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1 km da Wall Street PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Ciro Andreotti   
venerdì 26 maggio 2017

Titolo: 1 km da Wall Street
Titolo originale: Boiler Room
USA 20000 Regia di: Ben Younger Genere: Drammatico Durata: 118'
Interpreti: Ben Affleck, Vin Diesel, Giovanni Ribisi, Nia Long, Nicky Katt, Ron Rifkin, Scott Caan
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 19/01/2001
Voto: 8
Recensione di: Ciro Andreotti
L'aggettivo ideale: Corposo
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1 km da Wall Street su Facebook

1_km_da_wall_street_leggero.pngIl diciannovenne Seth Davis decide di abbandonare gli studi di economia al Queens College per iniziare a guadagnare lavorando nel mondo della finanza. Seth inizia a lavorare come agente di borsa in un’agenzia che rifila telefonicamente e a ignari acquirenti, azioni di pessima qualità capaci di fargli guadagnare milioni di dollari e ai clienti fare perdere ogni risparmio.

Il regista Ben Younger porta sul grande schermo la propria esperienza di agente di borsa in piccole società esattamente come la J.T. Marlin guidata dallo spietato Ben Affleck, avido di gloria e denaro esattamente come il Gordon Gekko da lui ammirato e doppiato nel corso di una visione serale in compagnia dei suoi dipendenti.

A quasi un chilometro da Wall Street, per la precisione a Long Island, meta dello yuppismo rampante degli anni ‘80 e ’90 e tempio della finanza mondiale, fotografato dal volto squadrato di Michael Douglas nel film di Oliver Stone, Giovanni - Seth Davis - Ribisi, baro di professione e studente di economia fuori corso, inizia la sua carriera di agente di borsa con voce fuori campo e con fare profondamente pratico, in bilico fra un rapporto difficile da mantenere con un padre giudice e in perenne ricerca della sua approvazione, e il desiderio di farcela come nel caso del Lupo di Wall Street Jordan Belfort.
L’attore di origine Italiana riesce a superare ampiamente il ruolo affidatogli da Younger per quel che riguarda il mondo dell’alta finanza, così come vi riesce un Vin Diesel alla larga per una volta da ruote, motori e dai film d’azione, che l’hanno reso celebre, e che per questa volta vediamo nel ruolo di un broker super muscoloso.

Una pellicola che presenta l’altro lato, forse il più malato, del capitalismo. Unico vero peccato per un finale decisamente buonista e che non s’addice a uno splendido film d’esordio che si posiziona non troppo distante rispetto al Wall Street di Oliver Stone.

 
Sognare è Vivere PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Domenico Astuti   
venerdì 26 maggio 2017

Titolo: Sognare è Vivere
Titolo originale: A Tale of Love and Darkness
USA 2015 Regia di: Natalie Portman Genere: Drammatico Durata: 98'
Interpreti: Natalie Portman, Gilad Kahana, Amir Tessler, Makram Khoury, Shira Haas, Neta Riskin, Tomer Kapon, Ohad Knoller, Moni Moshonov, Dina Doron
Sito web ufficiale: www.focusfeatures.com/loveanddarkness
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 08/06/2017
Voto: 6,5
Recensione di: Domenico Astuti
L'aggettivo ideale: Elegante
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Sognare è Vivere su Facebook

sognareevivere_leggero.pngNel 2002, lo scrittore israeliano Amos Oz, ha scritto il bel libro autobiografico Una storia di amore e di tenebra ( pubblicato in Italia da Feltrinelli ), diventando ben presto un best- seller internazionale, in cui racconta in modo non proprio lineare la storia della sua famiglia ai tempi della nascita dello stato di Israele, attraverso anche la guerra di indipendenza, gli attacchi terroristici, la perdita violenta di persone care e la vita nei kibbutz.
Ma soprattutto c’è un’affettuosa, drammatica e tenera descrizione della madre, del suo modo di essere poco convenzionale e del suo dramma personale esistenziale; c’è anche il contrasto del ragazzino nei confronti del padre mai espresso direttamente nel film.
L’uomo è un intellettuale della destra ebraica, gentile ma freddo e scostante, che cerca in altre donne ciò che sua moglie non riesce a dargli ed è chiuso nella rigidità delle regole sociali. Contrasto che porterà il giovane, a quindici anni, alla decisione di entrare nel kibbutz Hulda e di cambiare il cognome originario Klausne in Oz, che in ebraico significa forza.

