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Mal di pietre PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Domenico Astuti   
martedì 18 aprile 2017

Titolo: Mal di pietre
Titolo originale: Mal de pierres
Francia 2016 Regia di: Raúl Arévalo Genere: Drammatico Durata: 116'
Interpreti: Marion Cotillard, Louis Garrel, Alex Brendemühl, Brigitte Roüan, Victoire Du Bois, Aloïse Sauvage, Daniel Para, Sören Rochefort, Camilo Acosta Mendoza
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 13/04/2017
Voto: 5
Recensione di: Domenico Astuti
L'aggettivo ideale: Ridicolo
Scarica il Pressbook del film
Mal di pietre su Facebook

mal_di_pietre_leggero.pngDall’inizio dell’anno la cinematografia nelle sale italiane è qualcosa di quasi imbarazzante, si potrebbe dire che siamo in tempi di vacche magre, alla quaresima delle idee.
Non alludiamo certo al cinema che chiamano di commedia all’italiana, quello l’ha definito bene Castellitto, un antidepressivo scaduto; a noi più semplicemente alcuni filmetti italiani appena usciti ricordano le scenette scritte da Raimondo Vianello per i programmi del sabato sera degli Anni Settanta. Ma anche qualche film italiano d’autore ci ha lasciati spiazzati e annoiati per l’inadeguatezza di scrittura o per la saccenteria narrativa, esempi tra i vari Il padre d’Italia o Rosso Istanbul, mentre l’apice della narrazione alta e complessivamente ridicola è l’ultimo film di Alex Infascelli, un film che bisognerebbe far vedere nelle scuole di scrittura cinematografica. Ma anche i pochi film dei maestri che hanno circolato negli ultimi mesi, come quelli di Farhadi, Kaurismaki, Pablo Larrain o dei Fratelli Dardenne – pur rimanendo su livelli degni – risultano dei film minori delle loro filmografie e con minore smalto introspettivo se non di ricerca.

Adesso esce nelle nostre sale un altro film scombiccherato, superficiale, nonostante l’approccio e la ricostruzione eleganti, e noioso, Mal di Pietre, che se non avesse due interpreti assai bravi ( Cotillard e Brendemuhl ) si potrebbe definire una boiata pazzesca.
Tutto gira intorno al desiderio di una giovane donna alla ricerca dell’amore della vita, desiderio che la fa sembrare invece strana se non matta per i tempi in cui vive. Un film che è ambientato nella provincia francese agli inizi degli Anni Cinquanta mentre la Francia è in Vietnam a combattere e colonizzare ( ma questo è appena citato – al punto che sembra quasi un pretesto ), il protagonista è un catalano comunista della Guerra Civile Spagnola, ma anche questo è detto e risolto così. Insomma inseguendo le suggestioni amorose di una donna e riempendole di stilizzazioni, la regista Nicole Garcia, perde i presupposti del romanzo italiano da cui è liberamente tratto. Tutto il film e i deliri, che verranno svelati alla fine in maniera un po’ farlocca, si possono condensare nella semplice frase della madre della protagonista:

- Avete conosciuto mia figlia maggiore ?

- Sì, è molto bella.

- ... è malata. Non è pazza, ha solo bisogno di un uomo !

Nicole Garcia, presentando al Festiva di Cannes il film, ha dichiarato che il racconto è sul desiderio sessuale e il bisogno di libertà delle donne negli anni Cinquanta e di aver voluto rendere la sua folle Gabrielle semplicemente come portatrice di un certo tipo di emancipazione femminile. Ma in realtà innamorarsi di un uomo che la rifiuta solo perché ha letto un suo libro o accettare di sposare uno sconosciuto senza nemmeno resistere un po’ e vivere col marito come con un estraneo e poi farsi pagare per fare sesso con lui dopo essersi vestita da puttain, a noi non sembra proprio una testimonianza di prefemminismo.

Assai liberamente tratto dal breve romanzo di Milena Agus ( chi ha amato il libro lo dimentichi entrando in sala ), la storia viene spostata di dieci anni e trasferita dalla Sardegna al sud della Francia, e gran parte dei fatti storici del romanzo sono modificati se non cancellati. Il Mal di pietre ( sorvoliamo sulla simbologia ) non è altro che un calcolo di cui Gabrielle soffre e che la porterà a credere di trovare l’amore.

