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Talk Radio PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Ciro Andreotti   
martedì 07 maggio 2019

Titolo: Talk Radio 
Titolo originale: Talk Radio
USA 1998 Regia di: Oliver Stone Genere: Drammatico Durata: 103'
Interpreti: Eric Bogosian, Ellen Greene, Leslie Hope, John C. McGinley, Alec Baldwin, John Pankow, Michael Wincott, Linda Atkinson, Robert Trebero, Zach Grenier, Tony Frank
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 20/04/1989
Voto: 7,5
Recensione di: Ciro Andreotti
L'aggettivo ideale: Potente...
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Talk Radio su Facebook

talk_radio.jpgBarry Champlain è un commesso di origini ebraiche che riceve nel suo negozio la visita del suo speaker radio preferito: Jeffrey Fisher. Jeff domanda a Barry di fargli visita e di partecipare a una diretta radiofonica del suo programma.
Barry nel corso della trasmissione inizia a prendere confidenza con il mondo della radio e in breve tempo sostituirà Jeff creando uno dei programmi più seguiti di Dallas: “Voci nella Notte”, regno di disadattati ed emarginati sociali e anche di persone poco raccomandabili e pronte a minacciarlo per via delle sue origini.

Una sorta di Quarto Potere, dove il mondo dell’editoria è sostituito da quello dell’etere visto e vissuto attraverso la vita di uno speaker con la verve e la voglia di misurarsi con l’inestimabile potenza del mezzo radiofonico.
Un media capace di trasformarlo da placido proprietario di un negozio di abbigliamento a uno dei più incredibili intrattenitori notturni di Dallas, il tutto nel corso di una pièce teatrale prestata a Oliver Stone e con protagonista proprio lo sceneggiatore di quell’opera: Eric Bogosian, famoso per i suoi monologhi spogli e crudi, nel ruolo di un personaggio apparentemente tranquillo ma carico di adrenalina e divenuto celebre grazie a una voce suadente, ragione del suo successo iniziale, e odiato per le sue idee oltre ogni limite, e che nella radio è riuscito a trovare la sua naturale valvola di sfogo.

Dopo un inizio con telefonate misurate al fianco della moglie e amica Ellen, Barry fa virare il suo talento fino a creare un programma introdotto dal riff di chitarra di Bad To The Bone, sigla di un programma pronto a sparare a raffica contro chiunque, a cominciare dagli emarginati e aspiranti suicidi che lo affollano di telefonate, fra le quali si annidano le ire di gruppi di neonazisti e l’attenzione di sponsor facoltosi.

L’epilogo sa di tragedia ma la vera tragedia si consuma nella vita di un uomo che nel corso di numerosi flashback ripercorre la sua carriera a partire dalle prime dirette sino a oggi capendo che l’odio che ha scaturito nell’audience è frutto di idee personali molto difficili da sostenere.
Girato perennemente in notturna e quasi totalmente all’interno dello studio radiofonico, il film si avvale di una fotografia e di una colonna sonora di altissima qualità, quest’ultima firmata dall’ex batterista dei Police Stewart Copeland. Di Quarto Potere la pellicola di Stone non ha dicerto né la profondità né le differenti sfaccettature, ma sa comunque incollare il pubblico alle poltrone per via del continuo senso di espiazione e di auto analisi del protagonista.

 
Lo spietato PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Ciro Andreotti   
mercoledì 01 maggio 2019

Titolo: Lo spietato 
Titolo originale: Lo spietato
Italia, Francia 2019 Regia di: Renato De Maria Genere: Drammatico Durata: 111'
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Sara Serraiocco, Alessio Praticò, Alessandro Tedeschi, Marie-Ange Casta
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 8/04/2019 per soli tre giorni. Dal 19 Aprile è poi stato distribuito sulla piattaforma Netflix
Voto: 7
Recensione di: Ciro Andreotti
L'aggettivo ideale: Sufficiente...
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Lo spietato su Facebook

Ispirato al romanzo di Pietro Colaprico e Luca Fazzo edito da Garzanti: “Manager Calibro 9”

lo_spietato.jpgNegli anni ’60 Santo Russo emigra con la famiglia dalla natia Calabria a Milano per raggiungere il padre muratore. Ancora adolescente, dopo aver scontato una pena di quattro mesi nel carcere minorile, inizia a crearsi un nome nella malavita locale cominciando a bruciare le tappe fino a diventare, a inizio anni ’90, non più un criminale, ma un rispettabile uomo di affari.