Potete quindi immaginare quanto ci sia di materiale per un film del genere, un film corale, storico ma anche privato ed esistenziale; di quei film alla David Lean o alla Richard Attenborough, invece Natalie Portman, attrice più che regista e sceneggiatrice, ha amato questa storia - immaginiamo – soprattutto dal punto di vista della madre e con forza e determinazione è riuscita a realizzare un film più su una donna fragile e fantasiosa che su un contesto storico, realizzando in modo un po’ incerto narrativamente e passando la palla tra il bambino e la madre, mettendo tutto il resto sullo sfondo e rispettando quella non linearità del racconto di Oz che tuttavia al Cinema richiede altre abilità registiche.

E la gestazione di questo film ne è la riprova, la Portman ( di origini israelitiche ma naturalizzata statunitense ) dopo aver acquistato i diritti del romanzo nel 2007, ha cercato degli sceneggiatori, ma, come ha dichiarato, le hanno risposto tutti che lei aveva le idee così ben chiare sul come realizzarlo che avrebbe dovuto scriverselo da sé, cosa che poi ha fatto; ha impiegato quindi parecchi anni per scrivere la sceneggiatura e trovare dei finanziatori ed ha insisto per girarlo in lingua ebraica.
Realizzato tra il 2014 e il 2015, è passato al Festival di Cannes, uscito nelle sale in Israele in quell’anno stesso, mentre negli Stati Uniti l’anno successivo, ora giunge nelle nostre sale l’8 di giugno.

Un’operazione coraggiosa e importante che tuttavia mostra come un’attrice, pur sensibile e brava, dovrebbe lasciare a dei professionisti il compito di scrivere e dirigere; un peccato perché c’è tanto materiale in questa storia, tanta buona introspezione, oltre che un ottimo romanzo, e ciò che in realtà resta è una straordinaria fotografia, delle scenografie molto suggestive, un cast credibile e purtroppo una drastica riduzione della storia nella quale la Portman non ha trovato e nemmeno cercato lo sguardo del narratore, sviluppando solo il rapporto tra madre e figlio e soffermandosi sul disagio sempre più intenso della donna.

Yehuda Arieh Klausner e Fania Mussman sono immigrati polacchi dell'Europa Orientale e vivono a Gerusalemme prima della nascita dello stato di Israele. Lui ha studiato storia e letteratura a Vilnius lavora come bibliotecario e scrive anche dei libri.
E’ un uomo gentile ma scostante, rigido nella forma e ossequioso della morale dell’epoca.
Fania invece è una dolce e sognante giovane signora, sopravvissuta allo sterminio del suo paese ed ha conservato i desideri e le illusioni dell’adolescenza che la realtà e il tempo non le permettono di vivere, inizia quindi ad avere sempre maggiore disagio verso il mondo e verso suo marito ( bella la scena in cui lei decide in un barlume di ottimismo di invitare a ristorante in un giorno feriale figlio e marito, per poi restare delusa dal comportamento formale e serioso di lui e quindi rinuncia a mangiare intristita ). Insomma una coppia educata e civile, soprattutto per quei tempi, ma sono due esseri umani talmente diversi che non hanno quasi nulla da condividere; e lei si ritrova sempre più a vivere i lati più angusti e più malinconici dell’esistenza nonostante voglia molto bene a suo figlio; un deterioramento personale lento che la porterà a un immalinconimento che la farà ammalare nell’animo…

La Portman come regista mostra delle intuizione visive interessanti, alcune scene risultano belle e delicate ( supportate da costumi, fotografia e scenografia di alto livello ) ma sono troppo frammentarie, come se avesse girato una serie di videoclip tratti da un romanzo, e approfondisce - perché affascinata come attrice dal bel personaggio femminile – solo il suo personaggio, collezionando però più frammenti di storia che non una storia piena emotivamente.
Notevole il ritratto di donna sempre più immerso nella malinconia e nella delusione, apprezzabili quelle note oscure dell’animo che porta come attrice nei panni della madre dello scrittore Amos Oz.