Gabrielle ( una brava Cotillard ) è una trentenne molto bella che vive in una famiglia agiata e borghese di provincia.
Molti la desiderano, ma la condizione di classe e i suoi comportamenti strani in un ambiente campagnolo ( la troveranno semisvenuta in un dirupo, dopo una notte di ricerca; spingerà un uomo sul tavolo di un banchetto perché lui non la vuole ) le impediscono di conoscere l’uomo da amare. Ma lei è alla spasmodica ricerca di un amore ( e di sesso ) che possa assomigliare il più possibile a quello che legge sui libri. Il padre non sembra preoccuparsene e le mostra solo amore, la madre invece è preoccupata e con una reputazione da mantenere; cerca di arginare le paturnie della ragazza ( una volta si spoglia nuda e si fa vedere alla finestra dagli operai che ritornano dal lavoro ) e decide di organizzarle il matrimonio con uno spagnolo, brava persona e desideroso di avere una mano economica per il suo lavoro di muratore ( un bravo e intenso Brendemühl ).

E così si sposano e vanno a vivere assieme come due estranei, ma ben presto in lei i calcoli renali la fanno assai soffrire e lui la porta in una clinica tra le Alpi svizzere per sei settimane per farla curare con lunghe bevute d’acqua e sedute di spruzzi d’acqua. Qui, lei intrufolandosi in una camera incontra un malatissimo soldato che se ne sta sdraiato a letto ( Louis Garrel ) e facilmente si innamora di lui anche se scambiano poche parole e quasi nessuno sguardo. In quelle sei settimane lei crede di iniziare una storia d’amore con lui e ritornando a casa si ritrova incinta, gli scrive davanti al marito, soffre ma non riceve alcuna lettera di risposta dall’ufficiale. Anni dopo, trovandosi a Lione con il marito e il figlio ormai adolescente, va a cercare l’uomo e…

Un film non riuscito, non chiaro nella narrazione, in alcuni passaggi quasi imbarazzante ( lei potrebbe essere una prefemminista ? O è una donna che vuole fare sesso ma non ci riesce ), con un finale che rischia il ridicolo.
L’unica salvezza – come abbiamo già detto – di questo film è la bellezza e la bravura di Marion Cotillard ma anche di tutto il resto del cast.

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Libere disobbedienti innamorate - In Between PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Domenico Astuti   
martedì 18 aprile 2017

Titolo: Libere disobbedienti innamorate - In Between
Titolo originale: Bar Bahar
Israele, Francia 2016 Regia di: Raúl Arévalo Genere: Drammatico Durata: 96'
Interpreti: Mouna Hawa, Sana Jammelieh, Shaden Kanboura, Mahmud Shalaby, Riyad Sliman
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 06/04/2017
Voto: 6,5
Recensione di: Domenico Astuti
L'aggettivo ideale: Genuino
Scarica il Pressbook del film
Libere disobbedienti innamorate - In Between su Facebook

liberedisobbedientiinnamorate_leggero.pngE’ possibile che la liberazione femminista delle donne palestinesi consista nel fumare canne a gogò, tirare coca, bere birra come fosse acqua e in certi rendez-vous vino rosso ?
E’ possibile che passino il tempo in locali o a casa a fumare a ripetizione accompagnate spesso da giovani gay alquanto spensierati. Anche se credibile a noi sembra poco credibile un concentrato del genere.
Certo tre giovani donne di Tel Aviv possono cercare un’idea di libertà, di felicità e l’amore alle loro condizioni, devono divertirsi ma non avere alcuna traccia per i loro fratelli più sfortunati rinchiusi dietro a un muro o ai cancelli sorvegliati ci sembra un punto di vista fine a se stesso e fa perdere di credibilità la storia.