Ispirato dal romanzo del pentito di ‘ndrangheta Saverio Morabito, Renato De Maria completa la sua trilogia del mondo della mala con una pellicola che arriva dopo La prima linea, basata sulle memorie dell’ex terrorista Sergio Segio, e il documentario Italian Gangsters, dedicato alla parabola dei malviventi di casa nostra, con un film che vede sugli scudi Riccardo Scamarcio che de La prima linea fu protagonista e che questa volta fra slang simil lumbàrd da meridionale trapiantato nella city, per la precisione a Buccinasco, decise, nei panni di un ragazzo di Calabria, di scalare le gerarchie della malavita quasi a sfregio nei confronti di un padre incapace di proteggerlo da una prima, ingiusta carcerazione.

Da quel momento in poi Santo iniziò ad approcciare la vita come se si stesse parlando di quella di un normale dipendente d’azienda, con il desiderio mai nascosto di scalarne i vertici rimanendo nei ranghi e al tempo stesso cercando di intrecciare conoscenze.
La pellicola però fallisce in quella sorta di patos che dovrebbe unire spettatore e trama per via del probabile eccesso di offerta di storie riguardanti il mondo della malavita e nonostante una colonna sonora capace di farci viaggiare indietro nel tempo di almeno tre decadi, una perfetta ricostruzione temporale e di costume e uno Scamarcio nel ruolo di un criminale che vorrebbe ripulirsi ma che non può volare troppo alto, causa umili origini e costumi mai abbandonati del tutto e quindi ancora più efficace nell’ interpretare un malavitoso di periferia che seppe toccare il vertice della criminalità Milanese fino a uscirne confessando ogni genere di delitto per salvarsi letteralmente la vita.

Sufficienza di stima per un film che quindi può essere visto ma senza l’illusione di essere al cospetto di una nuova epopea degna di Gomorra o di Romanzo Criminale.

 
Il campione PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Ciro Andreotti   
martedì 23 aprile 2019

Titolo: Il campione 
Titolo originale: Il campione
Italia 2019 Regia di: Leonardo D’Agostini Genere: Drammatico Durata: 105'
Interpreti: Stefano Accorsi, Andrea Carpenzano, Ludovica Martino, Mario Sgueglia, Camilla Semino Favro, Anita Caprioli, Massimo Popolizio, Sergio Romano
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 18/04/2019
Voto: 7,5
Recensione di: Ciro Andreotti
L'aggettivo ideale: Intimista...
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Il campione su Facebook

il_campione.jpgChristian è un giovane fuoriclasse della Roma che dopo essere stato redarguito più volte per le continue bravate extra calcistiche, viene minacciato da una società che da lui pretende un comportamento esemplare. Valerio è un professore di filosofia e lettere, digiuno di calcio, ed è l’uomo al quale la Roma affida Christian nel tentativo di fargli raggiungere una maturità anche morale.

Fra le mura del centro tecnico di Trigoria si srotola la vita di due personaggi tra loro molto differenti. Da un lato un giovane campione, Andrea Carpenzano nel suo ennesimo ruolo di coatto di borgata, originario del Trullo e romanista da sempre, avvezzo a scene che con il calcio hanno ben poco a che fare, circondato da una pletora di approfittatori di varia specie a cominciare da un padre ripresentatosi alla sua porta non appena il figlio ha firmato un contratto a sei zeri. E dall’altra parte Valerio, ex professore di liceo che non frequenta lo stadio e le chiacchiere da bar, se non quando gioca la nazionale, e che desidera mantenere il più grande riserbo nei confronti di un passato difficile da dimenticare.