Trailer

 
Indizi di felicità PDF Stampa
Documentario
Scritto da Domenico Astuti   
venerdì 26 maggio 2017

Titolo: Indizi di felicità
Titolo originale: Indizi di felicità
Italia 2017 Regia di: Walter Veltroni Genere: Documentario Durata: 103'
Interpreti:
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 22/05/2017
Voto: 6
Recensione di: Domenico Astuti
L'aggettivo ideale: Televisivo
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Indizi di felicità su Facebook

indizidifelicita_leggero.pngPermettete un’introduzione, sui quotidiani di oggi i grandi giornalisti di questo tempo scrivono di Indizi di felicità con grande evidenza e con giudizi a dir poco assai positivi che spesso celano il giudizio reale, dal Massimo Gramellini del Corriere alla Natalia Aspesi de La Repubblica, da Silvia Truzzi per Il Fatto Quotidiano fino ad Antonello Catacchio per quel che resta de Il manifesto, unica voce contraria - anche per partito preso - è Gianluca Veneziani su Libero. Parafrasando il giornalista Mario Missiroli: Qui da noi può succedere di tutto, ma una recensione decisa non si fa nemmeno per scherzo « perché ci conosciamo tutti »

In un mondo di passioni tristi, in cui possiamo vedere anche un bimbetto che cammina tra i due genitori, mano nella mano, con l’espressione afflitta o rabbiosa, domandarsi sulla felicità di questi tempi può sembrare una domanda oziosa o una richiesta filosofica necessaria e alta. Perché oggi il mondo ci appare assai sfuggente, liquido e a volte deforme nella sua insensatezza, così indeterminato da perderlo di vista appena si è convinti di qualcosa. Leggendo il bel titolo del documentario di Walter Veltroni ci viene in mente il Trattato politico di Spinoza e la sua critica verso coloro che concepiscono le passioni ( la felicità ), fonte di tormento, come vizi nei quali l'uomo cade per sua colpa, e così facendo riflettono sull’uomo non come è in realtà, ma come vorrebbero che fosse. In un’epoca oggettivamente barbara, la crisi dei valori, dell’individuo e della famiglia, il buio della ragione, ci dovrebbero porci delle domande come probabilmente si fecero i primi umanisti e si dovrebbero trovare delle risposte anche timide ma onestamente certe.
Quindi da questo documentario cercavamo qualche indizio sul presente e sul futuro che tuttavia non c’è stato, non c’è alcuna riflessione sulla società postmoderna dell’incertezza né tantomeno un confronto con il disagio che produce la modernità derivante dalla felicità individuale e che è frutto dalla ricerca infelice del piacere e della quantità.

Un po’ un peccato perché anche se Indizi di felicità costruisce ipotesi di felicità con persone comuni, belle nell’animo e forse nel carattere, il loro vissuto appartiene soprattutto al passato e a condizioni sociali ed emotive della guerra e del dopoguerra e ricostruisce degli attimi di felicità da cui partire da realtà troppo distanti dalla nostra e anche da condizioni storiche che non esistono più. Certo che qualche indizio individuale di felicità – come il dare il primo bacio a colei che diventerà tua moglie, il sapere di essersi salvati dalla morte certa, l’arrivo di una notizia importante – sono dei frammenti di gioia, altrimenti come faremmo a vivere, ma questi non si trasformano in qualcosa di collettivo. Perchè la felicità non può esistere solo individualmente, non dovrebbe essere un miraggio per delle vite comuni, ma una concreta possibilità di vita.