Cosa c'è di diverso, allora, in Laila ( Mouna Hawa ), Salma ( Sana Jammelieh ) e Nour ( Shaden Kanboura ) dalle ragazze israeliane ? Solo un sentire della società araba ancora arretrata a confronto dell’Occidente. In realtà Tel Aviv è una città metropoli tollerante, non è certo Ramallah né tantomeno Haifa né tantomeno la provincia israeliana, e la vita è certamente più aperta e tollerante ma sembra che queste tre ragazze vivano in una specie di eden dove almeno due delle tre fanno tutto ciò di cui hanno voglia senza compromessi e senza mediazioni sociali, mentre la terza – la più giovane e la più credibile in fondo – vive un equilibrio instabile tra tradizione, accettazione e desiderio. La regista trentacinquenne ungherese Maysaloun Hamoud sembra quasi voglia raccontare alla mediorientale, una specie di Sex and the City, ma il ritratto che fa non è quasi mai leggero o spensierato ma intriso di malinconia e l’inquadratura finale ci mostra le tre amiche con una birra in mano ad una festa e lo sguardo perso nel vuoto.

In una piccola casa nel centro di Tel Aviv vivono due amiche, Laila ( la più emancipata, un’avvocatessa in carriera, una donna decisa e con le idee chiare ) e Salma ( lavora come cameriera in un bar, rifiuta mariti che la famiglia cristiana le propone e prova attrazione per le donne ). Una sera giunge Nour ( studentessa e ragazza ‘modello’ che veste nella tradizione e fra poco si sposerà ), l’incontro tra le tre è freddo e formale, ma in qualche maniera trovano un equilibrio e lentamente anche un rapporto d’amicizia e di solidarietà. Tra il lavoro e una festa, Laila si innamora di un bravo ragazzo ma che ben presto mostra di essere legato a certe tradizioni familiari, inizia a chiederle di non fumare e a comportarsi in modo più contenuto.
Salma incontra nel bar una ragazza di cui si innamora ricambiata e in modo quasi di sfida la porta a casa dai genitori a cena proprio quando c’è un pretendente con la sua famiglia.
Nour è la ragazza che vive con maggiore difficoltà la storia d’amore con Wissam, un uomo possessivo, rigido religiosamente e anaffettivo, che non apprezza che la sua futura moglie abiti con due donne del genere e per giunta al centro della città.
Tra momenti di felicità e momenti di tristezza, tra una caduta e una risalita, le tre ragazze cercano la loro strada nonostante le difficoltà.
Un film riuscito a metà, sincero nell’analisi ma con un punto di vista troppo occidentale. Probabilmente l’inesperienza della Hamound ha qualcosa di positivo ( la genuinità e una certa generosità ) ma rende il film un’occasione un po’ sprecata.

Il film è stato premiato a vari festival tra cui quello di Toronto, di San Sebastian e all’Haifa Film Festival.

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Legend PDF Stampa
Thriller1
Scritto da Ciro Andreotti   
martedì 18 aprile 2017

Titolo: Legend
Titolo originale: Legend
Regno Unito 2015 Regia di: Brian Helgeland Genere: Thriller Durata: 115'
Interpreti: Tom Hardy, Taron Egerton, Emily Browning, Christopher Eccleston, Paul Anderson, David Thewlis, Tara Fitzgerald, Colin Morgan, Aneurin Barnard, Tiger Rudge, Chazz Palminteri
Sito web ufficiale: www.uphe.com/movies/legend
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 03/03/2016
Voto: 7
Recensione di: Ciro Andreotti
L'aggettivo ideale: Narrativo
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legend_2015_leggero.pngL’ascesa e la caduta dei fratelli Ron e Reginald Kray, gemelli criminali nella Londra degli anni ’50 e ’60. Gestori di un celebre night e in seguito complici della mafia italo – americana.

Quei Bravi Ragazzi di Scorsese traslocato nell’East End.
L’ultima pellicola del regista Brian Helgeland, presentata in concorso alla festa del cinema di Roma 2015, potrebbe essere riassunta in queste poche parole alle quali è corretto aggiungere la prova recitativa di Tom Hardy, capace di sdoppiarsi impersonando entrambi i protagonisti a capo di un racket che nella Londra dei ‘50 e ‘60 aveva nel loro night, gestito legalmente e con numerosi ospiti del mondo della musica e del cinema, la propria base.