La prima pellicola di D’agostini, scritta da un duo di sceneggiatrici (Antonella Lattanzi e Giulia Steigerwalt), è capace di dare un taglio molto intimista alle vicende di un borgataro con il talento di un campione, riuscendo a scardinare le convinzioni di chi pensa che sport e cinema siano, esattamente come i due protagonisti, difficilmente conciliabili.
Ogni aspetto della vita dell’atleta, e la solitudine con la quale si approccia alla sua professione, che prima di tutto è un gioco, dimostra quello che da sempre afferma Francesco Totti, che ha riconosciuto come il film sia la peretta sintesi della vita di un giovane atleta, ovvero come ormai giocare ad alti livelli non ti consenta di fare gruppo con i tuoi compagni di squadra a causa di insane abitudine extra calcistiche che ti fanno pensare di essere divo ancor prima che sportivo.

Un film sul calcio dove lo sport passa immediatamente in secondo piano e dove l’aspetto della presa di coscienza del protagonista è rappresentato sia da un docente problematico come Valerio, impersonato superbamente da Stefano Accorsi, ma anche da Ludovica Martino che impersona Alessia, una studentessa di medicina, e una ragazza alla quale Christian si lega perché esterna al suo giro di conoscenze e per questo capace di farlo riflettere grazie alla sua neutralità.

Complimenti ai due registi e produttori Sibilia e Rovere che dopo aver segnato gli ultimi anni con pellicole vincenti come la trilogia di Smetto Quando Voglio e Veloce come il vento, nella quale evoluiva lo stesso Accorsi, sono riusciti a credere in un progetto vincente e ben confezionato di un regista esordiente.

 
Copia Originale PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Ciro Andreotti   
martedì 23 aprile 2019

Titolo: Copia Originale 
Titolo originale: Can You Ever Forgive Me?
USA 2018 Regia di: Marielle Heller Genere: Drammatico Durata: 107'
Interpreti: Melissa McCarthy, Richard E. Grant, Jane Curtin, Dolly Wells, Anna Deavere Smith, Josh Evans (III)
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 21/02/2019
Voto: 7
Recensione di: Ciro Andreotti
L'aggettivo ideale: Diretto...
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Copia Originale su Facebook

copia_originale.jpgLa scrittrice Lee Israel ha da poco perso il suo lavoro come correttrice di bozze presso il New Yorker e per sbarcare il lunario inizia, assistita da Jack Hock, un pusher senza fissa dimora, a creare finta corrispondenza di artisti famosi da rivendere a esperti antiquari.
Quando tutto pare andare per il meglio una prima segnalazione giunta all'FBI inizia a generare i primi sospetti riguardo le lettere venduta da Lee.

La scrittrice Lee Israel era in vita tanto odiosa come la Melissa McCarthy che la interpreta sul grande schermo? Chi l’ha realmente conosciuta è pronto a dire senza tema di smentita di sì e ad affermare che l’attrice comica originaria di Plainfield abbia saputo impersonarla come meglio non si poteva. Odiosa e al tempo stesso terribilmente sola e legata esclusivamente al suo fido gatto che accudiva come un figlio.

La pellicola ci sa restituire il mondo di un’autrice che ruota da sempre nel campo dell’editoria ma che a causa di un carattere impossibile, e di una vena artistica che ormai latita da tempo, non riesce più a trovare un modo per guadagnarsi da vivere.
Il mondo di Lee è anche quello che gira attorno alle librerie antiquarie e che grazie a queste gli permetterà di ricominciare a guadagnare nel mentre che consuma numerosi bourbon ini bar di quart’ordine in compagnia del suo (quasi) amico, ma sicuro approfittatore, Jack Hancock; un Richard Grant in grado di muoversi fin troppo bene nel ruolo di un pusher senza casa e incapace di qualunque moralità al punto di trovarsi candidato alla statuetta Oscar come miglior attore non protagonista.

La fotografia di Brandon Trost ci riesce a restituire una New York intravista solamente in rare occasioni e attraverso le sapienti inquadrature viste nelle pellicole di Woody Allen e il risultato finale è anche molto attuale a causa della guerra a tutto campo che si combatte nel tentativo di smascherare possibili false notizie, rappresentando al tempo stesso uno scorcio sulla vita depravata e sconfitta di un’antieroina dei nostri giorni che però ha saputo rimediare a tutto quello che aveva guadagnato illegalmente.