Il documentario inizia bene, con qualcosa di gentile e semplice, come è il suo autore, un uomo in un vagone della metropolitana di Londra alle sette del mattino, attraverso dei gesti gentili, una chitarra e una canzone, riesce a svegliare dei passeggeri chiusi in se stessi e imbronciati e li fa cantare assieme e sorridere collettivamente; finalmente ci viene da dire, al quarto tentativo, Veltroni si scrolla da dosso una certa prevedibile ortodossia narrativa e prova - anche se in modo troppo semplice - ad andare controcorrente. Ci sembra di poter assistere a qualcosa di imprevisto e non omologato.
Ma purtroppo è solo l’inizio, subito dopo ci sono circa dieci minuti di immagini successivi sconnesse, frammentarie ( e involontariamente equivoche politicamente, in quanto tutte ricordano il terrorismo islamico ) in cui si assiste all’orrore del mondo, con le classiche immagini delle Torri Gemelle, delle stragi ad Aleppo, del piccolo bambino siriano morto affogato sulle coste turche e poi le stragi del caffè concerto del Bataclan a Parigi, sulla Promenade des Anglais, alla stazione di Madrid e infine ( ‘per fortuna’ ) il ritrovamento di una bambina viva durante il terremoto dell’Aquila. Superando l’incipit, ci sono delle domande che Veltroni fa a un rabbino che ritroveremo in maniera circolare anche alla fine del film e poi si entra nell’idea centrale del documentario: è possibile essere felici anche solo per qualche momento ? Esistono esperienze che danno la felicità o sono loro stesse sostanza di felicità ?
E a questo punto per oltre un’ora ci sono le interviste, affettuose, bonarie e rispettose, ma anche senza alcun imprevisto esistenziale o di pensiero, a più di una ventina di persone; dalla coppia che ricorda il loro primo bacio proprio nel luogo dove avvenne alla signora che ricorda la felicità nell’incontrare da bimbina, per la prima volta, suo padre ritornato dalla guerra, al giovane prete ultras della Sampdoria che ricorda tra l’altro una partita di calcio, all’uomo, a cui avevano dato sei mesi di vita e grazie anche alla sua voglia di vivere è ancora qui a raccontarcelo, al deportato che ha perduto tutti i suoi cari e che solo in questi ultimi undici anni ha ritrovato la felicità andando nelle scuole a raccontarlo ai giovani studenti.

Come al solito Veltroni indaga con gentilezza, cercando di trovare – attraverso storie quasi normali e di gente semplice – una sola verità, che nonostante tutto ci sono frammenti di felicità. Forse seguendo idealmente una bella canzone del compianto Giorgio Gaber di una ventina d’anni fa, L’illogica allegria, ma certo non cercando di trovare risposte un po’ più impegnative, originali, senza scomodare Aristotele o Adorno.

Il nuovo film documentario di Veltroni è stato proiettato nelle sale italiane in anteprima il giorno 22 maggio con un evento in diretta via satellite e in cui sono intervenuti il regista con Antonio Albanese e Ilaria D’Amico.

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Tutto quello che vuoi PDF Stampa
Commedia1
Scritto da Domenico Astuti   
venerdì 26 maggio 2017

Titolo: Tutto quello che vuoi
Titolo originale: Tutto quello che vuoi
Italia 2017 Regia di: Francesco Bruni Genere: Commedia Durata: 106'
Interpreti: Giuliano Montaldo, Andrea Carpenzano, Arturo Bruni, Emanuele Propizio, Donatella Finocchiaro, Antonio Gerardi, Raffaella Lebboroni, Andrea Lehotska, Riccardo Vitiello, Carolina Pavone
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 11/05/2017
Voto: 6,5
Recensione di: Domenico Astuti
L'aggettivo ideale: Prevedibile
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tuttoquellochevuoi_leggero.pngChe fine hanno fatto i giovani degli Anni Cinquanta di Poveri ma Belli ? I vari Maurizio Arena, Renato Salvatori e Marisa Allasio ? Quell’Italia proletaria e aideologica che sfaccendava tra Piazza San Cosimato e Santa Maria In Trastevere, i cui maschi pensavano solo alle femmine da conquistare, standosene sulle spalle di genitori arrabbiati ma bonari ?
Quel piccolo mondo antico oggi sembra voler essere raccontato da Francesco Bruni ( noto sceneggiatore televisivo e cinematografico ) che ogni tanto decide di diventare un regista.

