno il rapporto tra i due protagonisti che non prende mai il volo, si è tenuto un po’ alla larga, girandoci intorno senza voler prendere alcun rischio.

Jean-Pierre Werner ( l’ottimo François Cluzet ) è il medico di una campagna lontana dalla città e dal mondo, vive da solo, è divorziato da una moglie che non sente mai ed ha un figlio adulto che sente appena; la sua vita è dedicata alla professione e ai suoi pazienti neanche fosse un curato di campagna. Per questo suo darsi senza condizioni è diventato il punto di riferimento della sua piccola comunità, ed è l’uomo saggio, l’amico, il confidente, su cui si può contare sempre.
Lo conosciamo nel momento in cui viene a sapere di avere un tumore e che dovrà iniziare una cura, ma lui sembra un po’ rimuovere il verdetto che gli ha diagnosticato un suo amico medico; continua a praticare la sua professione senza alcuna remora, di giorno e di notte, senza mai fermarsi, ma è costretto ad accettare un aiuto che gli ha mandato il collega, un ex infermiera appena laureata in medicina, Nathalie ( Marianne Denicourt ) che deve prendersi alcuni pazienti e aiutarlo un po’; ma Jean-Pierre non contempla nemmeno lontanamente l’idea che qualcuno possa sostituirlo, ma lei con pazienza e con gentilezza riesce a ottenere il suo rispetto e la sua fiducia e, successivamente anche quella della comunità restia ai cambiamenti.

Tra i due si crea un rapporto fatto di insofferenza e pazienza, di accettazione e rifiuto, un rapporto che è anche uno scontro tra generazioni, tra un uomo e una donna, tra un medico di campagna e una dottoressa ospedaliera di città, tra personalizzazione del malato e la spersonalizzazione nella struttura pubblica cittadina.
Con un finale che sembra volgere al peggio e invece, come capita a volte nella vita, si risolve in modo aperto e ottimista, anche se l’epilogo ( accompagnato sulle note di Wild Is the Wind di Nina Simone ) appare un po’ frettoloso e favolistico.

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