Oltre a Grant il film dell’eclettica scrittrice e regista Marielle Heller, nota per aver diretto Diario di una teenager e per aver partecipato in veste di attrice a La preda perfetta ha saputo imporsi e candidarsi alla notte degli Oscar sia in termini di sceneggiatura non originale; scritta a quattro mani da Nicole Holofcener e Jeff Whitty e basata sulle memorie della stessa Lee Israel, sia nella categoria di migliore attrice protagonista, grazie alle indubbie qualità di un’eccezionale Melissa McCarthy.

 
Cafarnao - Caos e miracoli PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Stefano Priori   
martedì 16 aprile 2019

Titolo: Cafarnao - Caos e miracoli 
Titolo originale: Capharnaüm
Libano, USA 2018 Regia di: Nadine Labaki Genere: Drammatico Durata: 120'
Interpreti: Zain Alrafeea, Yordanos Shifera, Boluwatife Treasure Bankole, Kawsar Al Haddad, Fadi Youssef
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 11/04/2019
Voto: 5
Recensione di: Stefano Priori
L'aggettivo ideale: Surreale...
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Cafarnao - Caos e miracoli su Facebook

cafarnao_caos_e_miracoli.jpgA Beirut una città fantasma, così ce la mostra la Regista Libanese Nadine Labaki, tutto è Caos. La crudezza delle immagini che la scenografia supporta, ricorda il ruolo del reporter di guerra. In questa esemplificazione, la regista ci mostra il degrado in cui la popolazione e i protagonisti vivono, che sembra essere più uno stigma che una fase introspettiva.
Forse un film documentaristico avrebbe reso con più forza le stesse immagini.

E' un film con un altissimo ritmo di immagini e di sequenze. E la macchina a mano genera dopo un'ora e mezza, una certa nausea. Un film necessita più di poesia che di durezza, la sceneggiatura invece ci racconta il disagio di Zain, un bambino 12 enne, che chiede al giudice all'inizio del film, di condannare i suoi genitori per averlo messo al mondo.

Questo aspetto epico non ci convince come dato di fatto, perchè sotto questa condanna ricadrebbe l'intera Beirut. E la Regista Libanese, mostra nella prima parte del film, degli spezzoni di filmati, più che una sceneggiatura completa. Zain a casa sua, prima di entrare in carcere, vive solo un disordine affettivo e umano. Risulta fortemente scontata la visione dei bambini che giocano con fucili di legno, come lo è la visione di Assad 30 enne, che vuole prendere in sposa la sorella di Zain, Sahr ancora bambina.

Queste circostanze, ci sembrano poco convincenti e mostrano come dato della realtà Araba, promiscuità, inganno, e coercizione sui bambini, come unico dato di fatto. Zain difende se stesso dall'inizio alla fine del film, dalla crudezza della realtà che incontra e da un alone impermeabile, che sembra essere solo una vista infernale. Nasce una domanda, ma la realtà che Nadine Labaki ci mostra è realistica o la realtà è uno stigma usato per le ragioni intinseche del film? Il popolo Arabo è davvero solo questo? Quello che ne viene fuori è imbarazzante.

Dopo la partenza solitaria di Zain in pullmann, lo spettatore vive un momento poetico. Zain sulla ruota panoramica guarda il mare dall'alto. Poi il rapporto prolungato di Zain con la ragazza madre Etiope e suo figlio Yonas mostra ancora dei tratti poetici che danno alla seconda parte del fim una sua scorrevolezza. Ma cosa dire a Nadine Labaki. Perchè incentrare la sceneggiatura su un bambino che a 12 anni diventa subito adulto nel film e nella vita, con una coscienza oltremodo irreale. Tecnicamente un uso diverso della macchina da presa avrebbe imposto più credibilità all'intero film.

Credo che su Zain la regista abbia esercitato una violenza inconscia per ottenere il meglio da lui, che risulta certamente molto bravo ma che è allo stesso tempo caricato di una responsabilità enorme.
L'uso di una Steadycam sarebbe stato più opportuno per raccontare il film. In fondo a me il film non dispiace nello stile, ma appare alquanto ancorato a una visione occidentale del mondo Arabo. Il finale poi è disancorato da ogni logica sequenziale filmica, le immagini risultano movimenti di camera a mano esagerati, che raccontano la realtà in un senso poco credibile. In realtà tutto è caos.

Trailer

 
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