Al suo terzo lungometraggio, dopo il successo di Scialla, ( più di critica che di pubblico ) e in cui cercava una via autorale e popolare con una certa originalità per certi spunti ma anche un’insincerità per altri, ha poi realizzato nel 2014 Noi4, un film piccolo-piccolo, minimalista, senza molta importanza, e si spostava dalla Via Giulia di Scialla a Via delle Carine al Colosseo e Piazza Vittorio.
Questo terzo film giunge a Trastevere e si sofferma su giovani uomini apparentemente duri e chiusi nei sentimenti, per poi seguirli nella loro trasformazione nell’arco di un paio di settimane in giovani uomini che accettano le regole del gioco ( un lavoro ) e mostrano dei sentimenti veri, probabilmente perché vengono a contatto con un vecchio signore gentile e svagato.
Bruni è un bravo sceneggiatore, conosce gli stilemi e le regole, ma sembra poco propenso a scardinarli e a creare qualcosa di non già visto se non prevedibile, al punto che ci appare come un signore borghese, politicamente corretto, e in fondo generoso con la realtà.
Entrando nella storia, con le conversazioni di quattro odierni stupidotti giovani al bar, tra il coatto e l’arrogante con i loro vent’anni senza arte né parte, abbiamo pensato al solito film senza possibilità di riscatto filmico, seguendolo invece si trova una sua via più degna e decorosa, ma senza mai provare a stupirci e planando su passaggi senza possibilità di novità.

La costruzione narrativa, tra la coppia giovane-ignorante e vecchio-saggio e colto, risulta la parte meno originale, ed anche il passaggio dei 4 giovani duri e persi a giovani normali e in fondo gentili e sensibili ci sembra del tutto volontaristico e in fondo leggero nell’analisi psicologica e sociologica; collocando il tutto in una realizzazione verosimile più che reale, perbenista più che di incontro-scontro. Se ci trovassimo davanti a un prodotto televisivo, penseremmo che andrebbe più in una televisione generalista che non in un canale tematico. In fondo, nonostante l’attenzione per la scrittura, l’empatia che Bruni mostra verso tutti i personaggi, anche quelli più scostanti o insignificanti, sembra inciampare nel respiro corto del racconto, in un universo quasi di fiction televisiva, supportata ahinoi da location troppo viste e accattivanti.
Purtroppo pensiamo che questo sia un film che a un pubblico giovane – a cui dovrebbe anche essere indirizzato – non arrivi per mancanza di freschezza e di spunti reali.

Alessandro ( Andrea Carpenzano, visto in Il permesso di Amendola ) è un giovanotto di ventidue anni che vive sulle spalle di un padre barista, non cerca alcuna via nella vita, passa il tempo sfaccendando con tre amici al bar, tra una birra e un commento sulle ragazze che passano. Sono quattro amici semianalfabeti e quando vogliono, diventano dei coatti con altri coatti.
Alex è così apparentemente privo di morale che è diventato l’amante della madre di un amico del gruppo.
Un giorno il padre lo obbliga ad accettare un breve lavoro, deve fare compagnia per qualche ora al giorno a un 85enne, smemorato e bravo poeta, amico di Pasolini e del Presidente Pertini ( il regista Giuliano Montaldo ).
Anche se sono due mondi a sé, tra loro nasce una specie d’affetto; da parte del giovane un senso di rispetto che lo porta a comprendere alcuni insegnamenti sulla vita, mentre naturalmente per l’anziano poeta ci sono gli ultimi brividi di vitalità che li porterà ( un’occasione di racconto un po’ sprecato ) a intraprendere un breve viaggio.

Trailer

 
Song to Song PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Domenico Astuti   
venerdì 26 maggio 2017

Titolo: Song to Song
Titolo originale: Song to Song
USA 2017 Regia di: Terrence Malick Genere: Drammatico Durata: 129'
Interpreti: Ryan Gosling, Rooney Mara, Michael Fassbender, Natalie Portman, Cate Blanchett, Holly Hunter, Berenice Marlohe, Val Kilmer, Lykke Li, Olivia Grace Applegate, Iggy Pop, Patti Smith
Sito web ufficiale: www.songtosongmovie.com
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 10/05/2017
Voto: 7,5
Recensione di: Domenico Astuti
L'aggettivo ideale: Di ricerca
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songtosong_leggero.pngVedere un film di Mallick è diventato quasi un’impresa, un atto di devozione verso una genialità filmica che modestamente a noi a volte sembra quasi un fideismo.
Mallck è diventato per antonomasia collettiva un genio, forse anche per una carriera che ha avuto uno stop di circa vent’anni, dopo aver realizzato due film sicuramente importanti e innovativi e dalla produzione assai travagliata in tutti i sensi ( La rabbia giovane del 1973 e I giorni del cielo del 1978 ) che tuttavia non l’hanno collocato tra i registi importanti nello star system hollyvoodiano; qualcuno afferma che il suo primo bel film fosse uscito nell’anno di Mean Street e quindi un po’ oscurato dal successo di Scorsese e di De Niro, mentre per il secondo – nonostante le tribolazioni realizzative, parte della troupe che lascia il set e oltre due anni di montaggio – riesce ad ottenere un enorme successo di critica ma uno scarso successo di pubblico.