Due gemelli che erano quanto di più differente si potesse incontrare, ed è proprio in questa diversità che risiede la grande bravura di Hardy. Reginald, freddo, calcolatore e uomo d’affari, ma anche innamorato della fidanzata Frances, sorella del suo autista e impersonata dall’australiana Emily Browning; e Ron, afflitto da una schizofrenia sedata solamente da dosi industriali di psicofarmaci.
Definirle quindi leggende di certo no, ma in tal caso la leggenda prende il via dalle pieghe di una narrazione che pare frutto della fantasia degli autori mentre in realtà i due gemelli Kray erano il vero prodotto di un sistema corrotto e in precedenza ripercorso dalla penna del biografo e saggista John Pearson.
Una pellicola, quella firmata da Helgeland, che scorre assistita da un ritmo veloce e che segue gli ultimi anni dell’impero dei due gemelli. Un film che piacerà molto a chi ama le narrazioni che affondano le proprie radici nelle vere storie di matrice criminale.

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Lasciati andare PDF Stampa
Commedia1
Scritto da Ciro Andreotti   
lunedì 17 aprile 2017

Titolo: Lasciati andare
Titolo originale: Lasciati andare
Italia 2017 Regia di: Francesco Amato Genere: Commedia Durata: 101'
Interpreti: Toni Servillo, Veronica Echegui, Carla Signoris, Pietro Sermonti, Giacomo Poretti, Luca Marinelli
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 13/04/2017
Voto: 5,5
Recensione di: Ciro Andreotti
L'aggettivo ideale: Evanescente
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Lasciati andare su Facebook

lasciati_andare_leggero.pngElia Venezia è uno psicologo che da quando si è separato dalla moglie non si è ancora del tutto ripreso e che con lei vive in simbiosi se non fosse per la casa divisa a metà e con entrate indipendenti.
Quando a seguito di alcune analisi risulta essere ad un passo dal diabete il medico gli consiglia di mettersi a dieta e di iniziare a frequentare una palestra.
Nel corso della sua prima lezione in palestra Elia fa la conoscenza di Claudia una personal trainer di origine spagnola che gli sconvolgerà la vita.

Una commedia leggera ed evanescente come spesso capita di imbattersi nel vuoto vacuo del cinema odierno, impreziosita esclusivamente da un Toni Servillo che come se fosse necessario dimostra ancora una volta di essere capace anche di tempi comici eccellenti e in grado da solo di reggere tutta la narrazione di un film costruito su una trama semplice e scontata; la giovane ragazza che riesce a dare una mano non solo fisica al demotivato professionista ancora innamorato della ormai ex – moglie, e dal suo lato lo psicologo che cerca di mettere stabilità nella vita di una personal trainer priva di freni inibitori e il tutto grazie alla sua esperienza professionale.

Un film permeato di buoni sentimenti che si trascina stancamente fino alla fine, con battute semplici e scontate e con cambi di registro e ritmo dettati solamente dalla grande maestria di Toni Servillo e parzialmente grazie all’arrivo di Luca Marinelli nel ruolo di un galeotto con curiosi problemi personali ovviamente sedimentati nel suo ‘Io’.

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The Dinner PDF Stampa
Thriller1
Scritto da Luca Orsatti   
martedì 11 aprile 2017

Titolo: The Dinner
Titolo originale: The Dinner
USA 2017 Regia di: Oren Moverman Genere: Thriller Durata: 120'
Interpreti: Richard Gere, Laura Linney, Steve Coogan, Chloë Sevigny, Rebecca Hall, Charlie Plummer, Adepero Oduye, Michael Chernus, Taylor Rae Almonte, Joel Bissonnette
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 18/05/2017
Voto: 6
Recensione di: Luca Orsatti
L'aggettivo ideale: Distaccato
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the_dinner_leggero.pngPaul (Steve Coogan) alla cena col fratello Stan (Richard Gere) proprio non vuole andare; non ne vede la ragione, e poi già sa che sarà difficile arrivare indenne alla fine.
Il romanzo di Herman Koch lo aveva già trasposto Ivan Cotroneo: ora ci pensa Oren Moverman a portare entro i confini statunitensi questa storia intergenerazionale che si svolge pressoché interamente in interni. Una cena che cambia la vita di due famiglie, il cui disfacimento prende forma sotto gli occhi dello spettatore, sebbene si tratti semplicemente della manifestazione di un processo ben avviato, e da tempo.

Paul è un professore di Storia frustrato, che non tollera più l'indifferenza di una generazione che della materia che insegna non sa più cosa farsene: «la Storia è finita.
Tutto accade in questo momento: la Storia non può competere coi social», dice ad un certo punto. Poche ore in cui vengono fuori verità terribili, che mettono a dura prova tutti, nessuno escluso, mostrando ciascuno per ciò che è.
Moverman opta per un andamento quasi lirico, alternando piani temporali anche con troppa disinvoltura, forse proprio ad enfatizzare che la cena non è che la punta dell'iceberg. Scandita dalle portate, dall'aperitivo al digestivo, The Dinner è la fiera dell'ipocrisia, ed allora non resta che intendersi su come porsi dinanzi ad un simile scenario.
Lo spettacolo di queste maschere che cadono, frantumandosi in maniera assordante, coinvolge inevitabilmente lo spettatore, che assiste a capovolgimenti di fronte continui per via dei dilemmi morali di cui si fa portavoce ciascun personaggio.
Il punto è che i figli di Paul e Stan si sono macchiati di un crimine atroce, ma soprattutto un'azione oltremodo deprecabile; senonché in ballo c'è la candidatura a Governatore di Stan, mentre ancora i media non sanno che il video apparso su YouTube riportante il pessimo accaduto ha a che vedere proprio con i due ragazzini a lui imparentati. Come agire allora? Meglio convocare una conferenza stampa d'urgenza e spiattellare tutto ai microfoni o provare ad aiutare i due giovani in altro modo?

The Dinner ha dalla sua l'essere tutt'altro che conciliante, anzi, colpisce duro e mette a nudo una parte dell'uomo con la quale nessuno vorrebbe confrontarsi. Ma se coloro che si muovono all'interno di questo dipinto sono personaggi negativi, di certo non lo diventano in quanto qualcuno ne ha forzato i profili. Lo sviluppo, al contrario, è verosimile, e quantunque certe uscite lascino interdetti, non si è portati a ritenere che un approdo del genere abbia poco a che vedere con quelle persone lì, in quella specifica situazione. Si potrebbe anche parlare di colpe dei padri che ricadono sui figli, ma si tratta di implicazioni bibliche che non si attagliano così nettamente a quanto avviene nel film, per quanto gira che ti rigira...
L'ironia di Paul sa essere agghiacciante, anche per via della naturalezza con cui viene fuori, il che rende il personaggio di Cogan ancora più interessante, tondo: la sua apparente schizofrenia è infatti superata solo dalla sua intelligenza, componenti che contribuiscono in maniera determinante a certe implicazioni molto scomode, il che fa paura se vogliamo.
Quanto si assiste certo è crudele, e non mancano alcuni acuti eccessivi, forse addirittura fuori luogo, ma torniamo a dire che non vi è nulla di gratuito nella dissoluzione che si va consumando nell'arco di una cena, più flashback. D'altra parte i figli, le cui azioni sono motore di tutto in fin dei conti, appaiono poco, questo a rimarcare che magari sarà pure vero che la cattiva gestione da parte dei genitori stia a monte anziché a valle o in punti intermedi.

Discorsi su cui non si può glissare così facilmente e che anzi, al contrario, The Dinner incoraggia, per una storia che fa leva sulla Morale, su un criterio attraverso cui leggere affermazioni, risposte e atteggiamenti di questi quattro genitori alle prese con qualcosa di più di una semplice bravata.
Peccato solo che a fare presa siano pressoché solo questi risvolti morali, mentre per il resto il film resta molto distaccato, vittima di questo suo tentativo di non prendere alcuna posizione, mossa saggia ma condotta in maniera non proprio impeccabile. Anche per questo la durata si avverte tutta, oltre che per una malcelata ridondanza, agevolata dai continui salti temporali che non si legano nemmeno a fronte di un ritmo che li vorrebbe un tutt'uno ben più omogeneo.

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