L’aureola di genio perfezionista alla Kubrick si staglia come un’ombra e dopo un paio di film, nel 2011, sembra che trovi la sua strada estetica con un film indiscutibilmente difficile e ambizioso Tree of Life. E Il regista dall’aureola del meno prolifico della scena cinematografica si trasforma sulla soglia dei settant’anni in un autore che realizza, con questo penultimo, ben cinque film.

Si potrebbe dire che Mallick con la sua forte personalità senza compromessi, con l’aureola che gli si è costruita addosso ha creato uno spettatore malickiano, felice della sua ricerca anche ostica e in alcuni film anche ostile allo spettatore stesso.
Lo spettatore malickiano invece accetta tutto e si aspetta altro.

La storia questa volta si potrebbe definire semplice e lineare, una specie di Nashville di Altman riprodotta in uno specchio estetico deformante, come anche la sinossi del film ci racconta: Una storia d'amore contemporanea ambientata nella scena musicale di Austin, in cui due coppie intrecciate inseguono il successo, in un panorama rock'n'roll fatto di seduzione e tradimento; tuttavia è il modo di girare le storie che non cambia in Mallick, c'è la ricerca razionale dell'improvvisazione, portata in direzione apertamente paradossale, in cui le scene non hanno una logica narrativa ma si basano su un’emotività anche nevrotica se non un po’ dislessica.
Come le varie scene che dovrebbero anticipare il sesso ( che non c’è, e non solo per una scelta estetica ) raccontano del carattere dei personaggi nella loro intimità più con l’avvolgente e stretta macchina da presa e le voci in over che non per ciò che avviene realmente. Ma in fondo, in Mallick qualcosa è cambiato con questo film come l’apparizione di artisti come Iggy Pop o Patty Smith o i camei di Cate Blanchett e Christian Bale o l’apparizione funambolica di Val Kilmer, proprio come usava Altman nel film sopraccitato.

LA storia è ambientata nella città di Austin, in Texas: città di musica, di artisti, di produttori discografici ( e in cui vive Mallick ).
Una città texana algida, dispersiva ma anche bella, d’animo freak in uno stato tradizionalista e conservatore, in cui si svolgono diversi festival di musica rock. Faye ( Rooney Mara, segnalatasi nel film Carol ) è una giovane donna che vorrebbe fare la cantante, va a una festa nella villa di Cook ( Michael Fassbender ), ricco produttore discografico che naturalmente fa le fortuna di cantanti e gioca con le persone.
Qui lei conosce un promettente cantante, alle prime armi, BV ( Ryan Gosling ), un giovanotto gentile, sensibile e tranquillo e tra loro inizia una storia che sembra d’amore ma non gli dice che ha avuto una relazione con Cook che forse si trascina ancora.
Nel frattempo il produttore discografico conosce in un locale una cameriera, Rhonda ( Natalie Portman ), decide di sposarla quasi per gioco e la condanna ad una vita infelice anche se di lusso. Ma le storie si complicano, perché Faye riprende la relazione con Cook che ha rubato senza alcun problema i diritti delle canzoni a BV…

Un cast come si dice stellare e forse scelto anche per la bellezza e la fisicità dei protagonisti, delle location vuote e belle che ricordano l’Antonioni di Zabriskie Point, storie d’amore che rimandano a Mike Nichols e una regia sempre più istintiva di Mallick che concede poco allo spettatore, rendono questo film per alcuni tratti noioso, a volte impensabilmente prevedibile narrativamente, fortuna che c’è un finale vitalistico e leggero: I due giovani si ritrovano e incontrano la loro strada, lontano da quel mondo…

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